Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Campagna aperta. Notte con cielo stellato. Padiglione da un Iato con sedile alquanto eminente per Zoroastro, ed altri sedili più bassi

.

Zoroastro, Teocrate, Cleonte, Sidone, Lisimaco e Guardie.

Zoroastro. In questa chiara notte, in cui senz’alcun velo

Brillano agli occhi nostri le fiaccole del cielo,
Sudditi miei fedeli, de’ bei studi invaghiti,
A profittar del tempo siam non invano usciti.
Apprendere vi feci di varie stelle il nome:
Esperò voi miraste quando s’estingua e come.
Indi, se non vi stanca la faticosa impresa,
Da voi sarà la forza delle influenze intesa;
Mentr’io primiero in Asia nell’astronomic’arte,
Render vo’ i miei vassalli di tale scienza a parte.

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Teocrate. Signor, a tua bontade grazie rendiam noi tutti

De’ studi tuoi sublimi partecipando i frutti.
Tua mercè penetrando le stelle alme lucenti,
Titolo al mondo avremo di maghi e di sapienti.
E a te cui la natura nota è di ciascun astro,
Il misterioso nome convien di Zoroastro.
Lisimaco. (Teocrate 1 invasato crede il monarca un nume.
Io seguo degl’increduli il facile costume). (da sè

Sidone. Oh Battriana felice! Oh regno fortunato,
Sotto di un tal maestro, dai Cieli illuminato!
Oh quante belle cose non conosciute innanti!
Lisimaco. (Sidone è uno stordito. È il fior degl’ignoranti), (da sè
Cleonte. Sapientissimo sire, figlio del sommo Giove,
Discopritor felice d’alte notizie e nove,
Debitrice la terra a’ studi tuoi preclari,
Al nome tuo sublime inalzerà gli altari.
Lisimaco. (L’adulator Cleonte parla mendace astuto.
So che qual io non crede, e finge aver creduto). (da sè
Zoroastro. Lisimaco, non parli? Ancora in tuo pensiero
A dubitar persisti?
Lisimaco.   Signor, parlo sincero:
Venero i tuoi precetti, ma dal poter degli astri
Dipendere non credo i beni od i disastri.
Zoroastro. Arte non è infallibile quella di cui ragiono,
Pure a me con tal arte seppi predire il trono.
Sta l’avvenire, è vero, chiuso nel sen del fato,
Solo ad occhio immortale il penetrarvi è dato;
Ma può dell’alte stelle il folgorante aspetto
Più all’un che all’altro evento mostrar l’uomo soggetto,
E salvo quell’arbitrio cui scorta è la ragione,
Dee risentir ciascuno la sua costellazione.
Sidone. Signor, di tale scienza tanto son persuaso,
Che nulla in questo mondo credo succeda a caso.
La vastità del cielo sembrami un libro aperto,

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In cui quel che ha da essere, scritto si vegga e certo;

E quei lumi infiniti che in ciel veggiamo accesi,
Caratteri li credo da tutti non intesi.
Deh! tu che li capisci, tu che gl’intendi appieno,
Quel che di me sta scritto, fa ch’io rilevi almeno.
Vorrei saper se in vita avrò propizia sorte,
Vorrei saper di certo il dì della mia morte,
E quando sarò giunto al termine fatale,
S’io morirò strozzato dal medico o dal male.
Zoroastro. Sidone, il tuo talento atto agli studi è poco.
Fra i magi d’Oriente non meriti aver loco.
Se hanno i compagni tuoi tal pensamento insano,
La cognizion degli astri spero diffusa invano.
Teocrate. Io tua mercè, signore, fra gli orbi a noi distanti
Scorgo le stelle fisse, scorgo le stelle erranti,
E appresi fra quest’ultime, condotte a varie mete,
Discernere i pianeti, conoscer le comete.
So che di varie stelle le figurate unioni
51 chiamano asterismi, ovver costellazioni,
Fra quali Tauro, Ariete, i Gemini2, il Leone,
La Vergine, la Libbra, il Cancro e lo Scorpione,
L’Acquario, il Sagittario, i Pesci, il Capricorno
Nel nostro firmamento stan del Zodiaco intorno;
E Venere e Mercurio, Giove, Marte e Saturno
E la pallida Luna e il chiaro Sol diurno
Per quella via passando con regolato impegno,
S’incontrano sovente in questo od in quel segno;
Indi tal congiunzione, per quanto osservar lice,
Al mondo e a noi mortali qualche avvenir predice.
Quando, signor, nascesti, Giove in giulivo aspetto
Congiunto al quarto segno ha il regno a te predetto,
Ed in virtù degli astri, in cui s’avvolge il fato,
Di Battriana al soglio fosti dai voti alzato.
Zoroastro. Sì, dall’umile tetto, donde sortii alla luce,

