Sole d'estate/Storia d'una coperta

Storia d’una coperta

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La tomba della lepre L'anello di platino
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STORIA D’UNA COPERTA

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Ogni volta che veniva in casa nostra la zia Rosaspina ci metteva la testa in subbuglio. Per fortuna veniva di rado, perché abitava distante da noi, quasi fuori del paese, in un’antica casa di sua proprietà, in mezzo a un grande orto fantastico, i cui cavoli fiori, di questa stagione, sembravano lune piene, e in primavera radioso di crocos coltivati, di eserciti di asparagi col cappuccio viola, e sopratutto di altissimi ciliegi, gioia di uccelli e spasimo di ragazzi errabondi.

Viveva sola con una contadina che le coltivava l’orto e faceva anche da cane da guardia: una donna fedele, piccola e maschia, che fumava la pipa e, all’occorrenza, sapeva sparare l’archibugio. La zia Rosaspina, invece, era alta, gentildonna di razza; ancora bella; ma il suo nome giustificava il suo carattere, perché era scontrosa e pungente, di una virtù esasperante: e, forse appunto perché perfetta lei, trovava da ridire su tutto e su tutti; e non le sfuggiva un’ombra del [p. 162 modifica] nostro più intimo non dritto pensiero. Le sue parabole, i suoi esempi, le sue profezie avevano spesso un colore d’Apocalisse: è vero, però, che ci destavano terrore e malessere perché basati su un fondo monolitico di verità e di esperienza.

*

Ecco che un giorno ella viene e vede, sul nostro letto matrimoniale, una coperta nuova, di seta verde, che ha ancora il segno delle pieghe e l’odore della stoffa appena uscita dalla fabbrica. La camera ne è tutta illuminata come da un riflesso di primavera, e gli oggetti, anche i più umili, se ne rallegrano. Il pino, davanti alla vetrata della loggia, sembra quasi geloso, e fa di tutto per essere anche lui più verde del solito. Chi non si rallegra è la zia Rosaspina: anzi il suo viso si fa più austero, e i suoi occhi pare raccolgano anch’essi una luce verdastra, ma cattiva e arcigna.

— Ebbene, — domanda, — e la coperta bianca, che ti aveva lasciato tua madre?

— L’abbiamo messa via, s’intende: mica è stata venduta.

Si tenta invano di pigliare le cose alla [p. 163 modifica] leggera, con la zia Rosaspina: ella non capisce lo scherzo, come, d’altronde, anche il nostro proavo don Michele Berchitta, che, andato all’inferno (appena morto), al diavolo che col forcone lo spingeva verso il fuoco eterno disse sdegnoso: oh, piano con le confidenze; io non amo gli scherzi.

— Vuol dire, — prosegue la zia Rosaspina, — che voi disprezzate le cose sacre e amate le novità moderne. E che avete anche soldi da buttar via, mentre c’è tanta gente che muore di freddo e di fame. Bene, bene: purché Dio non si offenda e... e...

Volse le spalle al letto, uscendo dalla camera con un’andatura di cavalla imbizzarrita; e non volle neppure accettare la solita tazza di caffè, che tanto le piaceva: ma prima di andarsene non poté trattenersi dal concludere:

— Purché quella coperta non porti disgrazia!

Io le feci dietro le corna; e non bastando questo toccai il piccolo chiodo storto che sempre ho in tasca; e neppure sicura del chiodo, per quanto affetto ed anche ammirazione sentissi per lei, aggiunsi fra di me: crepi l’astrologo. [p. 164 modifica]

*

Eppure fu proprio quel giorno che, dopo la solita siesta, mi alzai con un forte dolore alle spalle; un dolore sordo, che penetrava fino al petto e produceva un raschiamento di gola con un rigurgito di sapore aspro e amaro: mi pareva di aver ingoiato del verderame e che l’odore della coperta mi stagnasse nella cavità del naso. Pensai alla zia e al suo malaugurio, ma anche al freddo sentito alle spalle il giorno prima, in una gita in campagna.

Aumentando il male ritornai a letto, e si mandò a chiamare il dottore. Era un nostro buon amico, il dottore, e quando veniva a trovarci per semplice visita voleva sempre un bicchiere di vino spumante per augurarci buona salute e lunga vita. Ma non fu lui che precisamente questa volta venne: forse non era in paese, e mandava un suo sostituto: il quale arrivò verso sera, ed entrò in modo insolito e strano nella mia camera silenziosa.

La sua figura altissima, più che altro per le lunghe gambe che parevano di legno, apparve da prima nel vano della vetrata del [p. 165 modifica] balcone, in mezzo ai rami del pino che si anneriva sullo sfondo color rame del cielo. Anche la barba del dottore era di quel colore, ispida come gli aghi del pino; ma lasciava scoperta una grande bocca sensuale e buona, da satiro melanconico. Questi particolari li osservai quando egli, dopo essersi avanzato silenzioso, si piegò per toccarmi la fronte e poi tastarmi il polso con la mano straordinariamente piccola per quel suo corpaccio gigantesco. Poi mi fece sedere e attaccò sulle mie spalle nude il suo orecchio freddo e duro, che mi diede l’impressione di essermi appoggiata all’ingresso di una grotta.

