Alcippo (1834)/Atto primo

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Persone della favola Atto secondo
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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Clori, e Megilla.

Clo. Questo sì forte, e così ben guernito
     Arco, di che ti parlo,
     Cara Megilla, intra le nostre selve
     Oggi provar m’è tolto,
     E con quanto dolor non saprei dirti;
     Sono costretta da costume usato
     A ritrovar Licasta;
     L’undicesimo giorno
     Oggi rivolge a punto,
     Che fatta madre d’un gentil fanciullo,
     Giacesi in letto afflitta
     A questi incomparabili diletti
     Non voler metter fine;
     Lascia, ch’altri sopponga
     Il collo a’ gioghi maritali, e prenda
     Legge da’ cenni del consorte; indarno
     Furo uditi i consigli,
     Ella divenne sposa,
     Ora è venuta madre, e si tormenta
     Da fiera febbre, e tardi
     Da non picciola febbre,
     Oh quante volte io le diceva in caccia
     Per le foreste alpine;
     Licasta, a questi studj,
     Credo, ch’ella si penta.
Meg. Clori, se tuoi consigli
     Prendessero le Ninfe,
     Ben picciol tempo andrebbe,
     Che queste nostre selve
     Non avrebbono Ninfe;
     Mira, ch’errar per monti,
     E dar morte a le fere
     Forse ci mette in petto
     Assai men di diletto,
     Che rimirarci intorno fanciulletti,
     I quai siano sostegno

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     Alla nostra infermissima vecchiezza
     E siano poscia eredi
     Di nostri cari armenti
     Allor che sarem spenti.
Clo. Metti pur cura a raunare armenti,
     Non verran meno eredi;
     Quanto al sostegno dell’etade inferma
     Che risponder poss’io?
     Salvo, che bene spesso odo tra vecchi
     Non leggiere querele
     Sovra il costume de’ figliuoli; e spesso
     Chiamarli non conforto,
     Ma lor pena, e tormento,
     E non sanno trovar chi gli consoli.
Meg. Ciò non avvien sovente,
     Anzi di rado avviene;
     Ma pure è tenerezza oltra misura
     Mirare i semplici atti ed ascoltare
     II rotto favellar, che, balbettando,
     Ti fanno intorno i figli
     Scherzando, e vezzeggiando.
Clo. Che non dici più tosto
     Udire un lungo suono
     De’ vagiti notturni?
     È ben dolce ad udir su verdi rami
     Il vago rosignuolo,
     Che se risplende il Sole,
     O se la notte adombra
     I gran campi dell’aria,
     Non mai si stanca d’iterar le note
     O gioconde, o dogliose
     A sentir dilettose;
     Dolce ad udire il mormorar de’ rivi,
     Il susurrar dell’aria infra le fronde,
     Ma non è dolce il pianto
     De’ tuoi bambini in fascie;
     Pensa a l’orror dei monti;
     Al fresco de le valli:
     Torniti a mente un praticel fiorito
     E tra le selve il corso
     De lo scoperto lupo,
     O del cinghial ferito,
     Il trasvolar de’ cervi
     O sul giogo de’ monti, o lungo il fiume,
     E dietro il can, che palpitando anch’egli
     Per l’orme a pena impresse
     Par, che metta le piume;
     Questi sono piacer, sono diletti,
     Questa è vita tranquilla;
     Così si gode, o cara,
     E diletta Megilla.
Meg. Oh la vista de’ prati,
     De’ monti e delle valli,
     De le fresche riviere
     Non si concede al guardo de le spose?
     Non ponno saettar? non tendere archi?
     Non dar morte a le fere?
Clo. Come errar per le selve)
     Donna può, ch’abbandona a le capanne
     E fanciulli, e fanciulle?
     Non può tergere i dardi,
     Ne fornir le faretre,
     Ed aver per la mente, e fascie, e culle;
     Non è cosa gioconda
     Senza la libertate,
     Così credo io; tu spendi questo giorno
     Giocosamente e su per gli alti gioghi,
     E disiami teco,
     Che teco io veramente A
     Verrò per le foreste,
     E sarò con Licasta
     Col corpo solamente.

SCENA SECONDA

Megilla.

Lasso me; d’ora in ora
     Veggio più chiaramente,
     Più tristo, e più dolente
     Uscire i miei pensieri;
     Io credei con questi abiti mentiti,
     E farmi intra le Ninfe
     Compagna Clori e procacciar conforto,
     Ed aprirmi la strada
     A le nozze bramate,
     E trovar refrigerio a’ gravi ardori;
     Lasciai d’Elide i campi,
     Ove soavemente era cresciuto,
     Venni a’ monti d’Arcadia,
     E qui non conosciuto
     A mia voglia dimoro
     Sempre con esso lei,
     Che solo al mondo onoro;
     Ma fuor di quelle labbra uscir le voci
     Vêr l’amorosa fiamma
     Io non sento giammai se non feroci;
     In quel nobile core
     Solamente è desio d’archi, e faretre;
     Ama predar le selve,
     Nè d’altro sente amore;
     Dunque giojosamente
     I fortunati amanti
     Menino l’ore appresso
     Le lor dilette Ninfe;
     Mirino mansueti i lor sembianti,
     Ascoltino parole, osservino atti,
     Che mantengano viva,
     E facciano fiorir la lor speranza;
     A me tristo, infelice
     Altro omai non avanza
     Salvo che vagheggiar quella bellezza,
     La qual, s’udrà giammai
     Esser da me con ogni fede amata,
     Si colmerà d’asprezza;
     Sotto fiero tormento,
     E senza ombra di speme.
     Di tutto quel, ch’Amore
     A’ servi suoi comparte,
     È rinchiusa la strada al mio desire,
     Solamente col guardo
     Io posso procacciarmi alcuna aita,
     E per si fatto modo
     O vivere o morire;
     Belle selve d’Arcadia
     Da voi darassi esempio
     A la futura etate,
     Si come alta beltate
     Fosse altamente amata; e come insieme
     Durasse un cor fedele