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Salsi all’augusto trono, e ne fu Giove il duce;

Ma fu del Ciel ministro l’ affetto vostro, o amici;
Voi secondar sapeste i fortunati auspici.
Ed io godendo un bene, di cui motore è il fato,
A voi che l’offeriste, non deggio esser ingrato.
Cleonte. Ah! no, signor, cotanto non ti abbassar con noi;
Dal sen della lor stella discendono gli eroi.
Rege tu fosti eletto lassù fra gli astri ardenti,
Nè merito pon farsi di ciò le umane genti.
E se in tuo pro si udirono i voti nostri uniti,
Son per violenza ignota dal nostro petto usciti.
Lisimaco. Vano poter degli astri a noi non tolga il vanto
D’avere a Zoroastro concesso il regal manto,
Nè a lui scemi quel merto che gli acquistò un tal dono.
Le sue virtù lo alzarono, e non le stelle, al trono.
Giove guidollo, è vero, a gloriosa meta,
Non però quel tal Giove che odo chiamar pianeta;
Ma quel che col sublime poter di sua virtute
Creò le chiare stelle da noi mal conosciute.
A penetrar più oltre non giugne il mio intelletto;
Non scemo a Zoroastro per questo il mio rispetto.
E a lui giorni felici pregano i voti miei
Non dalle sorde stelle, ma dai possenti Dei.
Zoroastro. Amo del buon Lisimaco il cuor candido e sciolto,
E i sinceri suoi detti senza sdegnarmi ascolto.
Non per rimproverarti, dirò che mal tu pensi,
Ma perchè l’intelletto dee prevalere ai sensi.
Chi delle stelle i moti discernere procura.
Più da vicin conosce l’autor della natura.
E nulla a lui si toglie dei suo poter divino,
Fissando nelle stelle le leggi del destino;
Poiché d’ogni pianeta la forza ed il potere,
Se ordinato è dal Nume, risponde al suo volere.
L’invisibile destra che regge il mondo e il cielo,
Di noi fatture elette pose alla mente un velo.

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Ma pur da questo velo l’occhio talor penetra

Nel sen della natura, e può salir sull’etra.
Ei che il mondo costrusse col suo saper sovrano,
Nel cielo e nella terra opra non fece invano.
E dei pianeti il corso che mai non preterisce,
Al mondo sublunare si adatta ed influisce.
Però chi l’occhio inalza del ciel fra gli ampi vani,
Degli astri e delle sfere può penetrar gli arcani,
Non quei che a sè riserba l’autor dell’alta sede,
Ma quei che ai studi nostri di ravvisar concede;
Sui moti inalterabili fondasi tal scienza,
Ed è dei vaticini maestra l’esperienza.
(odesi di lontano il suono di trombe
Teocrate. Odi il suon militare scender dal colle aprico?
(a Zoroastro
Zoroastro. Ite a scoprir, miei fidi, amico se è, o nemico.
Cleonte. Io ne andrò, se il concedi; ma ti assicura intanto
Che siam dalle milizie difesi in ogni canto;
E in virtù del comando, che a me tuo servo hai dato,
Posso d’ogni sorpresa assicurar lo stato.
Zoroastro. Va, la tua fè mi è nota. (a Cleonte
Cleonte.   (Esser dovria Semira,
Che in mio poter fidando, a questo regno aspira).
(da sè, e parte

SCENA II.

