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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/78

95 ANNALI D'ITALIA, ANNO XXXIII. 96

a chi n’era indegno meritavano bene scusa gl’inferiori, caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l’occhio all’ultimo giorno di Sejano, ma bensì ai sedici anni della di lui potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi d’essere a lui caro. E però chiunque volesse condannar chi non avea fallato in altro che in amare ed onorar Sejano, verrebbe nello stesso punto a condannar Tiberio. Fu assoluto, nè Tiberio se l’ebbe a male.

Fu creduto daddovero in quest’anno ch’esso Tiberio tornasse a Roma1; imperciocchè da Capri venne nella Campania, e poscia continuato il viaggio sino al Tevere, quivi imbarcatosi, arrivò agli orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero delle moniche de’ santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del fiume corpi di guardia, acciocchè il popolo non se gli accostasse. Ma non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che fosse tirato colà del suo mal genio, per poter nasconder entro quello scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch’esso Tacito e Svetonio non ebbero difficoltà di propalare della detestabil libidine di quell’infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della sensualità2 che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d’allora se non degli dii compagni della medesima sensualità; e per altro Tiberio era di coloro che poco conto facevano de’ medesimi, nè punto li temevano. Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la corona d’alloro, per la credenza[p. 96] che quelle foglie fossero rispettate dai fulmini. Morì in quest’anno Lucio Pisone, prefetto di Roma, che per venti anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo suo fu posto da Tiberio Lucio Elio Lamia, il quale, nell’anno seguente, diede anch’egli fine a’ suoi giorni. Morì parimente quest’anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre alla satira, e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per questo mal genio era stato relegato da Augusto nell’isola di Creta, e poscia nella picciola di Serifo, dove in estrema povertà, senza avere neppur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo vivere.


Anno di Cristo XXXIII. Indizione VI.
Pietro Apostolo papa 5
Tiberio imperadore 20.


Consoli


Lucio Sulpicio Galba e Lucio Cornelio Sulla Felice


Galba, primo dei consoli porta il prenome di Lucio in una iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia raccolta3. In un’altra iscrizione che si legge nel Tesoro di Grutero, il suo prenome è Servio: che così s’ha da intendere il SER. abbreviato degli antichi, e non già Sergio, come ha creduto taluno. Ma è lecito di sospettare, che nell’iscrizion gruteriana sia stato mutato il prenome di Lucio in Servio, perchè ben si sa che Galba imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest’anno, era chiamato Servio Galba. Ma Svetonio4 chiaramente scrive di lui: Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit: il che giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere della corruttela nell’altro. Tacito e Dione

  1. Tacitus, ibidem. Sueton. in Tib., c. 72.
  2. Sueton., cap. 43.
  3. Thesaur. Nov. Inscription, p. 303, n. 1.
  4. Sueton. in Galba, cap. 4.