Quando fui di nuovo distesa, egli disse, con una voce gutturale e sommessa che combinava a perfezione con la sua figura stramba:

— Lei non ha niente, signora. Solo, forse, un po’ di febbre reumatica: però bisogna tenersi riguardati, con questi tempi; può sopraggiungere la bronchite o la polmonite. Non si scherza con l’umido: lo so ben io che sono il medico della Maremma e ho sempre da fare con boscaiuoli, pescatori e cacciatori.

Io lo guardavo senza poter parlare: mi pareva di vederlo campeggiare sullo sfondo [p. 166 modifica] di un quadro preistorico; poiché egli proseguiva:

— È bene curare questi malanni con gli infusi e i cataplasmi di erbe: malva, malva! E anche jusquiamo, camomilla, parietaria e senape: anche la cera vergine è buona in certi casi, come l’otite; e la ruta per gli occhi, e l’acqua di mandorle pestate: questa fa per lei: è buona come il latte appena munto. E stare a letto, — concluse, — ben coperti e al caldo. Lei è poco coperta, mi pare.

Palpò le coltri, piegandosi per fiutare l’odore del drappo nuovo: il suo grosso naso camuso si arricciò:

— Che brutto odore — disse: — cambi questa coperta, che sa di ammoniaca e di anilina: è roba velenosa.

Se ne andò come era venuto, silenzioso e solo. Ma perché nessuno era accorso a riceverlo, a interrogarlo? Cominciavo a sdegnarmi per l’abbandono in cui mi si lasciava, quando una ridda di figure una più deforme e paurosa dell’altra volteggiò per la camera ancora illuminata dal chiarore giallo della vetrata: erano i selvatici clienti del dottore, tutti con barbe rosse come la sua; boscaiuoli con la scure, pescatori con le fiocine, cacciatori con l’arco! E la coperta mi [p. 167 modifica] pareva una palude verdastra, immobile e funebre.

— Ho certamente la febbre — pensai, tentando di liberarmi dall’incubo.

*

— E che febbre, — disse una settimana dopo mio marito; — è arrivata a quarantadue gradi. Adesso che il pericolo è passato, te lo si può anche dire.

Poiché bisogna aggiungere che il medico della Maremma, venuto a visitarmi nei sogni del delirio, non aveva indovinato il mio male; che era una brava polmonite doppia.

Sì, il pericolo era passato; ma la convalescenza fu lunga; e, venuta la zia Rosaspina a trovarmi, le dissi:

— E portatevi dunque via la malaugurata coperta: non la voglio più; datela a qualche povero che soffre il freddo e non sente l’odore dell’ammoniaca.

— Va bene, — risponde lei con la sua voce lenta, — la daremo alla lotteria per i poveri della parrocchia: anzi ho qui alcuni biglietti che voi dovreste acquistare. Porto via subito la coperta.

Presi i biglietti: e, il giorno della lotteria, non la vinsi proprio io, la coperta? [p. 168 modifica]

*

— Zia Rosaspina, zia Rosaspina, — supplicai quasi in ginocchio, — non riportatemi a casa quella sciagurata roba: buttatela piuttosto, poiché adesso comincio a credere che anche a darla ad un povero gli porterebbe sventura. Bruciatela nell’orto.

— Va bene — dice lei, sempre calma e severa. — Provvederò io.

*

Molti anni sono passati. Noi si andò in giro per il mondo, mentre la zia Rosaspina rimase ferma al suo posto, nella sua casa antica, in mezzo all’orto di cavoli fiori, che in questa stagione sembrano lune piene, e dei ciliegi dai quali basta un volo d’uccello per far cadere una miriade di foglie simili a cuori trafitti. Ella non ci scriveva mai: solo, per Pasqua ci mandava le uova dipinte con lo zafferano, e per Natale la torta di noci.

Quest’anno però la torta non arriverà: poiché la zia è morta da una settimana e [p. 169 modifica] noi siamo ritornati quaggiù per rivederla un’ultima volta ed anche per raccogliere la sua modesta eredità. Siamo in tempi nei quali una piccola eredità non è da disprezzarsi, tanto più se proviene santamente da una creatura la cui vita è stata tutta una collana di giorni limpidi e puri come diamanti.

Ed ella è morta come è vissuta: senza soffrire: ha chiuso gli occhi e si è addormentata, nella sua casa silenziosa, in mezzo all’orto rosso e dorato.

Quando noi si arrivò, giaceva ancora sul suo letto largo, dov’era nata; il suo viso, che sembrava quello di una vecchia santa di cera, spiccava sul verde di una coperta di seta: la nostra coperta. Non nascondiamo che un istinto di terrore accompagnò la sorpresa, nel riconoscere lo strano drappo, che dunque, poiché tutte le cose della zia oramai ci appartenevano, ritornava a noi con irrisione funebre.

Ma la contadina che l’ha servita fino all’ultimo ci rassicura.

— Ella teneva la coperta nell’armadio, con la canfora e lo spigo; e sempre mi diceva: quando sarò per partire col carro di Dio, avvolgimi in questa mantella, che io me ne vada vestita di seta verde, come una sposa che ha mille speranze di gioia.