Sulla reciproca influenza della libertà politica e dell'industria mecanica dei popoli

italiano

Quirico Filopanti 1861 Indice:Sulla reciproca influenza della libertà politica e dell'industria mecanica dei popoli.djvu letteratura Sulla reciproca influenza della libertà politica e dell'industria mecanica dei popoli Intestazione 29 agosto 2011 100% Da definire

[p. 1 modifica]Sulla reciproca influenza della libertà politica e dell’industria mecanica dei popoli. Estratto dalla Prolusione recitata nell’Università di Bologna dal professore Filopanti, già membro della Costituente Romana.


Ben undici anni trascorsero dacchè la mia voce soleva risonare in queste aule, debole, ma, oso dire, non isgradita guida ad una gioventù generosa negli studj teorici della mecanica e dell’idraulica. La tempesta politica la quale suscitò per breve tempo le libere istituzioni, poi le soppresse per dieci interi anni in tutta Italia, eccetto il Piemonte, mi costrinse a cercare un asilo fra le libere ed ospitali nazioni di America e d’Inghilterra. Ivi io non omisi di studiare la mirabile e feconda industria, con cui quelle genti applicano alle commodità dell’umano consorzio quelle stesse forze mecaniche ed idrauliche le quali erano qui state oggetto delle mie speculazioni.

Ristaurata la libertà e la nazionalità in questa parte d’Italia, il governo del Re mi faceva l’onore di decretare che io fossi restituito all’antico mio grado in questa italica Atene, conferendomi la nuova catedra di mecanica applicata all’industria, che fu istituita al principio di quest’anno dal governo dell’Emilia.

Non erano ignoti al regio governo i miei politici antecedenti, i quali io punto non abjuro. Ma quell’illustre filosofo e patriota che è ministro della publica istruzione ha fatto un nobile atto di politica conciliazione ed imparzialità, mostrando egual fiducia in me ed in un dotto matematico e sacerdote che mi succedette nella catedra di mecanica e idraulica teorica. Senza allontanarsi dalle regole prescritte alle sue alte funzioni, nè far violenza ai rispettivi principj individuali, egualmente da coscienza dettati, benchè opposti, il signor Ministro ha conservato a questa Università un [p. 2 modifica]pio cultore delle memorie del passato, e restituitovi me, povera sentinella avanzata dell’avvenire.

Io non vi nascondo però, o Signori, che sono conscio della mia insufficienza, sia pei vasti progressi che la mecanica pratica ha fatto in questi ultimi tempi, sia per il confronto del luminoso sapere di tanti professori, alcuni già miei colleghi prima del 1849, e più altri aggiunti dopo quell’epoca. Ma a questo sarà parziale rimedio lo zelo mio nel disimpegnare come meglio saprò lo affidatomi incarico; e pel resto vi prego, o giovani, che supplisca la vostra indulgenza verso di me, e la risolutezza vostra propria di profittar negli studj.

Ora, sebbene non siavi alcun intrinseco rapporto fra la mecanica e la politica, esse hanno mutue attinenze, indirette bensì, ma pure importantissime. Concedetemi pertanto, o Signori, che, valendomi oggi di quel largo campo che suolsi accordare ad un discorso inaugurale, io tolga a precipuo assunto del mio dire la reciproca influenza della Libertà politica e dell’Industria mecanica delle nazioni.

Li argomenti logici, coi quali mi è dato di dimostrare che la libertà civile è utile al progresso dell’industria, potrebbero egualmente servire a dimostrare che la libertà è utile al progresso delle scienze, delle lettere, e delle arti, e che il dispotismo è loro fatale.

Imperciocchè là dove impera uno solo, o pochi, le intellettuali e morali facultà degl’imperanti sono viziate dall’ebbrezza del potere; quelle degli altri, dalla degradazione della servitù.

Imaginatevi un uomo che ha sugli occhi una fitta benda cui non può levarsi, ma che vuole ciò non ostante incamminarsi ad una meta lontana. Immaginatevi di più che egli abbia attorno a sè della gente che fanno a gara a spingerlo in tutt’altra direzione da quella che alla meta conduce: sarà allora viemaggiormente difficile od impossibile che vi arrivi. Tale è il caso del despota. Si proponesse pur egli sinceramente per iscopo la felicità de’ suoi sudditi, egli non può riuscirvi, perchè non avvi mente d’uomo sì forte la quale veder possa da sè tutte le cose. Ora coloro che l’attorniano, non solo gli mantengono una benda sugli occhi con celargli il vero, ma per arrota fanno continui sforzi onde insinuargli il falso, e deviarlo dalla meta del bene generale, considerandolo come opposto al loro proprio.

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Li uomini virtuosi, sinceri, quelli d’un merito reale e grande, sono studiosamente allontanati dai fianchi del principe. I furbi, li adulatori, l’ipocriti, l’intriganti, le donne da partito, e coloro ben più vili ancora che fan turpe mercato di sè o delle lor donne, saranno ammessi di preferenza. Per riuscire, non si richiederà nè merito, nè ingegno, nè sapere, ma la umiliante protezione della favorita o dei favoriti di essa. Chi ne è assicurato, potrà divorarsi le rendite dello Stato senza far nulla per esso, ovvero impunemente insultare, opprimere e spogliare quelli che non godono egual protezione. La verità e la virtù verranno a vile; saliranno in onore il vizio e la falsità. La schifosa e letale cancrena progredirà di membro in membro, dal capo alle infime estremità del corpo sociale. Le poche migliaja agiate diverranno frivole e corrotte; i millioni formanti la massa del popolo diverranno servili, ignoranti, imbrutiti e miserabili.

