Atto I

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Personaggi Atto II

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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Campagna, e si vede l’aurora che va dilatandosi.

Rosaura e Florindo.

Rosaura. Oh Dio! Florindo, dove mi conducete voi?

Florindo. Andiamo, e non temete. Un calesse ed un cavallo ci aspettano. Voi salirete in calesse con Colombina, io a cavallo vi seguirò, e fra un’ora al più saremo in luogo sicuro.

Rosaura. Ah, l’onor mio vi sia a cuore!

Florindo. Questo deve premere a me niente meno che a voi. Se avete a essere mia consorte, immaginatevi con qual zelo procurerò custodirlo!

Rosaura. Oh Dio! Dov’è Colombina? Non viene? Avvertite che senza di lei non mi lascio condurre. [p. 116 modifica]

Florindo. Ella ci segue, e poco può tardare a raggiungerci. Sapete che ha ella acconsentito alla nostra fuga, e vi terrà quella custodia medesima, ove anderemo, che vi ha tenuta per sei mesi nella propria sua casa. Convien superare ogni difficoltà. È necessario togliervi dalle insidie di Lelio che vi perseguita, che v’insulta, che minaccia rapirvi, ed io sapete voi quante volte sono stato in pericolo di perdere per vostra cagione la vita. (Ah, se Beatrice s’accorge della mia fuga, tenterà impedirla. Temo ancor più di Lelio questa donna importuna). (da sè)

Rosaura. Ma dove anderemo? Ma dove pensate voi ricovrarmi?

Florindo. Deh, non perdiamo inutilmente il tempo. Raggiungiamo il calesse, che ad arte ho fatto trattenere fuori di questa terra. Colombina ci avrà prevenuti per via più corta. Andiamo, Rosaura, andiamo. Fidatevi di me, e non temete.

Rosaura. L’amore che ho per voi, ed il timore di Lelio, son due stimoli alla mia fuga. Il cielo, che vede l’onestà delle nostre intenzioni, ci sarà scorta. Oimè, sento gente.

Florindo. Andiamo, andiamo, non ci arrestiamo per questo; all’alba del giorno i contadini vanno al lavoro. Non vi prendete pena d’incontrar gente. (A quest’ora Beatrice non sarà alzata). (da sè)

Rosaura. Vedete un uomo che si è fermato dietro quegli alberi?

Florindo. Che importa questo? Seguitiamo la nostra strada.

Rosaura. Oh Dio! Mette mano alla spada.

Florindo. Cielo, aiutami, egli è Lelio.

Rosaura. Ah, che il cuore me lo diceva.

Florindo. Presto, nascondetevi.

Rosaura. Dove?

Florindo. Il traditore non passerà. (mette mano alla spada)

SCENA II.

Lelio con la spada alla mano, e detti.

Lelio. Indegni, vi ho colto al varco.

Rosaura. Dei, assistetemi. (fugge)

Lelio. Non fuggirai. (vuol seguirla) [p. 117 modifica]

Florindo. Chi vuol seguirla, ha da passare per questa spada.

Lelio. Inciampo lieve per arrestarmi. (battendosi entrano)

SCENA III.

Camera in casa di Ottavio.

Ottavio in veste da camera.

Che delizioso soggiorno è la campagna! Che bel levarsi la mattina per tempo a godere i fiori novelli, che spuntano con il sole! Che soave piacere udir il canto degli augelletti, che si rallegrano nell’uscire dai loro nidi! Quanto volentieri spendo la metà dei miei giorni in questa solitudine amena! Non darei un giorno di villa per un mese d’abitazione in città.

SCENA IV.

Rosaura ed il suddetto.

Rosaura. Ah signore, soccorretemi per pietà!

Ottavio. Chi siete voi?

Rosaura. Sono una povera sventurata; il mio nome è Rosaura.

Ottavio. Parmi di avervi un’altra volta veduta.

Rosaura. Io due volte ho veduto voi.

Ottavio. Siete dunque di questa terra?

Rosaura. Sono sei mesi che vi abito.

Ottavio. Ed io non son che otto giorni, che ho qui ripigliato il soggiorno.

Rosaura. Deh signore, per carità, difendetemi. Un traditore m’insidia.

Ottavio. Non temete. In casa mia non vi sarà chi ardisca insultarvi. Ma chi è il vostro persecutore?