Zoroastro, Teocrate, Sidone, Lisimaco, Guardie.

Teocrate. Signore, il suon che sembra scorta di stuol guerriero

In queste ore notturne, non par senza mistero.
Lisimaco. Dei Sciti e degli Assiri deesi temer l’inganno.
Nino è figlio di Belo, dei popoli tiranno;
E il genitore estinto avrà nel cor del figlio
L’avidità trasfusa e il barbaro consiglio.
Zoroastro. Belo fu mio nemico; Belo superbo altero

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So che aspirò dell’Asia all’assoluto impero.

E mal soffria vedere in Battriana alzato
Trono che in guerra e in pace l’onor gli ha contrastato.
Ora di lui non resta che un figlio amico3 imbelle,
E sul destin che il domina già consultai le stelle.
Vidi che il garzon folle, ch’ebbe di Nino il nome,
Amerà più del trono begli occhi e belle chiome.
E più che a re conviene, lascivo, effemminato,
Scherno sarà dei popoli e dai vassalli odiato.
Eccoci aperto il campo di secondar gli auspici
Degli astri a me finora e a questo regno amici.
Dee profittar del tempo chi aspira a grandi imprese.
L’Assiria del fanciullo nemica omai si rese:
Ella ci apre le porte, ella colà c’invita.
Non è, non è l’impresa soverchiamente ardita.
Lo bramano gli Assiri, siam di valore armati,
Abbiam le stelle amiche, ci son propizi i fati.
Ogni ragion promette a noi l’eccelso dono
Di dominar dell’Asia il vastissimo trono.
Sidone. Ah! serbino le stelle per te sì bell’impero!
Ma quando tu lo dici, esser non può che vero.
Lisimaco. Creonte ecco ritorna.
Teocrate.4   Sembra ridente in viso.

SCENA 111.

Creonte e detti.

Zoroastro. Vieni; eh ben, che ci rechi?

Cleonte.   Un fortunato avviso.
L’invitta Semiramide, vedova di Mennone,
Amor di Babilonia, onor di sua nazione,
Le tue virtudi, o sire, fin nell’Assiria intese,
Di veder Zoroastro d’alto desio si accese.

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Sopra un ricco elefante, scorta da lieti amici,

Discendere la vidi dall’ultime pendici.
Con maraviglia intese te fra i notturni orrori
Fuor della reggia uscito a prevenir gli albori,
E il dono anticipato di rivederti in viso
Colmato ha il di lei core di un giubilo improviso.
L’astronomica scienza so che Semira accende;
Brama a te presentarsi, ed il tuo cenno attende.
(Tacciasi che con arte Nino con lei si celi;
Indi vediam se un astro il suo destin gli sveli). (da sè
Zoroastro. Alla vedova illustre grazie ed onor si renda.
Tosto l’oscuro campo di fiaccole si accenda.
Vanne, Creonte, e dille che il suo venir mi onora.
Cleonte. (La cagion che la guida tu non comprendi ancora).
(da sè, e parte
(Le Guardie portano quantità di fiaccole accese, e le distribuiscono intorno.
Lisimaco. Signor, di questa donna molto parlar s’intese.
Si sa che più d’un core co’ suoi begli occhi accese;
Di un volto lusinghiero che in allettar prevale,
Guardati che l’arrivo non sia per te fatale.
Teocrate. Il cor di Zoroastro, ch’è di virtude armato,
A prevenir gli assalti è per costume usato.
Sidone. Inutili discorsi in faccia ad un sapiente,
Cui tutto l’avvenire suol essere presente.
Con esso a nulla serve di femmina il valore:
Ei di tutte le donne può leggere nel core.
(E anch’io vo’ studiar tanto, che un giorno arriverò
A capir se mentisce donna col sì o col no.
E se l’età di alcune arrivo a indovinare,
Quelle che si fan giovani, le voglio svergognare). (da sè
Zoroastro. Amici, anch’io nel petto sentomi il core umano;
Virtù contro gli affetti fa resistenza invano.
Ma l’alma ho prevenuta; e col più sacro impegno
Alla bella Nicotri serbo la destra e il regno.

