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Anno di Cristo CXCVII. Indizione V.
ZEFIRINO papa 1.
SETTIMIO SEVERO imperad. 5.
Consoli

APPIO CLAUDIO LATERANO e RUFINO.

La cagione per cui si sconcertò la buona armonia fra Severo Augusto e Decimo Clodio Albino Cesare, secondo il costume l’uno la rifondeva sull’altro. A Severo veniva riferito1622 che Albino nella Bretagna si abusava dell’autorità a lui data, facendola più da imperadore che da Cesare. Anzi Dione aggiugne aver egli scritte lettere a Severo, con pretensione d’essere dichiarato Augusto. Dicevasi inoltre che alcuni de’ principali del senato segretamente scriveano ad Albino, esortandolo a venirsene a Roma, mentre Severo soggiornava in Levante, con sicurezza d’essere ben accolto. Nè si potea negare che tutta la nobiltà romana inclinasse più ad Albino, per esser egli nato da nobilissima famiglia in Africa: almeno così pretendeva egli, benchè Severo ciò tenesse per falso. Era anche creduto d’indole mansueta ed amabile, contuttochè Capitolino1623 diversamente ne parli. Certo è altresì che a Severo mancava il pregio della nobiltà, e l’opere sue spiravano solamente crudeltà. Dall’altro canto poi in cuor di Albino stavano non poche spine, perchè gli amici suoi gli andavano picchiando in capo che non si fidasse di Severo, uomo di niuna fede, pieno di frodi e d’insidie, il quale avendo due figliuoli, non si potea mai presumere che intendesse di esaltare e preferir Albino in pregiudizio d’essi. La diffidenza conceputa da Albino passò dipoi in certezza; imperciocchè Severo alterato contro di lui, sulle prime pensò di sbrigarsene con ricorrere ad inganni, e fingere ottima volontà verso di lui in iscrivendo al senato e a lui, per poterlo assassinare. Spedì in Bretagna corrieri fidati con ordine di parlargli in segreto, e di ammazzarlo, se potevano; o pure di levarlo di vita col veleno. Albino, che stava all’erta, e prima di dar udienza facea ben indagare se le persone portavano armi addosso, accortosi di questa mena1624, fece pigliar quei corrieri, e ricavata co’ tormenti la verità, ordinò che fossero impiccati. Ed ecco manifestamente in rotta Albino e Severo. Allora, per consiglio de’ suoi, Albino prese il titolo e le insegne d’Imperadore, e raunata gran copia di soldatesche, passò nel presente anno nella Gallia, dove si studiò di tirar nel suo partito quante città mai potè. S’ebbero ben a pentirne quelle che il seguitarono. Severo, che già era in marcia coll’esercito suo venendo dalla Soria, premise ordini pressanti, affinchè si fornissero di armati i passi dell’Alpi, per sospetto che Albino tentasse di penetrar in Italia. Racconta Dione1625, che saltata fuori questa nuova guerra civile, gran bisbiglio e mormorazione ne fu in Roma. Amavano Albino, loro dispiacevano le conseguenze funeste della guerra per le tante spese e per lo spargimento del sangue de’ cittadini; e però in pieno teatro se ne lamentarono. Venne intanto ordine al senato di pubblicar il bando contra di Albino, e tosto fu eseguito. Anche nell’anno precedente si può credere che seguisse qualche conflitto nella Gallia fra le genti di Albino e quegli uffiziali che tuttavia conservavano la fedeltà a Severo, scrivendo Capitolino che i capitani d’esso Severo ebbero delle busse. Ed abbiam qui un’avventura curiosa narrata da Dione1626. Un certo Numeriano, che insegnava grammatica ai fanciulli in Roma, essendogli salito al capo un pensier bizzarro, se n’andò nella Gallia, e facendosi credere alla gente [p. 667 modifica]un senatore spedito da Severo per mettere insieme un corpo d’armata, raccolse a tutta prima alcune poche truppe, colle quali diede la mala pasqua ad alquanta cavalleria d’Albino, e fece dipoi altri bei fatti in favor di Severo. Ne andò l’avviso ad esso Severo, che credendolo veramente senatore, gli scrisse lodandolo, e comandando che accrescesse il suo esercito. L’ubbidì Numeriano, nè