Rosaura. Lelio, figlio di quell’onorato mercante...

Ottavio. Sì, lo conosco, il figlio di Pantalone: figlio indegno, che degenera affatto dall’onorato carattere di suo padre; ma da voi che pretende? [p. 118 modifica]

Rosaura. Più volte mi ha chiesto amori.

Ottavio. Qual sorta d’amori?

Rosaura. Di quelli che chiedono i discoli pari suoi.

Ottavio. E voi l’avete scacciato?

Rosaura. Si signore.

Ottavio. Vi lodo, vi stimo e vi reputo per una giovane di merito singolare.

Rosaura. Signore, io non pretendo di aver gran merito a far quello che ogni fanciulla onorata è obbligata di fare.

Ottavio. Felice il mondo, se tutti facessero quello che sono obbligati a fare. Ma ditemi, chi siete voi? All’aspetto, al brio, al ragionar che voi fate, mostra essere di voi indegno quell’abito villereccio che ora portate.

Rosaura. I miei casi non sono di così lieve rimarco, che possa farvene brevemente il racconto, nè sono in grado di favellare più a lungo, oppressa tuttavia dal timore e dalla pena, che egualmente mi opprimono.

Ottavio. Qual timore? Qual pena? Voi siete in luogo di sicurezza.

Rosaura. Ah, che la mia pena, il mio timore sono diretti a chi amo più di me stessa.

Ottavio. Dunque amate?

Rosaura. Signore, e chi non ama?

Ottavio. E chi è l’oggetto de’ vostri amori?

Rosaura. Florindo, quel giovane cittadino che abita in questa terra.

Ottavio. Sì, conosco anche lui. Giovane di buoni e morigerati costumi. Pratica frequentemente nella mia casa. E qual timore avete per lui?

Rosaura. Lelio lo assalì colla spada.

Ottavio. Quando? Dove?

Rosaura. Dietro al vostro giardino, mentre Florindo istesso seco tacitamente mi conduceva.

Ottavio. Florindo vi conduceva seco tacitamente?

Rosaura. Lo facea per sottrarmi... [p. 119 modifica]

Ottavio. Sull’alba del giorno? Seco tacitamente?

Rosaura. Sappiate, signore...

Ottavio. Voi siete quella giovane savia, che sa con tanto rigore difendere la propria onestà?

Rosaura. Deh, ascoltatemi...

Ottavio. Sareste forse una pazzarella, che fugge da un amante per riserbarsi ad un altro?

Rosaura. Deh, ascoltatemi per pietà!

Ottavio. Parlate, e non isperate da me soccorso, senza giustificarmi la vostra condotta.

Rosaura. Ah sì, malgrado la confusione in cui sono, parlerò, mio signore, sì, parlerò. Giuro esser sincera; se tal non sono, scacciatemi, e se vi pare ch’io meriti la vostra pietà, datemi quel soccorso che esigono le mie sventure.

Ottavio. Via, parlate. (Il di lei volto non mi fa credere ch’ella abbia il cuore scorretto). (da sè)

SCENA V.

Beatrice ed i suddetti.

Beatrice. Mi consolo, signor consorte; vi divertite di buon mattino. Non mi stupisco, se vi annoiate di giacere nel letto, poichè una sì bella cagione vi sollecita ad essere vigilante.

Ottavio. Sospendete di mal pensare di me e di questa povera sventurata.

Rosaura. Signora, io sono povera, ma onorata.

Beatrice. Le povere che oneste sono, non vanno a quest ora a chieder l’elemosina agli ammogliati.

Rosaura. Io non sono venuta qui a chiedere un pane.

Beatrice. Dunque che pretendete?

Rosaura. Assistenza, protezione e pietà.

Beatrice. Non temete; il signor Ottavio è pieno di carità per le belle giovani, come voi siete.

Ottavio. Consorte mia, la fanciulla che voi vedete, ha d’uopo [p. 120 modifica] della mia protezione. Io non ho cuore d’abbandonarla. Ma acciò non crediate sia interessata la cura che di essa mi prendo, a voi la consegno. Custoditela voi, e rammentatevi che le persone di garbo, come voi siete, hanno impegno di soccorrere gl’infelici.

Beatrice. E chi è costei? Da noi che richiede? Qual disavventura la porta a ricorrere a questa casa?