In tale stato di cose, qual volete mai che sia la condizione dell’industria? Senza libertà non avvi giustizia; senza giustizia non v’è sicurezza; senza giustizia e sicurezza non evvi commercio; senza commercio non evvi industria. Quindi, tolta la libertà, l’industria illanguidisce, ed alla lunga si muore.

All’incontro, è facile il comprendere come la libertà sia favorevole al commercio ed all’industria. Dio ha fatto l’uomo un animale eminentemente socievole ed eminentemente perfettibile. Allorchè queste due naturali tendenze non sono inceppate dal dispotismo, ogni miglioramento che venga trovato da uno è adottato da altri, e diviene alla sua volta il seme di ulteriori miglioramenti. La saviezza delle leggi offre un giusto guiderdone all’inventore: la sicurezza delle proprietà alletta il capitalista a sopperirgli i mezzi per eseguire sopra una grande scala la sua invenzione: la spesa dell’impianto, comechè grande, divisa però pel numero grandissimo de’ prodotti simili, riesce proporzionatamente piccolissima. D’altra parte, la sicurezza, e il buon mantenimento delle strade agevolano a quei numerosi prodotti uno smercio, il quale fornirà sufficiente rimunerazione al fabricante e a’ suoi giornalieri, e larga messe di utilità e di commodo al publico che ne è il consumatore.

Conversamente, dove esista l’industria, purchè non sia degenerata in alimento esclusivo di un lusso corrompitore, ivi più facilmente si acquisterà la libertà quando si fosse perduta, e più [p. 4 modifica]facilmente si manterrà quando siasi acquistata. Conciossiachè, siccome l’estrema povertà produce avvilimento ed ignoranza, la quale si sobbarca senza resistenza alla tirannide, così il ben essere sociale, sparso dall’industria, rialza il sentimento dell’umana dignità, agevola e moltiplica la communicazione delle idee, e con ciò i mezzi di scuotere con isforzo commune un giogo communemente aborrito.

A vie meglio accertarci qual sia l’influenza della libertà sopra l’industria, e di questa su quella, facciamoci a passare rapidamente in rassegna i principali stadj delle arti mecaniche dall’aurora dell’incivilimento sino ai nostri giorni.

Le più fondamentali, e perciò più importanti, di tutte le umane invenzioni si perdono nella notte dei secoli anteriori alla storia. Chi fu l’inventore del fuoco? Chi inventò l’arte di lavorar i metalli? Chi ha inventato la sega, la lima, la pialla, il mantice, le tenaglie? Chi lui scoperto l’arte di far il pane? Chi quella di far i mattoni, i vasi? Chi ha inventato i carri con le ruote? Oggidì queste cose sono tanto communi, e poi comparativamente così semplici, che molti si imaginano che debbano essersi trovate quasi per caso. Ma non è così. Richiedevasi genio inventivo per ciascuna di queste cose: e colui che ha dotato la società anche di una sola di esse, ha conferito un inestimabile benefizio alla umana generazione. Nondimeno i veri nomi di questi grandi benefattori della nostra specie sono profondati nell’oceano dell’oblio, o sono ravvolti nella nubilosa incertezza della tradizione e della favola.

La Genesi, augusto deposito delle antichissime tradizioni umane, fa inventore della metallurgia Tubalcaino, settimo discendente di Adamo. La greca mitologia attribuisce tal onore ad Efesto, il cui nome italico è Vulcano. Può darsi che la somiglianza dei due nomi Tubalcaino e Vulcano, di cui l’uno sembra confondersi presso poco con l’altro, accresciuto o scemato di un suffisso, non sia una coincidenza casuale, ma accenni ad un solo personaggio reale, che abbia scoperto, od almeno perfezionato l’arte di lavorar il ferro od il rame. Ma chi può fidarsi di un sì debole filo di argomentazione? I Greci attribuivano la cultivazione del frumento a Cerere, e quella del vino a Bacco; la Genesi attribuisce quest’ultima a Noè; e li Egiziani, più dotti degli Ebrei e più autorevoli dei Greci, attribuivano l’una e l’altra al primo loro re, Osiride. L’invenzione di quel semplicissimo istrumento, il fuso da filare, fu attribuita dagli [p. 5 modifica]Egizj ad Iside, moglie del loro Osiride; dai Cinesi al loro secondo imperatore Yao; dai Greci a Minerva; dai Lidj ad Aracne; e dai Peruviani a Mama Oella, moglie del loro fondatore Manco Capac.

Checchè ne sia di queste contradittorie tradizioni, certa cosa è che le arti più essenziali alla vita umana, come quella dell’agricultore, del muratore, del fabro ferrarjo, del falegname, e del sarto, sono antichissime; cioè di un’antichità di quattro mil’anni almeno. Uno degli argomenti di tale remota origine si trova dai moderni filologi nel confronto delle varie lingue indo-europee. Imperciocchè il nome dell’aratro e quel del frumento sono radicalmente i medesimi nella maggior parte delle lingue che si parlano o parlavano nell’Indostan, nella Persia, in Grecia, in Italia, in Germania, in Russia, insomma in quasi tutta Europa; donde argomentano con qualche probabilità, che l’aratro dev’essere stato inventato prima che queste, ora diversissime, nazioni si spartissero da un ceppo commune: il quale spartimento tiensi per fermo che sia avvenuto da due o tre mil’anni prima di Cristo.