solamente fece varie prodezze contra di Albino, ma inviò anche a Severo un milione e mezzo di danaro adunato in quelle contrade. Finita poi la guerra, si presentò a Severo, nè gli tacque cosa alcuna. Avrebbe potuto ottener molta roba ed onorevoli posti, ma altro non accettò che una lieve pension da Severo, bastante a farlo vivere in villa con tutta quiete. Stavasi anche Albino come in pace nella Gallia, godendo di quelle delizie, quando gli giunse la disgustosa nuova che Severo coll’esercito suo era già dietro a passar l’Alpi per entrar nella Gallia. Allora venne a postarsi a Lione con tutta l’oste sua. Succederono varie scaramucce1627, e in un fatto d’armi riuscì alle genti di Albino di sconfiggere Lupo generai di Severo con istrage di molti soldati. Era impaziente Severo, e voleva una giornata campale, decisoria della gran lite, fidandosi molto nelle sue agguerrite milizie, avvezze già alle vittorie, che ascendevano a cinquantamila combattenti. Un egual numero si pretende che ne avesse anche Albino, gente di non minor valore e sperienza nel suo mestiere. Però attaccatasi la feroce e sanguinosa battaglia in vicinanza di poche miglia a Lione1628 nel dì 19 di febbraio, amendue le parti combatterono con incredibil bravura ed ostinazione. Stette lungamente in bilancio la fortuna dell’armi, quando l’ala sinistra di Albino piegò, e fu interamente rovesciata sino alle sue tende, intorno allo spoglio delle quali si perderono i vincitori. Per lo contrario l’ala destra diede una terribile percossa alle genti di Severo. Secondo lo stratagemma usato non poco allora, aveano quei di Albino fabbricate delle fosse coperte di terra, dietro alle quali stavano saettando mostrando paura. Inoltratisi i Severiani precipitarono dentro, laonde di essi e dei cavalli fu fatto un gran macello. Retrocedendo gli altri spaventati, misero in confusione ogni schiera. Allora accorse Severo coi pretoriani; ma fu così ben ricevuto da quei di Albino, che uccisogli sotto il cavallo, corse pericolo di restar morto o prigione. Erano già in rotta tutti i suoi, quando egli, stracciatasi la sopravveste e collo stocco nudo in mano, si mise innanzi a’ suoi fuggitivi. La sua voce e presenza bastò a farli voltar faccia, e a ripulsare i nemici. Non s’era mosso finora Leto col suo corpo di riserva, e fu detto dipoi per isperanza che amendue gl’imperadori perissero, e che susseguentemente l’una e l’altra fazione desse a lui lo scettro imperiale, oppure che egli differisse tanto, per unirsi con chi fosse vincitore. Questa ciarla vien da Erodiano1629, il quale aggiugne, da ciò essere proceduto che Severo, invece di ricompensar Leto, come gli altri generali, gli levasse nell’anno seguente la vita. Ora Leto, veggendo superiore Severo, con sì duro assalto piombò anch’egli addosso alle squadre di Albino, che finì di sconfiggerle. Ma immenso fu il numero de’ morti e feriti non men dall’una che dall’altra parte; e se vogliam credere ad un’usata maniera di dire degli storici, il sangue scorreva a ruscelli nei fiumi, di maniera che se i vinti piansero, nè pure risero i vincitori. Il padre Pagi1630 riferisce all’anno seguente tutta questa tragedia; ma è ben più verisimile ch’essa appartenga all’anno presente. La città di Lione, dopo la vittoria di Severo, divenne il teatro della crudeltà. Fin colà inseguì Severo i fuggitivi1631, ed [p. 669 modifica]entrate le sue genti in quella città, la misero a sacco, e poi la bruciarono. Erasi ritirato Albino in una casa sulle rive del Rodano. Allorchè prese la risoluzion di fuggire, non fu più tempo, perchè erano occupati i passi; però diede fine alla sua tragedia con uccidersi di propria mano1632. Altri il dissero ucciso da’ soldati, o pure da un servo, e condotto mezzo morto davanti a Severo, il quale ne mandò il capo a Roma, con lettere al senato, dolendosi forte in esse, perchè tanti de’ senatori avessero portato amore a costui, e