Ottavio. Nel punto che voi giungeste, ella mi rendeva conto dell’esser suo. Non seppi altro sinora, se non che quel temerario di Lelio l’insulta e la perseguita. Ciò impegnommi a difendere la di lei onestà. Mi riserbai per altro a prendere maggior impegno, dopo la cognizione totale dell’esser suo. Rosaura, il racconto che a me eravate disposta a fare, fatelo alla mia signora: ella non è meno generosa di me; assicuratevi della sua protezione, se sarete in grado di meritarla; consorte amatissima, a voi raccomando usarle quella pietà ch’ella merita, e rimettendo a voi la di lei causa, e lasciandola all’arbitrio vostro, conoscerete ch’io sono un marito onesto, un cavaliere onorato, un protettore innocente. (parte)

SCENA VI.

Beatrice e Rosaura.

Beatrice. (Mi pento di aver sinistramente pensato). (da sè) Buona giovane, venite qui.

Rosaura. Eccomi a’ vostri cenni.

Beatrice. Sappiate che mio marito è l’uomo più onesto e più prudente di questo mondo.

Rosaura. Ho sentito da tutti parlar di lui con rispetto.

Beatrice. Egli non è capace di amare altra donna che la propria moglie.

Rosaura. Chi ha una sposa amabile come voi, non lo potrebbe fare volendo.

Beatrice. Palesatemi le vostre disavventure, e assicuratevi che [p. 121 modifica] troverete in me tutto l’amore, tutta la protezione che abbisognare vi possa.

Rosaura. Voi mi consolate, signora, e niente meno sperar poteva dalla vostra pietà. Lelio m’insidia, Lelio mi perseguita. A forza mi vuol far sua. Io amo Florin...

Beatrice. (Come! Ama Florindo?) (da sè)

Rosaura. Egli mi vuol sua sposa...

Beatrice. (Florindo, impegnato a servirmi, vuole sposare costei?) (da sè)

Rosaura. Signora, voi non mi ascoltate.

Beatrice. (Ed egli a me lo tiene celato?) (da sè)

Rosaura. Sospenderò l’importunarvi, se vi do noia.

Beatrice. Dite, dite. Florindo vi ama? Vi fa sua sposa?

Rosaura. Sì, mia signora, il cielo impietosito di me, mi offre questa fortuna. Ma Lelio tenta distruggere le mie speranze, tenta rapirmi; ed il mio sposo, per sottrarmi da un sì fiero pericolo, allestito un calesse, m’involava questa mattina agli occhi di quel ribaldo.

Beatrice. (Mi sento arder di sdegno). (da sè)

Rosaura. Lelio ha scoperto la nostra fuga; ci sorprese coll’armi alla mano. Io salvata mi sono, ma di Florindo, oh Dio! sa il cielo che mai sarà succeduto.

Beatrice. (Fosse morto l’indegno! ) (da sè)

Rosaura. Venni qui a ricovrarmi, senza sapere dove mi portasse il destino. Eccomi nelle vostre braccia, eccomi ad implorare da voi pietà.

Beatrice. (Ecco nelle mie mani una mia nemica). (da sè)

Rosaura. Giusto è per altro, prima che v’impegnate a proteggermi, che dell’esser mio vi renda, per quanto posso, informata. Sappiate dunque ch’io sono...

Beatrice. Venite meco. Nelle mie camere con più agio vi ascolterò.

Rosaura. Vi sieguo ove comandate.

Beatrice. Precedetemi. Chi è di là? [p. 122 modifica]

SCENA VII.

Servitore e le suddette.

Beatrice. Accompagnate questa giovane al mio appartamento. (al servitore)

Rosaura. Il cielo vi remuneri di tutto il bene che siete disposta a farmi. Vi raccomando la mia vita, la mia onestà; vi raccomando l’innocente amor mio, e sia un primo atto della vostra pietà assicurarmi che sia vivo e sia salvo il mio adorato Florindo. (parte col servitore)

SCENA VIII.

Beatrice sola.

