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Anno 32

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[p. 93 modifica]procedette; e la prima a provarne la pena, fu la stessa Livilla che lasciatasi sovvertir da Sejano, avea tradito il consorte Druso. Scrive Dione1 d'aver inteso da alcuni, che Tiberio non la facesse morire in grazia di Antonia madre di lei, e di Claudio che fu poi imperadore; ma che la medesima sua madre quella fosse, che la privò di vita con lasciarla morir di fame.


Anno di Cristo xxxii. Indizione v.
Pietro Apostolo papa 4.
Tiberio imperadore 19.


Consoli


Gneo Domizio Enobarbo e Marco Furio Camillo Scriboniano.


Il primo di questi consoli, marito di Agrippina figliuola di Germanico, siccome già dissi, ebbe per figliuolo Nerone, che divenne poi imperadore. Al secondo de’ consoli, che mancò di vita nel consolato, fu sostituito Aulo Vitellio. Non si sa intendere, perchè Svetonio2, allorchè scrisse, essere nato sotto questi consoli Marco Salvio Ottone, uno de’ susseguenti imperadori, chiamasse Camillo Arruntio il collega di Domizio Enobarbo: e che parimente si trova ne’ fasti d’Idacio e del Cuspiniano. Forse fu sostituito a Vitellio, o Vitellio a lui. Parve bene3, che Tiberio volesse por fine ai processi e condanne degli amici di Sejano, con permettere ancora ad alcuni il lutto per la di lui morte; ma poco durò questo barlume d’indulgenza, ed egli più che mai continuò la persecuzione, trovando allora altre accuse ancora d’incesti e di parricidii, per levar la vita a chi non godea di sua grazia. Crebbe perciò cotanto l’universal odio contro di lui, che il poter divorare le di lui carni, sarebbe sembrato un gustoso cibo ad ognuno. Fece anche il timore di lui crescere l’adulazion[p. 94] nel senato. Costume era in addietro che nelle calende di gennaio, un solo leggesse gli ordini di Tiberio con giurar d’osservarli: al che gli altri acconsentivano. Fu creduto maggior ossequio e finezza che cadauno prestasse espressamente quel giuramento. Inoltre per far conoscere a Tiberio, quanto cara lor fosse la vita di lui, decretarono che egli scegliesse chi de’ senatori fosse a lui in grado, e che venti d’essi colle spade servissero a lui di guardia quando egli entrava nel senato. Trovò Tiberio assai ridicolo un tal decreto; e quantunque ne rendesse loro grazie, pure non l’approvò, perchè non essendogli ignoto d’essere in odio al senato, non era sì pazzo da voler permettere intorno alla sua persona di sì fatte guardie armate. E da lì innanzi molto più attese a conciliarsi l’amore de’ soldati pretoriani, per valersene occorrendo contro il senato. Avea proposto Giunio Gallione che esso senato accordasse un privilegio a quei che avessero compiuto il termine della lor milizia. Tiberio, perchè non gli piacea che le genti militari fossero obbligate se non a lui solo, mandò in esilio lo stesso Gallione fuori d’Italia, e poscia il richiamò per metterlo a penare sotto la guardia de’ magistrati, dacchè intese aver egli meditato di passare a Lesbo, dove sarebbe troppo deliziosamente vivuto. Raccontano Tacito4 e Dione che in quest’anno furono processati altri nobili per l’amicizia di Sejano; e fra gli altri fu punito Latinio Laziare che, siccome abbiam veduto di sopra, coll’usare un tradimento a Tizio Sabino, fu cagion di sua morte. Fra gli accusati nondimeno miracolosamente la scappò netta Marco Terenzio. Il suo reato consisteva nel solo essere stato amico di Sejano. Lo confessò egli francamente, e con egual coraggio difese il fatto, mostrando ch’egli così operando avea onorato Tiberio nel suo favorito; e se Tiberio, signor così saggio, s’era ingannato in dispensar tante grazie [p. 95 modifica]a chi n’era indegno meritavano bene scusa gl’inferiori, caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l’occhio all’ultimo giorno di Sejano, ma bensì ai sedici anni della di lui potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi d’essere a lui caro. E però chiunque volesse condannar chi non avea fallato in altro che in amare ed onorar Sejano, verrebbe nello stesso punto a condannar Tiberio. Fu assoluto, nè Tiberio se l’ebbe a male.

Fu creduto daddovero in quest’anno ch’esso Tiberio tornasse a Roma5; imperciocchè da Capri venne nella Campania, e poscia continuato il viaggio sino al Tevere, quivi imbarcatosi, arrivò agli orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero delle moniche de’ santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del fiume corpi di guardia, acciocchè il popolo non se gli accostasse. Ma non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che fosse tirato colà del suo mal genio, per poter nasconder entro quello scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch’esso Tacito e Svetonio non ebbero difficoltà di propalare della detestabil libidine di quell’infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della sensualità6 che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d’allora se non degli dii compagni della medesima sensualità; e per altro Tiberio era di coloro che poco conto facevano de’ medesimi, nè punto li temevano. Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la corona d’alloro, per la credenza[p. 96] che quelle foglie fossero rispettate dai fulmini. Morì in quest’anno Lucio Pisone, prefetto di Roma, che per venti anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo suo fu posto da Tiberio Lucio Elio Lamia, il quale, nell’anno seguente, diede anch’egli fine a’ suoi giorni. Morì parimente quest’anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre alla satira, e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per questo mal genio era stato relegato da Augusto nell’isola di Creta, e poscia nella picciola di Serifo, dove in estrema povertà, senza avere neppur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo vivere.


Note

  1. Dio., lib. 58.
  2. Suetonius in Vitellio, cap. 2.
  3. Dio., lib. 58.
  4. Tacitus, Annal., lib. 6, cap. 2. Dio., ibid.
  5. Tacitus, ibidem. Sueton. in Tib., c. 72.
  6. Sueton., cap. 43.