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Anno 223

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Anno di Cristo CCXXIII. Indizione I.
URBANO papa 2.
ALESSANDRO imperadore 2.
Consoli

LUCIO MARIO MASSIMO per la seconda volta e LUCIO ROSCIO ELIANO.

Dappoichè tolta dal mondo fu la peste dell’impuro Elagabalo nell’anno precedente, Marco Aurelio Severo Alessandro, che si trovava nel quartiere dei pretoriani, con alte voci fu da essi proclamato Imperadore Augusto1922, e condotto fra i viva del popolo al palazzo cesareo. Di là passò egli al senato, dove con allegrissimi concordi voti fu confermato a lui l’imperio, e conferita la podestà tribunizia e proconsolare col nome di padre della patria. Tutto ciò fatto ad un tempo stesso, parte perchè il titolo di Cesare già a lui dato gli avea acquistato il diritto a questi onori, e parte perchè la conosciuta sua morigeratezza gli avea preventivamente conciliato l’amore d’ognuno. L’essere egli stato perseguitato da Elagabalo avea servito a renderlo più caro tanto ai soldati che ai senatori, tutti oramai troppo stomacati della sozza e pazza vita di quell’Augusto animale. Leggonsi in Lampridio le nobili acclamazioni fatte dal senato ad Alessandro, unite alle detestazioni dell’infame suo predecessore. Volevano quei padri ch’egli assumesse il nome di Antonino assai conveniente al suo buon naturale; ma egli con bella grazia si mostrò non ancor degno di portare un sì venerabil nome. Molto più ricusò il titolo di Grande, esibitogli dal senato, per unirlo a quel di Alessandro, con dire di meritarlo molto meno, perchè nulla di grande avea operato fin qui: la qual moderazione di animo gli acquistò più credito che se lo avesse accettato. Il nome di Marco Aurelio non si sa bene se lo assumesse perchè fu adottato da Elagabalo che usava quel nome, o pure perchè fu creduto figliuolo di Caracalla, appellato anch’esso Marco Aurelio. Quanto al nome di Severo, verisimilmente lo prese egli per essere (falso o vero che fosse) nipote di Severo Augusto, e non già, come vuole il suddetto Lampridio, pel suo vigore e costanza nell’esigere la militar disciplina dai soldati. Di questa sua fermezza e rigore egli diede i segni, non già sui principii del suo governo, ma nel progresso del tempo; e noi abbiam le monete1923 anche nell’anno precedente, nelle quali è chiamato Marco Aurelio Alessandro Imperadore. Che età avesse egli allorchè fu assunto al trono, non si può decidere. Erodiano1924 gli dà circa tredici anni. Dione1925, siccome già accennai, il fa maggiore di età di Elagabalo: il che se si accorda, egli avrebbe avuto più dieciotto anni. Quel che sappiam di certo, era egli molto giovinetto, e perciò tanto più dee comparire mirabil cosa ch’egli sì lodevolmente cominciasse, e più gloriosamente proseguisse il governo del romano imperio. Certo l’età sua e la [p. 771 modifica]poca sperienza del mondo non erano sul principio bastevoli a sostener con onore un tal peso; e il senato avea già fatto un decreto che niuna donna potesse da lì innanzi sedere in senato. Perciò la vecchia sua avola Giulia Mesa, e la madre sua Giulia Mammea, desiderose della vera gloria del nipote e figliuolo, o scelsero esse, o pur vollero1926 che il senato eleggesse sedici senatori, i più riguardevoli per l’età, per la saviezza e dottrina, e per probità dei costumi, che si trovassero in Roma, i quali servissero di assessori e consiglieri al giovinetto principe. Così fu fatto1927. Fra gli altri scelti si contano Ulpiano, Celso, Modestino, Paolo, Pomponio e Venuleio, insigni giurisconsulti; Fabio Sabino, Catone dei suoi tempi; Gordiano, che fu poi imperadore, Catilio Severo, Elio Sereniano, Quintilio Marcello ed altri, tutti personaggi di sperimentata integrità. Nè il savio giovine Augusto da lì innanzi solea dire o far cosa alcuna in pubblico senza la loro approvazione: maniera di governo quanto lontana dalla tirannica precedente, tanto più cara al senato, al popolo ed ai soldati. Dal consiglio di uomini tanto onorati e saggi fu creduto che procedesse la gloria del suo principe, e la felicità da lui procurata ai suoi popoli. La prima plausibil azione sua fu di restituire ai templi le statue e robe preziose tolte loro dal capriccioso predecessore, e di bandire da Roma il dio Elagabalo, o sia quella ridicola pietra, con rimandarla al suo paese di Emesa. Quindi nettò la corte da un prodigioso numero di persone inutili o ridicole, o la maggior parte infami, che aveano in addietro servito all’oscena ed abbominevol vita di Elagabalo. Tutti i di lui nani, buffoni, musici, commedianti, eunuchi ed altri di peggior condizione, si videro esposti alle fischiate del popolo, o donati agli amici, o venduti come schiavi o banditi. Si stese il medesimo espurgo al senato e a tutte le cariche e ministeri civili conferiti dal malvagio Elagabalo ad uomini vili, inabili ed anche infami. Tutti costoro tornarono alla lor primiera bassa fortuna, e furono a quella dignità e a quegli uffizii promosse persone dabbene, intendenti delle leggi e gelose del proprio onore. Si vide rifiorire anche la milizia, con darsi gl’impieghi più onorevoli a chi avea dato maggiori pruove del suo valore e della sua prudenza nelle passate congiunture. In questa maniera non andò molto che si vide risorgere ad un tranquillo e felicissimo stato Roma e l’imperio romano, tanto sconvolto e svergognato in addietro dal ribaldo e stolto Elagabalo.