Ma l’argomento più solido della grandissima antichità delle più capitali invenzioni mecaniche si trae dai monumenti dell’Etiopia e dell’Egitto. Le gigantesche rovine di Meroe, di Tebe, e di Menfi, il lago Meride, le Piramidi, gli Obelischi, i colossi di Oximandia e di Sesostri, la biblioteca publica eretta da Oximandia, e le iscrizioni e pitture trovate in questi monumenti, fanno fede che gli Etiopi e li Egiziani, due o tre mil’anni prima di Cristo, erano giunti ad un incivilimento superiore a quello a cui, mille anni dopo di Cristo, erano discesi l’Italiani, ed al quale ancor non era salita l’Europa settentrionale.

L’altera Babilonia divenne pure, in tempi da noi remotissimi, la sede di una splendida industria. Sussistono tuttavia li avanzi stupendi del suo osservatorio astronomico, dagli Arabi chiamato Birs-Nemrod, e da noi la torre di Babele. La Bibbia pone in bocca agli edificatori di quel monumento queste parole: venite, fabrichiamo una torre la cui cima tocchi il cielo. Ora si fa grave torto a quel venerando volume interpretandolo senza discernimento, secondo il crudo senso letterale. Un fanciullo od un mentecatto può credere alla possibilità di erigere una fabrica che tocchi il cielo: non vi può essere una società intera d’uomini capace di credere un tale assurdo. Li autori della torre di Babele non volevan dir altro che [p. 6 modifica]questo: facciamo una torre elevata al di sopra di tutti li altri edifizj, per poter senza impedimento, dalla sua cima, osservar li astri del cielo. I Caldei, infatti, o sacerdoti babilonesi, erano i più dotti astronomi dell’antichità. Ora l’arte d’edificare è una delle più importanti industrie, e dov’ella fiorisce è argomento che molte altre pure vi fioriscono. La natura appresta agli orientali, con ispeciale ubertosità e sceltezza la materia prima per l’industria de’ tessuti. L’Oriente è la patria delle stoffe onde si fanno le più preziose vestimenta. Forsechè non vi si raccolgono il cotone, la seta, le lane del Cachemir, il pelo del camello e della capra d’Angora? Tai preziosi materiali riescono di poco costrutto ai barbari abitanti attuali della Mesopotamia; ma così non era dei loro antenati ai tempi del loro splendore. Celebrati erano per tutta l’Asia i tappeti di Babilonia; migliaja di telaj vi tessevano le tele di cotone e di lino, pregevoli pel disegno e pei colori. Una vasta rete di canali congiungeva l’Eufrate al Tigri, e favoriva ad un tempo la navigazione e l’innaffiamento delle campagne.

La China, la cui popolazione si è ora verificato ascendere a più di 360 milioni, cioè quasi quattro decimi della razza umana, arrivò essa pure ad un inoltrato grado di incivilimento molti secoli prima dell’êra vulgare; ed ha presentato il fenomeno di persistervi immobile sino ai nostri giorni, senza punto avanzarsi nè retrocedere.

I Fenicj furono i Veneziani e li Olandesi dell’antichità; potrebbesi ben anche dire l’Inglesi dell’antichità, tanto per la loro industria e commercio, quanto per le loro libere istituzioni; se non che i Fenicj non giunsero mai alla potenza colossale dell’odierno impero britannico. Le due più grandi loro città furono Sidone e Tiro. Le due più utili loro invenzioni sono l’alfabeto greco-latino, del quale ancora ci serviamo, con poca modificazione, ed il conio delle monete. Le due più celebri loro manifatture erano la porpora ed il vetro. I due più importanti rami del loro commercio erano le stoffe, ed i legnami da costruzione, tratti dalle foreste del monte Libano. Il tetto del tempio di Solomone fu costrutto con cedri mandati da Hiram re, o presidente a vita, della republica di Tiro. Le due più rinomate loro colonie furono Cadice in Ispagna, e Cartagine in Africa. Quest’ultima eclissò la stessa madre patria nello sviluppo del commercio, nell’opulenza, e nella [p. 7 modifica]possanza politica; e diventò la terribile, benchè sfortunata, rivale di Roma.

La Grecia fu gentilissima madre della filosofia, della poesia, delle belle arti, e dell’eroismo patriotico. La sua industria manifatturiera non era molta, a cagione del grave disordine dell’essere i mestieri manuali affidati agli schiavi. La speciale industria però della Grecia può dirsi essere stata quella delle arti belle; ed in queste ella non ebbe, a gran pezzo, alcun eguale nè fra le antiche nè fra le moderne nazioni. Alcuni considerano come una profezia del genio il detto di Aristotele, che allora cesserebbe d’esistere la schiavitù quando il fuso e la spola camminassero da sè. Forse è lungi che debbasi alcuna lode ad Aristotele per avere scritto ciò, volendo egli per avventura intendere, che la schiavitù non cesserebbe mai di essere necessaria. Pure le sue parole sonosi verificate in un senso migliore. La schiavitù è abolita nella maggior parte di Europa, ed il vapore mette in moto migliaja di telaj e millioni di fusi. Maraviglioso e benefico progresso della moderna industria! Una regina quattro secoli fa non avrebbe potuto possedere una quantità di tessuti sì fini e sì candidi, quali se ne può oggidì procurare la famigliuola di un onesto operajo, per giovarsene non solo ad ornamento, ma eziandio al ben essere ed alla politezza, sì favorevole alla salute. A tal risultato non saremmo giunti mai, se si fosse mantenuta in tutta Europa la servitù individuale o politica.