Cosa mi raccomandi, che mi eccita a fiero sdegno. Come! Così poco rispetta Florindo una donna del mio carattere, una donna che lo ammette all’onesto possesso della sua grazia? Io mi sagrifico per sua cagione ad abitare la metà dell’anno in questa piccola terra; preferisco la di lui servitù a quella di tanti altri da me negletti, e così ingratamente il perfido mi corrisponde? Lo so, perchè più di me non si cura. Perchè non può sperare da una moglie onesta quell’indegno frutto che cercano gli sciagurati da’ loro scorretti amori. Ecco la ragione per cui mi abbandonasti; perchè non sai amare virtuosamente. Tu sei vago di compiacere la tua passione. Ma questo tuo pensiere a me non lo hai palesato; che se palesato l’avessi, ti avrei fatto pentire d’aver osato pensare temerariamente di me. Sì, ti amo, ma onestamente; sono di te gelosa, ma senza intacco dell’onor mio. Nulla puoi sperare da me; ma nulla voglio che tu ricerchi da un’altra. Tu amar altra donna? Tu aspirare a sposarla? Giuro al cielo, non sarà vero. L’averai a fare con me. Scellerato Florindo... Ma, oh Dio! che sarà di lui? Tardar non voglio a rintracciarne la verità. Ah, se egli muore, se egli è ferito, se ei mi abbandona, sopra colei che il destino ha condotta nelle mie mani, giuro di fare la più crudele vendetta. (parte) [p. 123 modifica]

SCENA IX.

Strada comune.

Lelio e Brighella.

Lelio. Sì, lo giuro al cielo, o trovami tu Rosaura, o la tua vita la pagherà.

Brighella. Ma come ho io da far a trovarla?

Lelio. Ella non può essere lungi da noi. Fuori di questa terra non può essere andata. Cercala, trovala e pensaci tu.

Brighella. No disela che gh’era un calesse preparado per condurla via? La sarà andada via.

Lelio. In quel calesse non sarà andata via certamente. Il vetturino ha da pensare a guarire dai colpi del mio bastone, ed i cavalli non cammineran con tre gambe.

Brighella. L’ha bastonà el vetturin?

Lelio. Sì, e lo stesso farò di te.

Brighella. L’ha taià una gamba ai cavalli?

Lelio. Una a te ne taglierò, se non mi trovi Rosaura.

Brighella. Caro sior padron, i cavalli con tre gambe i poi camminar; ma mi con una sarà difficile.

Lelio. Non è tempo di facezie. Cerca Rosaura, e in qualunque luogo ella sia, assicurati che la saprò involare, a dispetto di tutto il mondo.

Brighella. Mi farò tutte le diligenze per saverlo, e subito che so qualche cosa, l’avviserò.

Lelio. Non vi è stata cosa da me voluta, che ottenuta non l’abbia.

Brighella. La supplico in grazia: la m’ha dito che i s’ha battudo co sior Conte; com’èla andada a fenir?

Lelio. È venuto mio padre e gli ha salvato la vita.

Brighella. Povero sior Pantalon!

Lelio. Ma che non torni; ma che non torni mio padre in un caso simile. Giuro al cielo! Venirsi a esporre in difesa d’un mio nemico, quando ho la spada in mano? Mio padre ha poca prudenza. [p. 124 modifica]

SCENA X.

Pantalone ed i suddetti.

Lelio. Brighella, va, trova mio padre, e digli che non faccia più una cosa simile, perchè.... perchè.... Basta, digli che non ci torni.

Pantalone. Cossa vorla dir, patron? Cossa sarà, se tornerò? La diga, cossa sarà? (a Lelio) Andè via de qua. (a Brighella)

Brighella. Servitor umilissimo. (in atto di partire)

Lelio. (Ehi, ci siamo intesi). (piano a Brighella)

Brighella. (Non occorr’altro). (a Lelio)

Pantalone. Cossa gh’è? Segreti?

Brighella. Eh! Mi son galantomo. La sa chi son. (Sto sior Lelio me vol far perder el pan). (da sè, parte)