desiderato di vederlo vincitore: il che atterrì non poco quell’augusto corpo. Sfogò poscia Severo la rabbia sua contro il cadavero dell’estinto Albino1633; perdonò bensì a tutta prima alla moglie e a due figliuoli di lui; ma da lì a poco li fece svenare e gittare nel Rodano. Aveva egli avuta l’attenzione di far occupar tutta la segreteria d’Albino, per conoscere i di lui corrispondenti. Quanti ne trovò fece di poi morire. Tutta la famiglia d’Albino, e i suoi nobili amici della Gallia e della Spagna, perderono la vita, sì uomini che donne. Altrettanto avvenne appresso in Italia, perchè non si perdonò a persona scoperta parziale dell’estinto Albino. Era implacabil Severo contro a tutti; e perchè uno de’ nobili infelici, che suo malgrado si trovò involto nel partito contrario, gli dimandò1634, cosa desidererebbe egli, se la fortuna gli fosse stata contraria, e si trovasse ora ne’ panni di lui: crudelmente gli rispose: Soffrirei con pazienza quello che tu hai ora da sofferire1635, e il fece ammazzare. Tutti i beni di coloro che Severo condannò a morte, furono confiscati ed applicati all’erario privato d’esso imperadore, a cui riuscì facile di premiare ed arricchire tutti i suoi soldati e i lor figliuoli, perchè si trattò d’incredibil confisco. Non tornò poi così tosto la quiete nella Gallia, essendovi restati dei partigiani d’Albino, che fecero testa, finchè poterono, con prevaler infine la maggior forza di Severo, il quale in questi tempi divise in due provincie la Bretagna, non la volendo più sotto il governo d’un solo. Poscia mossosi dalla Gallia a gran giornate, siccome suo costume era, sen venne a Roma, menando seco tutta l’armata per maggiormente atterrire i Romani, che tutti già tremavano, conoscendo che mal uomo fosse questo, e specialmente per le terribili lettere mandate innanzi. Entrò nella gran città, accolto con incessanti Viva dal popolo tutto laureato e in gala, e dal senato in corpo: acclamazioni nondimeno uscite dalla bocca, ma non dal cuore. Furono lieti questi primi giorni, perchè egli diede un suntuoso regalo al popolo1636, ed allargò la sua liberalità sopra i soldati, donando loro più di quello che mai avesse fatto alcuno de’ suoi predecessori, con accrescere loro la porzione del grano, e conceder anche ad essi di poter portare anelli d’oro, e il tener mogli o pur donne in casa: cose non permesse dianzi dalla militar disciplina, e che servirono poi al loro lusso, e a snervar il vigore della milizia romana. Ma Severo, purchè si facesse amar dai soldati, null’altro curava, esigendo solamente d’esser temuto dagli altri. Andò poscia al senato, e confessa Dione1637 che un gran ribrezzo corse per l’ossa sue e di tutt’i suoi colleghi, allorchè lo udirono entrar nelle lodi di Commodo Augusto, di cui avea già cominciato ad intitolarsi fratello1638, inveendo contro al senato perchè avea caricato esso Commodo d’ignominia, e dicendo che la maggior parte d’essi senatori menavano una vita più scandalosa di lui, e al pari di lui facevano da gladiatori. Passò ad esaltare Silla, Mario e i primi anni del governo d’Augusto, ne’ quali di gran [p. 671 modifica]faccende ebbero le mannaie e le scuri, pretendendo che questa fosse la maniera più sicura di quetare l’imperio, di estinguere le fazioni, di prevenir le ribellioni, e non già quella troppo dolce e pietosa di Pompeo e di Giulio Cesare, che fu la loro rovina1639. Massime detestabili e contrarie alla vera politica; imperciocchè la crudeltà e l’eccessivo rigore fanno divenir segreti nemici anche gli amici; laddove la clemenza, adoperata a tempo, muta i nemici in amici, ed util pruova ne aveano sempre fatto i principi e buoni e saggi. Andarono a terminar questi tuoni in fulmini, perchè messe fuori le lettere scritte da vari senatori ad Albino, contò per grave delitto ogni menoma espression d’amicizia verso di lui. Perdonò, è vero, a trentacinque d’essi senatori