Anche la nostra Italia giunse per tempo, cioè almeno mille anni prima di Cristo, ad un notabilissimo grado d’industria e d’incivilimento. Ne è prova l’innumerabile quantità di vasi etruschi che si vengono dissotterrando, e le medaglie delle città greche dell’Italia meridionale. Nei tempi anteriori a Roma, l’Italia intera, dai promontorj della Sicilia alle Alpi, era divisa in due grandi porzioni. La civiltà etrusca regnava nell’una dalle Alpi sino al Tevere. Questa nostra città, chiamata allora Felsina, fu per qualche tempo la capitale di quella grande confederazione etrusca. L’altra metà, ad oriente del Tevere, possedeva l’incivilimento greco. Libere e fiorentissime città erano Capua, Napoli, Taranto, Crotone, Reggio, nella parte di qua dallo stretto che appellavasi Magna Grecia; Messina, Selinonte, Agrigento, Imera, Palermo, e sopratutto Siracusa, in Sicilia. Vuolsi che la popolazione di quest’ultima città [p. 8 modifica]ascendesse ad un millione, e quella dell’isola intera a ben dieci millioni.

La gran Roma unì attorno al suo poderoso vessillo queste due parti d’Italia, e fuse nella propria le due civiltà, greca ed etrusca. Tale è il vero soggetto, poeticamente travestito, della più patriotica e più gentile delle italiane epopee, dico dell’Eneide di Virgilio. I Romani erano in vero principalmente guerrieri e conquistatori: cotesta era la loro missione providenziale: unire ed incivilire le sparse nazioni:

Tu regere imperio populos, Romane, memento,
Parcere subjectis, et debellare superbos: —

ma ha errato il Mengotti nel crederli quasi estranei alla navigazione ed al commercio. Ne sia argomento, fra li altri, che, sin dai primi anni della Republica, fecero con Cartagine un trattato di commercio in nome proprio e delle altre città latine. Le loro medaglie, le loro armi, conservate ne’ musei, ma più che ogni altra cosa, i grandiosi avanzi delle loro costruzioni: il sistema delle loro strade, il quale mai non ebbe nulla di superiore nel suo genere, tranne le moderne ferrovie; i loro ponti, i loro aquedotti, le cloache, i bagni, le basiliche, li anfiteatri, fanno splendida testimonianza della loro industria. L’onorevole specialità di questa si è, che mirava al ben essere delle masse, più che a quello di pochi individui.

Gloria imperitura di Roma e dell’Italia si è, che ella communicò l’incivilimento e l’industria agli antenati de’ moderni Spagnoli, Francesi, Svizzeri, Belgi, Olandesi, Tedeschi, Inglesi, Ungaresi e Valachi: i quali ultimi si vantano di serbar oggi ancora sulle sponde del Danubio il nome di Rumeni, o Romani. Gloria ancor maggiore d’Italia e di Roma si è, che ne’ bei tempi della Romana Republica ella si meritò il magnifico elogio fattole più tardi da Cicerone, che ell’era, più che un impero, un patrocinio del genere umano. Le debellate nazioni erano forzatamente aggregate al romano impero, ma rimaneva a loro la scelta di conservare la loro religione, la loro lingua, le loro istituzioni politiche, o di adottar quelle dei Romani. Terminavano coll’adottar liberamente queste ultime, solo a cagione della riconosciuta loro superiorità.

[p. 9 modifica]Ma ahi! Roma pure divenne oppressiva, come tutti i conquistatori. Ciò avvenne dacchè il lusso asiatico e la prepotenza dei patrizj ebbero distrutto lo spirito della libertà. Cesare volle rimediarvi sostituendo il socialismo democratico all’aristocrazia, e fu ucciso da questa. I successori di lui introdussero a grado a grado il despotismo puro, e questo fruttò l’invasione dei Barbari del Settentrione, e il quasi totale estinguimento delle lettere, delle scienze, delle arti, e dell’industria.

Incominciò l’Europa ad emergere dalla barbarica notte del medio evo per mezzo delle crociate, le quali innocularono all’Occidente la civiltà degli Arabi. Questi avevano innestato la civiltà Greca a quelle dell’Egitto, dell’India e della Siria. Bellissimo e prezioso dono degli Arabi è la scrittura ed aritmetica decimale. L’Indiani l’insegnarono agli Arabi, e questi agli Spagnuoli ed a noi; noi l’insegnammo al resto dell’Europa.

Frutto immediato del risvegliamento prodotto dalle Crociate, ed eredità e sviluppo dei Romani municipj, furono i communi italiani. Colla libertà risorsero le lettere, le arti belle, e più sollecitamente ancora l’industria manifatturiera. Il prepotente Federico primo imperator di Germania, voleva schiacciare la libertà rinascente. I nostri maggiori si collegarono col santo giuro di Pontida, e sconfissero lo straniero oppressore nei gloriosi campi di Legnano.

