Poesie (Fantoni)/Varie/XIII. All'abate Giulio Cordara

XIII. All'abate Giulio Cordara

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XIII. All'abate Giulio Cordara
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XIII

All’abate Giulio Cordara,

che inviò all’autore la sua canzone di Gigina.

     Dal vorticoso Tanaro,
che scuote disdegnoso
il ponte rumoroso,
scrive Labindo a te;
     5Labindo, a cui le garrule
Gioie solean un giorno
pargoleggiar d’intorno,
su l’inesperto piè.

     Edace Cura, torbida
10madre d’avari affanni,
or con i foschi vanni
su di me siede e sta.
     E il Fato, inesorabile
nemico del perdono,
15assiso in ferreo trono,
è sordo alla pietá.

     Pende la muta cetera
dal solitario muro;
la cetra per cui furo
20scritti in diaspro i re,
     che alle toscane e liguri
donzelle vergognose
e alle latine spose
ignota ancor non è.

     25Vi tesse Aracne timida,
del folle ardir pentita,
l’immagine punita
del primo suo lavor.

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E fra la polve il pallido
30riposa Oblio discorde,
delle languenti corde
tranquillo regnator.

     Le meste Grazie e i teneri
Scherzi, a temprarla eletti,
35la guatan sdegnosetti,
lagnandosi tra lor.
     I vanni si spennacchiano,
torcendosi crucciosi,
coi volti dispettosi
40i pargoletti Amor.

     E le Lusinghe, ergendosi
sul piede incerto, in alto
tentan, spiccando un salto,
di distaccarla invan.
     45Sospese si sollevano
col braccio tenerello,
e l’una fa puntello
a l’altra con la man.

     Curve sul nudo gomito,
50le Veneri pensose
le fuggitive rose
lascian dal sen cader,
     che dalle siepi idalie,
per coronarle, ha tolte
55e nel lor grembo involte
il tenero Piacer.

     Sdegnato, Amor le lacera
e il verde stel dispoglia
d’ogni tremante foglia,
60che invan fuggendo va.
     Col nudo piè calpestale
e pallide le preme,
mentre crucciosa geme
la bionda Voluttá.

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     65Al pigro fuoco languido
io mesto seggo accanto;
e, involto in bruno ammanto,
il tacito Dolor,
     coperto il volto, incurvasi
70sul moribondo fuoco,
e sveglia a poco a poco
il fuggitivo ardor.

     Entro d’azzurre ciotole
mi temprano ingegnose
75le cure tormentose
i timidi color.
     Scioglie nell’acqua l’araba
gomma, ch’errando sorge,
ed il pennel mi porge
80il pallido Timor.

     Su bianca carta sfidano
curvi i color la luce,
che in mezzo all’ombre adduce
focoso immaginar,
     85e, all’agitar del morbido
pennello animatore,
veggo di quelle fuore
l’immagini scherzar.

     D’un bosco solitario
90tesso al nemico affanno
un lusinghiero inganno,
fra il taciturno orror,
     e su d’alpestre ed orrida
rupe, da cui gemente
95precipita un torrente
di sassi crollator.

     Sovra il vicino scoglio
dipingo umil capanna,
che il tardo peso affanna
100del paziente gel,

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     e la difende, povera
di frondi, selva algente,
che albeggia di cadente
neve, che imbianca il ciel.

     105La pace, che vi godono
i candidi pastori,
ahi! mi rammenta, o Clori,
la mia passata etá.
     Ed il dolor le lacrime
110dal mesto ciglio elice,
ché quell’etá felice
piú da tornar non ha.

     Quel malignetto satiro,
che di Cefiso all’acque
115da quella Grazia nacque,
che Rabenèr lattò;
     e che a te, Giulio impavido,
Fiacco novello, i versi,
d’attico sale aspersi,
120su del Tarpeo dettò,

     che giá temuti vinsero
al paragon Settano;
m’offre la penna invano
tinta di tosco fiel,
     125che gli temprò, con ferrea
freccia vendicatrice,
la bella genitrice,
all’Amor suo crudel.

     Un cuor gli dèi mi diedero
130amico della pace,
che voglia contumace
al ben nutrir non sa,
     che sente e che la misera,
ahi! troppo ancor negletta,
135negli orror suoi rispetta
afflitta umanitá.

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     In queste selve, ove abito
sotto discreto tetto,
meco ha fedel ricetto
140la candida virtú;
     né mai fu colpa un tenero
d’amor pietoso affetto,
né lo racchiuse in petto
timor di servitú.

     145Quando sul greco margine
del solitario fonte
il calvo Anacreonte
la cetra mi donò,
     temprarne con le fervide,
150instabili, indecise
dita, di sangue intrise,
le corde mi vietò.

     Se le fallaci insidie
di cura invidiosa,
155del viver mio gelosa,
la sorte ingannerá,
     e ai prieghi delle amabili
lusinghe Amor pietoso
dal muro polveroso
160la cetra involerá,

     a nuove rose d’edera
e mirto intesso un laccio:
ne farò anella al braccio
e al biondo-bruno crin.
     165Mi udrá al tuo fianco sciogliere
un rapid’inno allora
alla beltá, che adora
l’amabile Gigin.

     Lo stuol dei Scherzi, incognito
170amico degli amanti,
le tenere-tremanti
corde vezzeggerá.

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     E di Gigin ripetere,
Eco, di voce avara,
175e il nome di Cordara
uniti imparerá.

     Non guaterò d’invidia
losco la vostra gioia;
lungi da voi la noia,
180lungi da me sará.
     Tu di novella Lesbia
vivrai miglior Catullo,
e ti farai trastullo
della nemica etá.