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Questa di Battriana vergine saggia e vaga,

De’ miei vassalli è in stima e le mie luci appaga;
Fido per lei mi serbo, nè può donna straniera
Cancellar dal mio seno l’immagine primiera.

SCENA IV.

Al suono di lieti strumenti si avanzano5 Semiramide e Nino,
seguiti da Cleonte, Guardie e detti.

Semiramide. (Taci, e il tuo grado e il nome soffri celar per ora.

Nino, lo sai s’io t’amo; fidati in chi ti adora).
(piano a Nino
Nino. (Tutto soffrir m’impegno: ma se geloso io sono,
Non cimentar, Semira...) (piano a Semiramide
Semiramide. (Piano a Nino) (O taci, o t’abbandono).
Signor, quella che miri, credo che a te sia nota:
Semiramide al mondo finor non visse ignota.
Mennone fu mio sposo; al di lui fianco unita,
Fra i rischi e le battaglie sprezzar seppi la vita;
E al re Babilonese, seguendo il sposo mio,
Accresciuto ho l’impero colle vittorie anch’io.
Spento Mennone in guerra, Belo seguir mi piacque,
Ma Belo era mortale, e a morte anch’ei soggiacque.
Nino successe al padre; venero i pregi sui,
Sono dal figlio amata, quanto dal padre io fui;
Ma mi perdoni il prence, s’io parlo francamente:
Direi quel che ora dico, s’ei fosse a me presente.
Giovane è troppo ancora, io son vedova donna:
Egli è imbelle sul trono, io son virile in gonna.
E quanto al sangue suo grata il dover mi rende,
Tanto meno l’affetto e l’ambizion m’accende.
Nino. (Perfida). (piano a Semiramide
Semiramide. (A Nino) (Ascolta, ingrato). Con onorato impegno
(a Zoroastro

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Brama però nutrisco d’assicurargli il regno;

E forza avrei bastante coll’armi e col consiglio,
Se altronde a lui vedessi promovere il periglio.
Ma del poter degli astri ignara anch’io non sono;
Veggo che tu soltanto puoi contrastargli il trono.
E contro al Ciel scorgendo ogni lusinga audace,
Vengo da te soltanto ad impetrar la pace.
Se ti destinan gli astri dell’Asia il vasto impero,
So che tu non aspiri ad usurparlo altero;
E per l’arbitrio umano che non soggiace al fato,
A chi ti brama amico, puoi non volerti ingrato.
Certa son che in te regna bel cor pari al talento,
L’umili mie preghiere sparse non temo al vento.
Che la virtù perisce, quando il suo bel non usa,
E anche le stelle offende chi de’ suoi doni abusa.
Zoroastro. Donna di gloria degna, Nino dirò felice,
Se parla in suo favore sì nobile oratrice.
Sebbene io per te senta verace stima in petto,
Quel che per lui mi chiedi, non nego e non prometto.
Godo che agli altri doni che il Cielo a te comparte,
Quello in te pur si unisca dell’astronomic’arte.
Ma il favor delle stelle che adorna il tuo bel core,
Consigliati, o Semira, a farne uso migliore.
L’affetto non condanno che al tuo signor ti lega,
Lodo la gratitudine che per lui parla e prega;
Ma il saper, la fortezza, che nel tuo sen si aduna,
Merta miglior speranza, merta maggior fortuna.
Se di seguir ti piace re che vacilla in trono,
Seguilo a tuo talento, io seduttor non sono.
Ma del tuo Nino ancora è l’avvenire oscuro,
Ed io t’offrisco un bene più stabile e sicuro.
Se di tesor sei vaga, d’oro il mio regno abbonda;
Se degli allor ti nutri, quivi l’allor feconda.
E puoi a tuo talento mercar gloria ed onore
Col saper, col consiglio, coll’armi e col valore.