A somiglianza di quelle piccole ma gloriose italiane repubbliche di Venezia, di Milano, di Genova, di Pisa, di Firenze, di Bologna, di Amalfi, si rivendicavano in libertà dai ceppi del feudalismo Lubecca, Brema, Amburgo, e le altre numerose città Anseatiche in Germania: Amsterdam, Leida, Harlem ed altre città di Olanda e delle Fiandre; e divenivano feracissimi emporj di manifatture e di commercio.

Luigi XI in Francia, all’intento di giovar il suo potere monarchico, domò la nobiltà del suo regno: ma in far ciò rese maggior servizio alla democrazia, francando i communi delle città, di quello che alla monarchia abbassando l’orgoglio dei signori. Vero è che, poco più tardi, il dispotismo monarchico apparentemente riuscì a schiacciare quasi del tutto anche ogni libertà popolare in Ispagna, in Italia, in Francia, ed in Germania: ma non potè spegnerla neppur temporaneamente in Isvizzera, dove era sorta nell’anno 1308. La libertà sorse più formidabile in Olanda nel 1576; in [p. 10 modifica]Inghilterra nel 1649 e nel 1689; in America nel 1776. In Francia stessa ed in Italia covavano sopiti ma non ispenti i germi delle antiche franchigie popolari. In Francia si fecero giorno dapprima coi tafferugli della Fronda nel 1648, poi col gran movimento filosofico capitanato da Voltaire, da d’Alembert e da Rousseau; ed infine dalla rivoluzione del 1789, la quale è il più grande e benefico avvenimento storico che sia accaduto dalla risurrezione di Cristo insino ad oggi.

Una libera città, che apparteneva allora alla Germania e fa ora parte della Francia, Strasburgo, od Argentina, come allora chiamatasi dai nostri Italiani, produsse circa l’anno 1440 un’invenzione, che è rimasta la più importante dei tempi moderni: dico la tipografia. Plinio parla di un’invenzione di Varrone per moltiplicar i ritratti degli uomini illustri: i Chinesi praticano da venti secoli la stampa con tavole incise di legno: era riservato al genio di Guttemberg di inventare la stampa a tipi mobili. Altre importantissime invenzioni del medio evo sono la carta fatta di stracci, la bussola nautica perfezionata da Flavio Gioja amalfitano, e la polvere da cannone vulgarizzata dal tedesco monaco Schwartz.

Quarant’anni dopo la scoperta di Guttemberg, un Italiano dotava il mondo di un’altra grandissima scoperta, non di genere mecanico invero, ma che pur non posso passar sotto silenzio; voglio dire la scoperta dell’America, fatta da Cristoforo Colombo nel 1492. In una parte del continente da lui trovato è sorto quel gran popolo che nella attività dell’industria mecanica supera la sua stessa madrepatria, l’Inghilterra. Quando li Stati Uniti si rivendicarono in libertà nel 1776, la loro popolazione non sommava a tre millioni: allorchè io viveva fra loro, pochi anni or sono, ascendeva giù a ventitrè millioni. Questo straordinario incremento di popolazione, con un ben essere generale che non ha pari in Europa, è dovuto alle loro libere istituzioni ed alla loro industria agricola e mecanica. Sventuratamente il nobile loro vessillo è deturpato da una nera macchia. In dieciotto fra i loro trentatrè Stati sono liberi egualmente tutti i cittadini, qualunque ne sia il colore: negli altri quindici Stati, formanti la parte meridionale della loro confederazione, son liberi i Bianchi, ma schiavi i Neri. Il recente trionfo ottenuto nell’elezione del presidente dal partito che vuole abolita la schiavitù, dà conforto di buona speranza agli amici dell’umanità e del [p. 11 modifica]l’onore delle istituzioni libere. Infratanto, la rispettiva condizione delle due grandi sezioni della confederazione americana, conferma la verità del mio assunto: li Stati settentrionali, ove non è schiavitù, sono di gran lunga più popolosi, più industriosi e più ricchi, che quelli del mezzogiorno, ove son tre millioni di schiavi.

Qual periodo conosciuto è stato mai sì fecondo di grandi invenzioni pratiche, quanto quello che è trascorso dalla rivoluzione d’America sino ad oggi? Egli è un curioso e notabile fenomeno istorico, che sonsi fatte più scoperte teoriche nel breve periodo che comprende le vite di Galileo e di Newton, e più invenzioni pratiche nel periodo anche più breve dal 1789 ad oggi, che in tutti i quindici o sedici secoli da Cristo a Galileo.

Voglio far menzione di alcune soltanto. Ed in prima della pila elettrica, inventata dal genio di Alessandro Volta sulle scoperte fatte in questa nostra Università dal Galvani. Utilissime applicazioni di questo grande trovato del Volta sono, fra altre, le chimiche decomposizioni, la doratura e inargentatura de’ metalli meno preziosi, la riproduzione delle medaglie e dei rilievi, o galvano-plastica, e quel ritrovato che più che gli altri ha del magico, cioè il telegrafo elettromagnetico. Ideato dal Wheatstone in Inghilterra, trovò il suo perfezionamento e la riuscita pratica in America per opera del Morse. Godo di menzionare altresì due belle applicazioni dell’elettricità fatte da due Italiani; cioè la stampa elettrica, inventata dal De-vincenzi, ora ministro dell’agricultura a Napoli; ed il telajo elettrico, inventato dal Bonelli.