Pantalone. Caro el mio caro fio, ma fio, po fio, che ve lo digo de cuor, che razza de viver xe el vostro? Che razza de parlar? Vostro pare, per provvidenza del cielo, vien avvisà che ve trovè impegnà colla spada alla man; el corre, povero vecchio, el corre in soccorso della vostra vita, in difesa della libertà: el ve libera dal pericolo o de restar sulla botta, o de morir in una preson, e vu lo ringraziè in sta maniera? Un povero vecchio de sessantacinqu’anni, che ha sfadigà tutto el tempo de vita soa per vu, unicamente per vu, per farve ricco, cussì lo trattè? Anca in tempo che el rischia la vita per causa vostra, invece de ringraziarlo, de benedirlo, lo manazzè? Tocco de desgrazià, ti me manazzi? Se ghe tornerò, ti disi? Se ghe tornerò? No, no ghe tornerò più, no tornerò più dove che ti sarà ti; ma ti no ti tornerà dove che son mi. Furbazzo! A sto eccesso ti xe arriva? Orsù, t’ho soffrio abbastanza, no te vôi più sopportar. In casa mia no ghe star più a vegnir. Chi manazza el pare, no xe degno d’averlo. Chi sprezza un pare che gh’ha dà la vita, no merita compassion, no merita che lo soccorra el cielo, no merita che lo sostegna la terra.

Lelio. Dunque non mi volete più in casa?

Pantalone. No, desgrazià, no te vôi. [p. 125 modifica]

Lelio. Servitor umilissimo. (in atto di partire)

Pantalone. Dove vastu?

Lelio. A provvedermi un alloggio.

Pantalone. Cussì, co sta bella disinvoltura?

Lelio. Così placidamente, senza alterarmi. Vi par molto, eh? che un figlio si senta scacciar dal padre, e non dia quattro cospetti uno più bello dell’altro.

Pantalone. Ah Lelio, ti va in precipizio, e no ti lo sa.

Lelio. Benissimo; se ho d’andare in precipizio, fuori di casa vi anderò più presto.

Pantalone. Ma varda se ti xe una bestia. Varda se ti xe un omo strambo, un omo senza giudizio. Invece de procurar de placarme, invece de pregarme, de sconzurarme che te tegna in casa, no ti ghe pensi, e ti me disi servitor umilissimo?

Lelio. Ho io da inginocchiarmi davanti mio padre, perchè mi dia da mangiare e da dormire? Son vostro figlio, siete obbligato a farlo.

Pantalone. Cussì ti parli a to pare?

Lelio. Io parlo schietto. Non ho paura, quando dico la verità.

Pantalone. Orsù, vame lontan, e vederemo se son obbligà a mantegnirte.

Lelio. Oh, mi manterrete anche lontano.

Pantalone. Anca lontan? Come, cara ela?

Lelio. Col vostro grano, col vostro vino. Ma che dico col vostro grano, col vostro vino? Col mio, col mio. In questi poderi ci ho anch’io la mia parte. Mia madre mi ha partorito in casa, ho da vivere anch’io.

Pantalone. Ben; vederemo quel che te tocca per giustizia, e te lo darò.

Lelio. Eh, che la giustizia io me la fo da me stesso.

Pantalone. Da te stesso?

Lelio. Sì, da me stesso. Se i contadini non vorranno morire bastonati, mi daranno il mio bisogno.

Pantalone. Oh poveretto mi! A sto eccesso ti arrivi? De sta sorte de cosse ti xe capace? Sassinar to pare? Robarghe le [p. 126 modifica] vissere? Farlo morir desperà? Ma ghe troverò remedio. Ricorrerò alla giustizia, te farò metter in t’una preson.

Lelio. Di ciò me ne rido. I birri non si azzarderanno accostarsi.

Pantalone. I te mazzerà.

Lelio. E allora tutti sarete contenti.

Pantalone. Ah Lelio, te prego per carità, mua vita, caro Lelio, per amor del cielo, mua vita.

Lelio. Orsù, se volete ch’io muti vita, fatemi voi mutare stato.

Pantalone. Ma come? Farò tutto quello che poderò. Dime, come hoio da far a farte muar stato?

Lelio. Datemi moglie.

Pantalone. Via; perchè no? Troveremo un bon partio, e son contento.

Lelio. Il partito l’ho ritrovato. Rosaura mi piace. Datemi quella, e può essere che mi vedrete cambiato.

Pantalone. Ma ti voi sposar una che no se sa chi la sia?

Lelio. A me non importa saper chi ella sia: mi piace, e tanto mi basta.

Pantalone. No, caro Lelio, la reputazion no vol che accorda sto matrimonio, e po ti sa pur che Florindo la vol per elo, che ti xe sta in cimento d’esser mazzà per sta putta.