per farsi credere clemente, e li trattò sempre da lì innanzi come amici; ma ne condannò senza processo a morte ventinove altri, fra’ quali Sulpiciano suocero di Pertinace Augusto. Sparziano1640 ne nomina fin quarantadue della principal nobiltà di Roma, la maggior parte stati consoli, o pretori, o in altre riguardevoli cariche. Erodiano dice di più1641, cioè ch’egli levò dal mondo i più nobili e ricchi delle provincie, sotto pretesto che fossero fautori d’Albino, ma effettivamente per sete dei lor beni, perchè egli era non mai sazio di raunar tesori. Tra i fatti morire, uno fu Erucio Claro1642, già stato console. Gli prometteva Severo la vita, purchè volesse rivelare ed accusare chi aveva tenuto la parte d’Albino; ma egli protestò che morrebbe più tosto mille volte, che di far sì brutto mestiere, e si lasciò in fatti uccidere. Non così operò Giuliano, che s’indusse a far quanto volle Severo, e si salvò. Caro nondimeno gli costò questa vile ubbidienza, perchè Severo il fece ben ben tormentare, acciocchè più giuridiche comparissero le di lui deposizioni. Osserva il Tillemont1643 che Tertulliano1644 vivente in Africa in questi tempi animava i martiri cristiani a sofferir i tormenti e la morte coll’esempio di tanti nobili romani che Severo avea sagrificati al suo furore, nè merito alcuno acquistavano colla lor pazienza. Imperciocchè sotto Severo infierì di nuovo la persecuzion de’ Pagani contro chi professava la fede di Cristo. Ed appunto si crede che in quest’anno san Vittore papa celebre terminasse col martirio, e che a lui succedesse Zefirino. Ad una specie di frenesia attribuì Sparziano1645 l’avere l’Augusto Severo preso ad onorar la memoria di Commodo Imperatore, con dichiararsi, come accennai, suo fratello: del che si truova memoria in qualche iscrizione. Volle egli inoltre che il senato suo malgrado decretasse gli onori divini a sì screditato Augusto: il che sempre più fa scorgere la pazzia di una religion tale, che dovea tener per dio un principe lordo di tutti i vizii. E fin qui era vivuto in pace quel Narciso atleta che strangolò Commodo. Severo, divenuto protettore e panegirista di Commodo, fece in quest’anno gittare costui nel serraglio dei lioni. Per essersi egli dichiarato fratello d’esso Commodo e figliuolo di Marco Aurelio1646, Pollenio Sebennio, uomo avvezzo a proferir dei motti arguti, ebbe tanto animo di dire a Severo, che si rallegrava con lui, perchè avesse trovato il padre, quasi che il vero suo padre per la bassezza de’ suoi natali non si sapesse. Pure il sì accorto Severo non si avvide della burla. Venne1647 appunto a trovarlo, non so dove, una sua sorella, maritata già poveramente in Leptis città dell’Africa, con un suo figliuolo; Severo la regalò da par suo, e creò anche senatore suo figlio; ma, vergognandosi ch’ella [p. 673 modifica]nè men sapesse parlar latino, la rimandò a casa. In breve tempo quel figliuolo terminò i suoi giorni. Secondo i conti di Sparziano, accrebbe Severo in quest’anno gli onori a Bassiano suo primogenito, appellato già Marco Aurelio Antonino, e da noi chiamato Caracalla, designandolo1648 suo successore, e facendogli dare dal senato gli ornamenti imperiali. Erodiano1649 vuole che il dichiarasse anche collega nell’imperio; intorno a che hanno disputato gli eruditi, e i più convengono doversi riferire all’anno seguente cotesti onori, non essendo già probabile, come vorrebbe il padre Pagi1650, che Severo concedesse in quest’anno la tribunizia podestà a Caracalla, e che solo nel seguente gli fosse confermata dal senato. Gran tempo era che il senato faceva tutto quanto comandavano i dominanti Augusti, e bastava che aprissero la bocca per essere tosto ubbiditi. Sembra poi, secondo il suddetto Erodiano, che in quest’anno l’Augusto Severo, dopo essersi fermato per qualche tempo in Roma, marciasse di nuovo coll’armata in Oriente: del che mi riserbo di parlare nell’anno seguente.