La filatura mecanica del cotone, inventata da Arworight, risale alla seconda metà del secolo passato, ma ha preso immenso sviluppo nel nostro. L’illuminazione a gas è d’origine alquanto più recente, ma risale al principio di questo secolo. Lebon nel 1800 ideò la termolampada, con gas prodotto dalla distillazione della legna. Murdoch in Iscozia introdusse nel 1806 l’illuminazione a gas fatto colla distillazione del carbon fossile, secondo il sistema ancora in uso. Vera è che l’estrazione del gas idrogeno carburato dai corpi d’origine vegetale appartiene alla chimica, e la sua distribuzione per mezzo di tubi all’idraulica, più che alla mecanica, ma queste arti sono ora talmente connesse, che rendesi difficile il separarne le applicazioni. Perciò, insieme colle applicazioni del fluido elettro-magnetico e del calorico, piacemi di far menzione [p. 12 modifica]di quell’altra meraviglia moderna, la fotografia, cioè l’applicazione della luce del sole al fissare le imagini sulle lastre metalliche o sulla carta.

La machina a vapore, che è la più importante inventata nei tempi moderni, a riserva del torchio di Guttemberg, risale essa pure allo scorso secolo. Leonardo da Vinci, Branca, Solomone di Causs, il marchese di Worcester avevano speculato sulle forze del vapore. Erone fra li antichi, Papin fra i moderni, ne avevano fatto delle sperienze. Newcomen, e più di lui quel gran genio di Watt, l’applicarono alla pratica. Ma le applicazioni di maggior rilievo si sono fatte in questo secolo; e prima da Fulton alla navigazione in America, poi alla locomozione sulle strade ferrate da Stephenson in Inghilterra.

Se questo grandissimo ritrovato delle ferrovie è ferace d’incalcolabili vantaggi in qualunque paese, più che altrove sarà utile, anzi necessario al nostro. Imperciocchè la bislunga forma della nostra penisola è favorevole alla navigazione ed alla dolcezza del clima, esponendola all’influsso delle miti aure del mare; ma è sfavorevole alla difesa nazionale, potendo li stranieri giugner più presto ad oppugnare Torino, Milano, Bologna, di quello che i Napoletani od i Romani accorrer possano a difenderle. Napoleone Primo era d’avviso che in ciò risiedesse la principale cagione della dominazione straniera in Italia. A questo grave inconveniente strategico ovvieranno le strade di ferro, senza toglierci i vantaggi fisici della conformazione geografica della nostra patria.

Altre moltissime applicazioni sonosi fatte della forza elastica del vapore: fra le altre, a filare ed a tessere il cotone, la lana, il lino; a lavorar il ferro; alla stampa; a segare i legnami, a costruire le machine. In generale è usato come principio motore nella maggior parte dei grandi opificj in Inghilterra ed in America. Noi dovremmo servircene più che non facciamo, non ostante il caro prezzo del carbon fossile: ma sopratutto dovremmo giovarci assai meglio che non facciamo delle forze che la natura gratuitamente ci dispensa nelle tante cadute d’aqua di cui abondiamo.

Quel che principalmente distingue la moderna dall’industria antica, sono tre cose: primieramente l’impiego dei motori inanimati, non solo l’aqua, poco usata a ciò dagli antichi, ma specialmente il vapore, i cui usi erano a loro del tutto ignoti. In secondo luogo [p. 13 modifica]la grande suddivisione del lavoro; ed infine i principj scientifici su cui è appoggiato. Li antichi procedevano per via di semplice pratica. I moderni han fatto fare all’arte dei passi giganteschi mercè l’applicazione del calcolo e dei principj astratti della scienza. Archimede, un secolo o due prima di Cristo, e Galileo due o tre secoli prima di noi, avevano fatto sublimi scoperte teoriche, le quali erano di facile e fecondissima applicabilità: pure tali applicazioni si sono fatte precipuamente ai giorni nostri.

La mecanica razionale è dovuta ad uomini che sono vissuti in tempi più o meno rimoti da noi, come Archimede, Galileo, e Newton, e principalmente ad uomini del secolo prossimamente scorso come Daniele Bernoulli, d’Alembert, Lagrange, Laplace: ma la mecanica applicata, in quanto è scienza intermedia alla pura teorica ed alla pratica, è dovuta al lavoro d’uomini che appartengono a questo più che al precedente secolo, e molti de’ quali vivono ancora: come Coulomb, Carlo Dupin, Coriolis, Navier, Poncelet (principalmente questi due ultimi), Smeaton, Tredgold, Fairbairn. Alcuni de’ nostri connazionali han ridotto a bello e lucido ordine quel che da altri era stato inventato; ma duolmi di doverlo dire: l’industria è di gran lunga più indietro nel nostro paese che nol sia in Inghilterra, in America, in Francia, nel Belgio, in Olanda, in Isvizzera, ed in Germania.

