Storie allegre/Una mascherata di carnevale/II

Una mascherata di carnevale - II

../I ../III IncludiIntestazione 2 gennaio 2024 75% Da definire

Una mascherata di carnevale - I Una mascherata di carnevale - III
[p. 176 modifica]

II.


Quella sera andarono a letto mogi mogi.

Cesare dormiva solo, e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pierino.

― Peccato! ― disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi. ― Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le poteva levare....

― Sfido io!... ― brontolò Orazio.

In quanto a Pierino non potè dir nulla, perchè russava come un ghiro.

La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegliò i suoi fratelli, gridando:

― Allegri, ragazzi, allegri!... Ho bell’e trovato il modo di far la mascherata!

― Davvero? ― disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.

― Quale mascherata? ― domandò Pierino, col capo sempre fra il sonno.

― Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà il vestiario?... Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio. [p. 177 modifica]

Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mamma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima casa anche il suo Studio di pittura.

― E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?

― Ne sono sicuro.... perchè glielo porteremo via di nascosto.

― Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto?

― Non è precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori: e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti....

― Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorrà la corona di Re ― disse Orazio.

― Come sei ignorante! ― replicò Cesare con una scrollatina di capo. Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a spasso, non portavano in capo nè corona nè cappello?

― O quando pioveva, come facevano? ― domandò Pierino.

― Pigliavano l’ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche noialtri si sarebbe fatto così, ne convieni?

― Tu discorri bene, ― soggiunse Pierino ― ma nella Storia Romana non c’è detto che gl’Imperatori andassero fuori con l’ombrello....

― E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi bene il tu’ tempo!... ―

Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio, mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli portarono via un grosso fagotto di [p. 178 modifica]calzoni di seta, di sottoveste e di giubbe di raso e altre anticaglie d’ogni modello e colore.

Poi corsero a dare un’occhiata a quella famosa stampa che rappresentava, per dir come dicevano loro, tutta la famiglia di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera a lavorare.

Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegnò a vestirsi da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata una corona reale di cartone dorato, si rassegnò a portarla in capo.

La mattina dopo.... volete crederlo? tutto il vestiario, a furia di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era già in ordine.

Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa sola, ed è questa; che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.

E i quattrini per entrare in teatro? Dove trovarli? Da chi farseli imprestare?

Chiederli alla mamma era inutile, perchè sarebbe stato lo stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro. [p. 179 modifica]

A buon conto, avevano saputo che il biglietto d’ingresso al teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno tre lire.

Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a chiederle allo zio Eugenio; e lo zio, famoso per queste burle, rispose subito:

― Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti così meschini! Chiedetemi cento, duecento, mille lire.... e allora c’intenderemo....

― Gua’ ― disse Pierino ― se lei ci fida anche cento lire, noi le si pigliano volentieri.

― Sicuro che ve le fido! E perchè non ve le dovrei fidare?

― Dunque la ce le dia.

― Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco. ―

Quand’ebbe l’occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:

Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete a mio debito.

Lo Zio.

― E ora ― domandò Cesare da chi si vanno a prendere queste cento lire?

― Alla Banca de’ Monchi.

― E dov’è questa Banca?

― Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate giù a diritto, poi trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro, traversate il ponte e appena fuori della barriera, lì c’è subito la Banca de’ Monchi. ―

I tre ragazzi stettero attentissimi, ma non capirono nulla. [p. 180 modifica]

Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, girò per tutta la città; e a quanti domandava della Banca de’ Monchi, tutti lo guardavano in viso e ridevano.

Tornato a casa, disse a’ suoi fratelli:

― Lo zio ce l’ha fatta!

― Cioè?

― La Banca de’ Monchi è una sua invenzione.

― E ora come si rimedia?

― Il rimedio ce l’avrei....

― Dillo, dillo subito! ― gridarono Orazio e Pierino.

― Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?

― Magari!... e poi come si ricomprano?

― Con le cento lire del premio!

― Benissimo! E così li avremo tutti nuovi....

― E tutti rilegati.... ―

A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli finirono per persuadersi, che, a vendere i loro libri di scuola, facevano un’operazione d’oro.

Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, andò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand’ebbe in tasca le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.