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Di me, de’ studi miei, del mio poter disponi,

Nella regal mia fede il tuo destin riponi.
E a te che saggia sei, quanto vezzosa e bella,
Favorevol risponda di Venere la stella.
Nino. (Odi? Da Zoroastro sei per beltà pregiata).
(piano a Semiramide
Semiramide. (Non ti sdegnar ch’ei lodi donna da te lodata).
(piano a Nino
Zoroastro. Di’, Semira, chi è quegli ch’io miro a te dappresso?
Cleonte. (Ah! dubito che Nino si scopra da se stesso). (da sè
Semiramide. Questi, signor, che miri di giovami sembiante,
Alma robusta ha in seno, della virtude amante.
Di Mennone germano, fu seco in guerra e in pace,
Ora de’ miei consigli s’appaga e si compiace.
Meco a te si presenta. Sommo rispetto il guida,
Brama conoscer gli astri, e in tua virtù confida.
Zoroastro. Caro mi fia ciascuno cui bel desio conforta,
Molto più caro il rende l’amabile tua scorta.
Vieni, Semira, e teco guida i seguaci tuoi;
Di me, della mia reggia, arbitra come vuoi.
Sieguimi o mi precedi; fa quel che più ti aggrada,
All’albergo reale brevissima è la strada.
Ivi qual si conviene a tua virtù pregiata,
Sarai, fin che a te piace, servita ed onorata.
Piacciati la mia stima, il mio sincero affetto;
Il ben di rivederti al nuovo sole aspetto.
(Vincasi con finezze della sagace il core,
Ch’è delle mie conquiste l’ostacolo maggiore.
Del labbro e delle luci l’arte conosco, è vero,
Ma ho prevenuto il core, e trionfarne io spero).
(da sè, e parte seguito dalle Guardie

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SCENA V.

Teocrate, Cleonte, Sidone, Lisimaco, Semiramide, Nino e Guardie.

Semiramide. (Va pur; se mi dai tempo d’adoperar l’ingegno,

Spero al figlio di Belo assicurato il regno). (da sè
Cleonte. (Segui la grande impresa; soccorso io ti prometto.
Scostomi dal tuo fianco per non recar sospetto).
(piano a Semiramide, e parte
Teocrate. (Voglia il Ciel che Nicotri, cui gelosia martella,
Sospetti non nutrisca per l’ospite novella;
E Zoroastro istesso, tenero per costume,
Non arda a suo dispetto di quei begli occhi al lume).
(da sè, e parte
Sidone. Semiramide illustre, se sei degli astri amica,
Apprender la bell’arte potrai senza fatica.
Farà grandi progressi il tuo spirito destro
Sotto la disciplina di un simile maestro;
Ascolta Zoroastro, e poi della lezione
Ti farò io sovente qualche ripetizione;
E in questa nobil gara spera di far portenti,
Se fia la tua bravura unita a’ miei talenti. (parte
Lisimaco. Donna, dell’imposture lascia nutrir lo stolto.
Gli astri al tuo sesso providi son l'arti di un bel volto.
Usale in tuo vantaggio, se brami esser felice:
E un uom che non è astronomo, fortuna a te predice.
(parte

SCENA VI.

Semiramide, Nino, Guardie.

Nino. Godi de’ bei presagi; anch’io vittorie illustri

Predico de’ tuoi vezzi alle bell’arti industri.
So il poter de’ tuoi sguardi, so de’ tuoi labbri il pregio,

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Provai con me medesmo il tuo talento egregio.