E quale è il motivo della presente nostra inferiorità in un ramo nel quale, come già in tanti altri, fummo maestri al resto di Europa? La perdita della libertà e dell’indipendenza, che da una parte ha posto degli ostacoli materiali allo sviluppo delle arti e del commercio, e dall’altra ha fatto peggio ancora, infiacchendo o rompendo quel maschio vigore degli animi che di ogni progresso è principio. Ed in fatti, non appena si è rassodata la libertà in una estrema parte d’Italia qual è il Piemonte, il genio Italiano, quasi poderosa molla alleggerita da enorme peso sovrincombente, ha rimbalzato in alto. Vedetene un esempio nelle strade ferrate. Il picciolo Piemonte aveva l’anno scorso più di 900 chilometri di ferrovie; il reame di Napoli, con una popolazione più che doppia, ne aveva appena 140; lo Stato Pontificio 90. Sin dal 1855 la libera Inghilterra ne aveva più di 13,000 chilometri, l’Europa 33,000, li Stati Uniti 51,000: cioè questi ultimi, con una popolazione che è appena un decimo di quella di Europa, avevan quasi tanta [p. 14 modifica]estensione di ferrovie, quanto l’Europa tutta insieme. I liberi paesi di Inghilterra, Francia, Belgio, e Piemonte, con una popolazione di settantatrè millioni, avevano quasi ventun mila chilometri di strade ferrate; tutto il resto d’Europa, con una popolazione tre o quattro volte più numerosa, ne aveva meno di tredici mila chilometri.

Voi pertanto scorgete, o Signori, che la libertà e l’industria delle nazioni si danno scambievolmente la mano. Ben so che non è argomento logico il dire: con ciò, o dopo ciò, dunque a cagione di ciò, allorchè la correlazione non si verifica che in un caso isolato. Ma quando la concomitanza riproducesi in un gran numero di casi, ed in circostanze svariatissime, una filosofica induzione ha diritto di inferirne che quella concomitanza non è accidentale. Ora voi vedete nei tempi antichi, presso i liberi Fenicj, presso i liberi Cartaginesi, presso i liberi Greci, presso i liberi Etruschi, presso i liberi Romani fiorire il commercio e l’industria: estinguersi questa allo spirare dell’indipendenza. Nei tempi moderni vedete riprodursi lo stesso fatto fra l’Italiani anche più chiaramente: l’industria e la libertà rinascere quasi ad un parto nel secolo duodecimo, insieme tramontare nel decimosesto, insieme risorgere ancora nel decimonono. Vi si para innanzi lo stesso parallelismo in Isvizzera, nelle città Anseatiche, nell’Olanda, nel Belgio, in Inghilterra, in America, in Francia.

Nasce spontanea un’objezione, che non debbo passar sotto silenzio. Tu hai pur toccato, potrebbe altri dirmi, dell’industria degli Egizj, degli Assirj, ossia Babilonesi e Niniviti, e dei Cinesi. Ora questi popoli non sono eglino e non furono retti dispoticamente? Anche l’Austria è contrada di dispotismo, e lo fu sino a poco tempo fa la Prussia: eppure non fiorisce egli in questi paesi una rispettabile industria? A voler rispondere mi conviene far qui una distinzione. Quando io affermo la libertà e l’industria ajutarsi e sostenersi a vicenda, non intendo io già che elleno dipendano esclusivamente una dall’altra, e non ancora da molte altre condizioni. Se io diressi, a cagion d’esempio, che l’irrigazione influisce nel prodotto dei prati, direi cosa verissima: ma non ne seguirebbe già, che essere non vi potesse irrigazione senz’erba, od erba senza irrigazione. Molto meno pretendo che, all’istante preciso che spunta o cade la libertà, nasca o muoja l’industria, o viceversa. Le grandi [p. 15 modifica]cagioni mettono gran tempo a maturare i loro effetti. Una costituzione si può cambiare radicalmente in un giorno; ma a mutare sostanzialmente i costumi di un popolo si richieggono anni, ed alle volte dei secoli. Di qui è nato che in Italia, anche sotto la tirannide, viveva latente, a guisa di naturale eredità, la libera indole de’ padri nostri. Di qui ne viene eziandio, che un despota il quale distrugga la libertà, non distrugge subitamente nè lo spirito militare, nè le scienze, nè le arti; benchè vi instilli un narcotico veleno, che infallibilmente le farà decadere, e più tardi perire. Anzi se il distruggitore della libertà è un uomo di genio, può avvenire che, stringendo in un fascio quelle stesse forze che la libertà aveva alimentate ma non unite, egli riesca a fare delle conquiste, e ad accaparrare le adulazioni venali, fors’anche il sincero entusiasmo dei poeti e degli artisti. La ingannevole meteora svanirà inevitabilmente, e lascerà a nudo i suoi funesti effetti; ma li storici superficiali che scriveranno nelle susseguenti età di prostrazione e di servitù, non mancheranno di dire che il grande Alessandro, il grande Augusto, il gran Luigi XIV, il grande questi o quegli, fece le tali e tali altre gran cose, e protesse gloriosamente le lettere e le arti. Aggiungeranno però che, per isventura, la dappocaggine del suo successore A, le concubine del successore B, li eunuchi del successore D, lasciarono sfuggire le conquistate regioni, languir il commercio e l’industria, eclissarsi le arti e le scienze, falsarsi il gusto, rovinar i ponti, guastarsi le strade, corrompersi i costumi, convertirsi le floride e popolose provincie in solitudini pestilenziali.

