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Anno di Cristo XXXI. Indizione IV.
Pietro Apostolo papa 3
Tiberio imperadore 18.


Consoli


Lo stesso Tiberio Augusto per la quinta volta, Lucio Elio Sejano

.


Non ritennero Tiberio e Sejano lungo tempo il consolato, perciocchè, siccome avvertì il cardinale Noris1, nel dì 9 di maggio subentrarono in quella dignità Fausto Cornelio Sulla e Sestidio [p. 87 modifica]Catullino, ciò apparendo da un’iscrizione. Da un’altra ancora da me rapportata2 apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che SEXTEIDIVS possa essere Sex. Teidius. Il non trovar io vestigio della famiglia Sestidia, ma bensì della Tidia, mi ha fatto nascere un tal dubbio. All’uno di questi due consoli fu surrogato nelle calende di luglio Lucio Fulcinio Trione, e all’altro nelle calende di ottobre, Publio Memmio Regolo, che non era amico di Sejano, come Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti del suo favorito Sejano, pentito ormai d’averlo tanto esaltato. Già s’era accorto che costui avea serrati i passi ai ricorsi, nè gli lasciava sapere, se non ciò ch’egli voleva. Molto più appariva che costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacchè il senato e il popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed all’incontro ben sapea Tiberio d’essere poco amato, anzi odiato dai più dei Romani; preso fu da gagliardo timore, che potesse scoppiar qualche gran fulmine sopra il suo capo. Abbiamo ancora da Giuseppe Ebreo3 che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Sejano coi pretoriani e con molti senatori e liberti d’esso Tiberio, di maniera che egli restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo tenuta da quell’astuto vecchio, fu quella di sempre più comparir contento ed amante di Sejano, e di colmarlo di nuovi onori, per più facilmente ingannarlo. Il creò console per l’anno presente, e affine di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato.[p. 88] Scrisse anche al senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e potere. Quanto a me vo’ credendo, ch’egli non s’attentasse nè in Capri nè in Roma di fargli alcun danno, finchè costui era prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un corpo di gente consistente in dieci mila de’ migliori soldati fra i Romani, ed abitante unito in Roma. Allorchè Tiberio volea farsi ben rispettare e temere dai consoli e senatori, alla lor presenza dava la mostra ai pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè comandati da Sejano, e ubbidienti a’ di lui cenni; ed esso Augusto era attorniato da sì fatte guardie anche in Capri. Adunque con crear Sejano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò dai fianchi, disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio, per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.

Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto colla speranza d’impieghi e premii maggiori4, cioè di associarlo nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell’imperio, e di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla, figliuola di Germanico. E perciocchè Sejano, dappoichè ebbe deposto la trabea consolare, facea istanza di tornarsene in Capri, per seguitar ivi a far da padrone; Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui, e spacciar dappertutto, che fra poco voleva anch’egli tornarsene a Roma. Ne’ mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora esser malato, ora di star bene, e sempre venivano nuove ch’egli si preparava pel viaggio. Talor lodava Sejano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui facea delle grazie [p. 89 modifica]ad alcuni de’ suoi amici, ed altri pure amici di lui maltrattava con varii pretesti: tutto per raccogliere segretamente col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del senato e del popolo. Non andò molto che al non vedersi ritornar Sejano a Capri e all’osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui, e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Sejano, tra perchè non gli parea di mirar l’animo di Tiberio alienato punto da sè, e perchè Tiberio conferì a lui e a suo figliuolo in questo mentre l’onore del pontificato, non pensò, siccome avrebbe potuto, a far novità alcuna. Fu poi ben pentito di non l’aver fatto, allorchè era console. Nulladimeno viveva egli con delle inquietudini e con dei sospetti; e strano gli parve che avendo Tiberio con una lettera recato avviso al senato della morte di Nerone, figliuolo primogenito di Germanico e di Agrippina, e suo nipote per adozione, niuna lode, come era usato di fare, avesse fatta del medesimo Sejano. Relegato, siccome già dissi, questo infelice principe nell’isola di Ponza, finì quivi nell’anno presente la sua vita: chi disse per la fame, e chi perchè essendo in sua camera il boja per istrangolarlo, egli da sè stesso si uccise. Certo fu anch’egli vittima della crudeltà di Tiberio.