Innamorar ti vanti chiunque in te fisa i lumi,
Pende dal tuo bel ciglio il vincitor de’ Numi;
Ed io nel patrio regno a stabilirmi accinto,
Persi il natio coraggio da’ tuoi begli occhi avvinto.
Ora a novella impresa nuovo desio ti sprona;
Deh! se il mio dir ti offende, idolo mio, perdona;
Di soggiogar ti cale di Zoroastro il core,
L’armi con cui ti adopri, l’armi saran d’amore;
E nell’ardita impresa e nel fatal cimento
Perdere il mio riposo e l’amor tuo pavento:
Che spesso accorta donna, a lusingare intesa,
Videsi a suo dispetto incatenata e resa.
Semiramide. Scaccia un timor sì basso che la mia fiamma offende;
Semiramide è tale, che i suoi doveri intende.
Rammento i doni tuoi, donna non sono ingrata:
Amo di Nino il volto, gioisco essere amata.
E quel desio di regno che nel mio seno io provo,
In te, dolce mia speme, da satollare io trovo.
Tu mi prometti unito alla tua destra il trono;
Degna di gloria tanta, no, fino ad or non sono;
Ma se tu godi in pace per me la regal sede,
Allor la tua corona per me sarà mercede.
E i popoli che forse sdegnan Semira in soglio,
Diran che mi fe’ strada giustizia e non orgoglio.
Nino. Quanto d’Assiria il regno, quanto sariami caro
Se a me tu l’acquistassi coll’elmo e coll’acciaro.
Ma l’armi che tu adopri, l’armi fra i vezzi ascose,
Son troppo alla mia fiamma funeste e perigliose.
No, tollerar non posso...
Semiramide.   Deh! scaccia il rio sospetto.
Sai ch’è tuo questo core, sai che a te serbo affetto.
Se Zoroastro un giorno per me sospira e langue,
Recoti una vittoria, e ti risparmio il sangue.
Sai che del tuo nemico, sia grande o sia impostore,

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Prevalgono i guerrieri nell’arte e nel valore.

E Babilonia istessa, del sangue tuo retaggio,
Di Zoroastro al nome vanta prestare omaggio.
Solo ch’ei si presenti d’Assiria ai primier liti,
Corrono i tuoi vassalli ad incontrarlo uniti;
E vincerlo non puote forza o ragion d’impero,
S’io disarmar non tento il tuo rivale altero.
Sai se a trattar quest’armi avvezza è la mia mano;
Ora il poter dell’armi con Zoroastro è vano.
Soffri ch’io l’arte adopri, femmina in ciò valente;
Per scemar tuoi sospetti, meco sarai presente.
Temer ch’io t’abbandoni, idolo mio, non puoi:
La fè ch’io ti prometto, vedrai cogli occhi tuoi.
Ma con idee fallaci non tormentarmi, o caro;
Troppo sariami al core il tuo sospetto amaro.
E l’irritarmi a torto e il provocarmi a sdegno
Pensa che può costarti vita, riposo e regno. (parte
Nino. Ah! che riposo e vita costami il soffrir tanto,
E non mi cal d’un regno che ho da acquistar col pianto.
Pera la patria e il mondo, pur che sia mio quel core.
Mio d’un rivale accanto non mel promette amore.
Per simular la tema, alma non ho sì forte:
Men del timor cruccioso dura mi fia la morte.
Perder la vita alfine non è che un sol cimento,
Ma col geloso affanno si more ogni momento, (parte


Fine dell’Atto Primo.


Note

  1. Nell’ed. Zatta e in quella di Bologna è stampato per errore: Teocrito.
  2. Nella ed. Zatta e in quella di Bologna è stampato: il Gemini.
  3. Così nel testo. Forse è da leggersi: unico.
  4. Questo nome si legge nell’ed. di Bologna, manca nell’ed. Zatta.
  5. Nel testo: si avanza.