Lelio. Che cimento? Ammazzerò Florindo e quanti pretenderanno impedirmi ch’io sposi Rosaura. Se incontro colui, lo voglio crivellare colla mia spada Sentite, signore, se mi trovate in un caso simile, non vi arrischiate a difenderlo. Quando mi accieca la collera, non conosco nessuno. (parte)

SCENA XI.

Pantalone solo.

Oh povero Pantalon! Oh povero pare desfortunà! Gh’ho un unico fio, e el me dà tanto da suspirar. Per causa soa ho resecà1 el negozio in città, e me son retirà in campagna, e me [p. 127 modifica] contento de viver in t’una terra, acciò le occasion e le pratiche della città no lo fazza precipitar. Ma qua femo pezo che mai. L’ozio della campagna l’ha precipità. Nol parla d’altro che de dar, de struppiar, de mazzar. In sto liogo noi gh’ha suggizion de nessun. Qua la giustizia no ghe fa paura. Ma ricorrerò al Governator, me butterò ai so piè, lo pregherò de trovar la maniera de farmelo andar lontan. El xe el mio unico fio, ghe vôi ben più che a mi medesimo; ma se no penso a correggerlo, se no gh’averò cura de castigarlo, sarò mi credesto a parte delle so colpe, sarò mi quello che le averà fomentade, e me crederò sempre in debito de tutto quel mal che averò perdonà a un fio discolo, a un fio vizioso e baron. (parte)

SCENA XII.

Campagna con prospetto di palazzine

Florindo solo.

Oh me infelice! Dov’è la mia adorata Rosaura? Ah, che se io non la trovo, mi voglio uccidere colle mie mani. Chi sa non l’abbia raggiunta Lelio? Chi sa ch’ella non sia fra le di lui braccia? Oh pensiere che mi tormenta! Oh rabbia che mi divora!

SCENA XIII.

Rosaura alla finestra del palazzo.

Brighella dietro un albero, che osserva, ed il suddetto.

Rosaura. Ah Florindo mio!

Florindo. Rosaura, voi qui? Voi in casa della signora Beatrice?

Rosaura. Oh Dio! Ci sono per mia sventura.

Florindo. Cieli! Che vi è accaduto?

Rosaura. Non posso dirvi di più. Andate voi dal signor Ottavio, gettatevi ai suoi piedi, procurate ricuperarmi.

Florindo. Sì, lo farò. Ma voi con chi siete? [p. 128 modifica]

Rosaura. Addio. Beatrice mi chiama, non posso più trattenermi, (entra)

Brighella. (Ho visto tanto che basta; vado a avvisar el padron). (da sè, parte)

Florindo. Qual confusione è la mia? Rosaura in casa di Beatrice? Come? Per qual ragione? Sospira? Si lagna? Oh cieli! Che sarà mai? Oh sì, temo che Beatrice medesima, la quale pretende da me non so se mi dica amore o servitù, abbia scoperto il nuovo affetto mio per Rosaura, e ne abbia concepita una specie di gelosia. Se così è, conviene levar la maschera. Anderò io dal signor Ottavio, gli svelerò l’arcano, impetrerò la sua protezione, ed egli ch’è uomo giusto ed onesto, non mi saprà negare la mia Rosaura. La porta di dietro è ancora rinchiusa; mi converrà fare il giro ed entrar per l’altra maggiore. Ah, pur troppo è vero, non si può giungere ad una felicità, senza passare per mezzo a mille spasimi, a mille rancori. (parte)

SCENA XIV.

S’apre la porta del palazzo, da cui esce Rosaura, Arlecchino e due Uomini.

Arlecchino. Cara siora, mi no so gnente: comanda chi deve, obbedisce chi puole. Mi fazzo quel che comanda la mia patrona.

Rosaura. Ma che ti ha comandato la tua padrona?

Arlecchino. L’ha comanda a mi e a mi camerada, che ve menemo alla posta, che demo sta carta al mastro de posta, e mi no so altro. L’è una carta che pesa, bisogna che denter ghe sia qualche sella da cavallo.

Rosaura. Come? Vuol ella forse mandarmi via di qui senza dirmi nulla?

Arlecchino. Mi no so altro; andemo e no perdemo più tempo.

Rosaura. Oh Dio! Dov’è andato Florindo? Era qui poc’anzi; per mia sventura è partito.

Arlecchino. Animo, camerade, andemo. (alli due uomini) [p. 129 modifica]

Rosaura. No, non sarà mai vero ch’io venga.