Ora informato abbastanza Tiberio, che l’affezion del senato e popolo verso Sejano non era quale si figurava egli in addietro, volle passar all’ultimo colpo, ma tremando per l’incertezza dell’esito. Nella notte precedente il dì 18 di ottobre comparve a Roma Macrone, segretamente dichiarato prefetto del pretorio, e ben istruito di quel che s’avea da fare, mostrando di venir per altro negozio; e fu a concertare gli affari con Memmio Regolo, l’uno de’ consoli, perchè l’altro, cioè Fulcino Trione, era tutto di Sejano. La mattina per tempo andò al tempio[p. 90] di Apollo, dove s’avea da unire il senato, ed incontratosi a caso con Sejano, che non era per anche entrato, fu richiesto se avesse lettere per lui. Si annuvolò non poco Sejano all’udire che no; ma avendolo tratto in disparte Macrone, e dettogli che gli portava la podestà tribunizia, tutto consolato ed allegro andò a seder nella curia. Macrone intanto, chiamati a sè i soldati pretoriani, una buona mano de’ quali facea sempre corteggio e guardia a Sejano, mostrò loro le sue patenti di prefetto del pretorio, e in luogo d’essi alla guardia del tempio distribuì le compagnie dei vigili, comandate da Gracino Lacone consapevole del segreto. Entrato egli poscia colà, presentò una lettera molto lunga, ma ingarbugliata, di Tiberio. Non parlava egli seguitatamente contro di Sejano, ma sul principio trattava di un differente affare; andando innanzi, si lamentava di lui; poi ritornava ad altro negozio; e quindi passava a dir male di Sejano, conchiudendo in fine, che si facessero morir due senatori molto confidenti di lui, e Sejano fosse ritenuto sotto buona guardia. Non si attentò di dire che il facessero morire, perchè temeva che si svegliasse qualche tumulto da’ suoi parziali. Confusi ed estatici rimasero i più de’ senatori ad ordini tali, perchè già preparati a far de’ complimenti ed elogi a Sejano per la promessa a lui podestà tribunizia. Sejano stesso avvilito senza muoversi dal suo luogo, senza mettersi ad aringare (il che se avesse fatto, forse altrimenti passava la faccenda) pareva insensato; e chiamato tre volte dal console Memmio Regolo, non si movea, siccome usato a comandare, e non ad ubbidire. Entrato intanto Lacone colle coorti de’ vigili, l’attorniò di guardie e il menò prigione. Niun movimento fecero i pretoriani, perchè Macrone li tenne a freno, con ispiegar loro la mente del principe, e promettere ad essi alcuni premii per ordine del senato. Si mosse bensì la plebe al mirare quel sì dianzi [p. 91 modifica]orgoglioso ministro condotto alle carceri, prorompendo in villanie e bestemmie senza fine, e poi corse ad abbattere e strascinar tutte le statue a lui poste, giacchè non poteano infierir contro la persona di lui5. Raunatosi poi nel medesimo giorno 18 di ottobre il senato nel tempio della Concordia, veggendo che i pretoriani se ne stavano quieti, e intendendo qual fosse il volere del popolo, condannarono a morte Sejano; e la sentenza fu immediatamente eseguita col taglio della testa. Accorsa la plebe gittò giù per le scale gemonie il di lui cadavere, e dopo essersi per tre dì sfogata contra d’esso, facendone grande scempio, lo buttò in Tevere. Anche due suoi figliuoli, l’uno maschio e l’altro femmina, per ordine del senato furono privati di vita; ma perchè insolita cosa era il far morire una fanciulla, il carnefice, prima di strozzar quell’infelice, le tolse l’onore in prigione. Apicata moglie di Sejano, benchè non condannata, si diede la morte da sè stessa, dopo aver messo in iscritto il tradimento fatto dal marito e da Livilla a Druso Cesare.

Intanto batteva forte il cuore a Tiberio nell’isola di Capri per sospetto che non riuscisse bene la meditata impresa; ed avea ordinato che, per fargli sapere il più presto possibile la nuova, si dessero segnali da’ luoghi alti, frapposti tra Roma e Capri; salì egli in quel dì sul più eminente scoglio dell’isola, aspettando quivi il lieto avviso. Per altro aveva egli preparato delle barchette, affinchè, se il bisogno l’avesse richiesto, potesse ritirarsi in sicuro con esse ad alcuna delle sue armate. Scrivono eziandio, aver egli dato ordine a Macrone, che qualora fosse insorta qualche fiera sedizione in Roma, cavasse dalle carceri Druso figliuolo di Germanico, e il presentasse al senato ed al popolo, con dichiararlo anche imperadore a nome suo. Il fine della tragedia di Sejano fu poi principio d’altre gravi turbolenze, che sconcertarono non[p. 92] poco il senato e la nobiltà romana. Il popolo già commosso, a qualunque dei favoriti di Sejano, che gli cadesse nelle mani, levava la vita. Anche i pretoriani sdegnati si misero a saccheggiare e bruciar delle case. Cominciarono poi dei duri processi contro dei senatori e d’altri nobili, che più degli altri s’erano fatti conoscere parziali di Sejano. Molti furono condannati, e con ignominiosa morte puniti; altri relegati; ed altri da sè stessi si abbreviarono la vita. Tutto era pieno di accusatori, e si rivangavano i processi e le condanne, gastigando chi avea giudicato come per istigazion di Sejano. Si tenne per certo, che le tante adulazioni del senato verso il medesimo Sejano, e gli onori straordinari a lui vilmente accordati, contribuissero non poco ad ubbriacarlo e farlo precipitare. Però lo stesso senato decretò che in avvenire si procedesse con gran moderazione in onorar altrui, nè si potesse giurare se non pel nome dell’imperadore. Contuttociò nel medesimo tempo volle esso senato concedere a Macrone il grado di pretore, e a Lacone quel di questore, oltre ad un regalo in danari; ma essi, addottrinati dal recente esempio, nulla vollero accettare. Incredibil fu la gioja di Tiberio, allorchè si vide sbrigato da Sejano. Ciò non ostante, la sua mirabil politica gl’insegnò di non ammettere all’udienza sua alcuno de’ tanti senatori e cavalieri che erano corsi o erano stati spediti dal senato, per significargli la fortunata riuscita dell’affare. E il console Regolo, che l’avea in ciò ben servito, fu costretto a tornarsene indietro senza poterlo vedere. Si figuravano molti, che liberato Tiberio dal giogo, dai mali ufizj e da’ sospetti di Sejano, avesse da lì innanzi da fare un governo dolce. Troppo s’ingannarono: sempre più egli imperversò. E giacchè era venuto in cognizione, per la deposizion sopraccennata della moglie di Sejano, degli autori della morte di Druso suo figliuolo, contro d’essi ancora con tutto rigore


Note

  1. Norisius, Epist. Cens.
  2. Thesaurus Novus Inscription., pag. 302, num. 4.
  3. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.
  4. Dio., lib. 58.
  5. Tacitus, lib. 6, c. 25.