In quanto all’Austria ed alla Prussia, alla Russia ben anche se volete, quei paesi hanno un’industria non mercè, ma non ostante i loro dispotici governi; l’hanno in parte quale avanzo ereditario della libertà che già fu in molte delle loro provincie; in parte per l’esempio irresistibile delle vicine nazioni libere: infine perchè il terrore di nuove rivoluzioni teneva a freno i despoti ed i lor favoriti, e costringevali a dar qualche appagamento alle esigenze della publica opinione. Troppo son facili li uomini a denigrare il non riuscimento, ed in ispecie le rivoluzioni apparentemente fallite. Dico apparentemente, perchè quantunque fatali per lo più a chi le tenta, purchè abbiano uno scopo giusto, giovan sempre più o meno agli altri. In primo luogo la non riuscita è un previo tributo che la inesorabil fortuna suole esigere in prezzo del susseguente [p. 16 modifica]riuscimento; ed il sangue dei martiri, in tutte le cause sante, è seme prolifico di seguaci futuri. Aggiungete che, nell’intervallo fra la rivoluzione tentata e quella che riesce, la tirannide mette un qualche limite agli abusi che non le sono essenziali, ed infierisce bensì contro poche migliaja dei più caldi patrioti, ma cerca di contentare il altri, che sono in numero di millioni. Voi siete stati mal governati, Dio lo sa, in questi ultimi anni: ma lo sareste stati dieci volte peggio se la rivoluzione, quale spada di Damocle, non fosse stata sospesa sul capo dei vostri oppressori.

Del rimanente, l’esempio di Austria, Prussia, Russia, ed anche di queste parti d’Italia, ove era qualche industria, non ostante la dispotica amministrazione della cosa publica, invece di essere serj argomenti contro alla prima parte del mio assunto, che la libertà favorisce l’industria, tende a confermare l’altra parte, cioè che l’industria è conversamente amica della libertà. Conciossiachè quel tanto d’industria che ne avevamo qui, e quella maggiore che è in altre parti d’Europa, ha agevolato la nostra liberazione, ha contribuito a quella della Prussia, e presto contribuirà, io lo spero, alla emancipazione dell’Ungheria, dell’Austria, della Polonia, e della Russia stessa.

Se volete veder li effetti naturali del dispotismo in tutta la loro purezza, dovete andar in Asia, dove è stabilito da secoli. Un sultano con un gran serraglio di donne, e ben anche dei vizj oltraggiosi alla natura; dei pascià che tiranneggiano e spogliano le provincie; bande di ladroni erranti che rendono insecura la proprietà e quasi impossibile la cultura; nè strade, nè canali, nè ponti; una moltitudine diradata, ignorante, e misera: di tempo in tempo mutue stragi fra i seguaci di superstizioni diverse: ecco lo stato normale del governo dispotico: ecco la condizione a cui arriverebbe l’Europa stessa, se il dispotismo potesse regnarvi, non contrastato e non interrotto, per alquanti secoli.

Ma non crediate, o signori, che nemmeno in Asia egli sia indigeno. No. La storia ci accerta soltanto che l’Egitto, Babilonia e Ninive erano retti dispoticamente quando furono conquistati dai Persi e dai Macedoni. Quali fossero le loro costituzioni nei tempi anteriori, la storia non ne dice nulla, perchè nulla ne sa. Ma io non credo già che i popoli di quelle grandi regioni fossero governati dispoticamente nei loro più floridi tempi. Anzi porto opinione [p. 17 modifica]che, se non fossero stati liberi, non sarebbero mai divenuti grandi; come non credo che, se fossero rimasti liberi, sarebbero stati soggiogati così facilmente, i Cinesi dai Tartari, li Egizj ed Assirj dai Persiani, i Persiani dai Macedoni, i Macedoni dai Romani, i Romani dai Goti.

Erodoto, padre della Storia, non nacque che 484 anni prima di Cristo, e descrisse le istituzioni dell’Egitto quali le trovò al suo tempo, cioè nella loro decadenza, sotto la dominazione persiana. Parlando delle età anteriori, cita confusamente i nomi di diversi re: ma giova riflettere che non erano ignoti agli antichi i temperamenti moderni di una regia presidenza con la libertà popolare. Ne abbiam prova nei sette od otto re di Roma; in quelli di Sparta; nei Lucumoni etruschi; nei Suffeti di Cartagine. La Bibbia ci porge indizj che vi fosse una rappresentanza nazionale sotto Saulle, Davide, e Solomone; e ne informa che avvenne la rivoluzione contro di Roboamo, per la tirannica risposta data da costui all’assemblea del popolo. Nella stessa Bibbia avvi indizio che il dispotismo si stabilisse in Egitto all’epoca della gran carestia dei sette anni. Altro argomento di ciò sta nel numero di 330 monarchi, di cui i sacerdoti mostrarono la lista ad Erodoto, da Manete a Meride (probabilmente il Faraone di cui fu ministro Giuseppe), e che regnarono per lo spazio di circa 1200 anni. La media pertanto di questi regni fu di tre in quattro anni; la quale è più presto una durata di presidente elettivo, che di principe ereditario.

Simile induzione può ricavarsi, rispetto alla Cina, dai 440 imperatori della prima serie, chiamata impropriamente la dinastia degli Hia, i quali non regnarono insieme che 440 anni, cioè giusto un anno per uno. Riflettete inoltre, che il fenomeno della quasi stereotipa immutabilità dei Chinesi è durato oggimai due mil’anni: ma ch’egli è evidente non aver eglino potuto slanciarsi d’un tratto solo a quell’alto e complicato grado d’industria che ora posseggono. È quindi giuocoforza che, per un tempo anche non breve, abbiano progredito. Come una tanta immobilità può aver tenuto dietro a tanto progresso? La più naturale spiegazione è questa: progredirono quando furon liberi: si arrestarono allorchè divennero servi. Se non sono retroceduti si deve alla speciale tenacità e spirito imitativo della razza mongola.

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