Arlecchino. Sangue de mi, se no vegnerì, ve porteremo. (afferrandola per un braccio)

Rosaura. Lasciatemi, o scellerati.

Arlecchino. Qua no gh’è altro, bisogna vegnir. (vogliono condurla via)

SCENA XV.

Lelio con spada alla mano, ed i suddetti.

Lelio. Indietro, canaglia, indietro. (colla spada incalza gli uomini)

Arlecchino. (Salva, salva; anderò dal master della posta, e se no ghe posso portar la donna, ghe porterò sto viglietto). (fuggendo)

Rosaura. (Ahi, destino crudele!) (da sè)

Lelio. Siete pur giunta nelle mie mani, (prendendola per la mano)

Rosaura. Lasciatemi, per pietà.

Lelio. Che lasciarvi? Venite meco.

Rosaura. Ah no, lasciatemi.

Lelio. Prima di lasciar voi, lascierò la vita.

Rosaura. Oh Dio! Dove mi conducete?

Lelio. In luogo di sicurezza. Andiamo. (la tira per forza)

Rosaura. Ahi, ahi!

Lelio. Vieni, vieni, ragazza. Dopo avere gridato un poco, ti placherai. (parte con Rosaura)

SCENA XV.

Camera di Ottavio.

Ottavio e Florindo.

Ottavio. Caro Florindo, da quando in qua vi siete voi acceso delle bellezze di questa incognita?

Florindo. Son da sei mesi ch’ella è venuta ad abitar nella nostra terra. Appena la vidi, il di lei volto mi piacque, ma più mi piacquero i suoi costumi, quando ebbi agio di conversare con esso lei. [p. 130 modifica]

Ottavio. Ma chi è questa donna? Si può sapere?

Florindo. Vi dirò. Ella è figlia di padre nobile, ed un giro di strane vicende l’ha qui condotta....

SCENA XVII.

Beatrice ed i suddetti.

Beatrice. Bella gioia, signor Ottavio, mi avete data in custodia!

Ottavio. Di chi intendete voi di parlare?

Beatrice. Di quella onestissima giovane ch’è venuta stamane per il fresco a domandarvi pietà.

Florindo. Oh Dio! Signora, parlate voi di Rosaura?

Beatrice. Sì, di Rosaura; avete voi delle premure per lei?

Ottavio. Non lo sapete? Il nostro Florindo la vuol sposare, (a Beatrice)

Beatrice. Sì? Evviva il signor Florindo. Quando la sposerete? (a Florindo)

Florindo. Signora, non mi tormentate. Rosaura è nelle vostre camere?

Beatrice. Rosaura è molto più lontana che non credete.

Florindo. Oimè! Dove?

Ottavio. Non è ella in custodia vostra? (a Beatrice)

Beatrice. La sfacciatella mi è fuggita di mano.

Florindo. Ella anderà in traccia di me.

Beatrice. No, v’ingannate. Ella andò in traccia di Lelio; lo ha ritrovato, ed è con esso fuggita.

Florindo. (Ah, costei la nasconde). (da se)

Ottavio. Possibile che ciò sia vero?

Beatrice. Non lo ponete in dubbio. Ciò è seguito alla vista degli occhi miei. Lo vidi dalla finestra delle mie camere, e tre dei vostri servi la videro nelle braccia di Lelio.

Ottavio. Io resto attonito. Che dite voi di questa strana avventura? (a Florindo)

Florindo. Rosaura non può essere fuggita. O è stata rapita, o è stata scacciata: chiunque sia il traditore, me ne farò render conto. (parte) [p. 131 modifica]

SCENA XVIII.

Ottavio e Beatrice.

Beatrice. Vedete? Questo è quel che si guadagna a ricevere in casa delle persone che non si conoscono.

Ottavio. Io non mi pento d’aver usati degli atti di pietà ad una ch’io mi lusingava li meritasse.

Beatrice. Ciò vi serva d’avvertimento. Gente incognita non ne ricevete mai più.

Ottavio. Vi ha ella detto nulla dell’esser suo?

Beatrice. Sì, cose varie mi ha detto; ma io le credo favole. Da una donna che si è scoperta bugiarda, non si può sperare la verità.

Ottavio. Di che paese ha detto di essere?

Beatrice. Non mi ricordo se Sarda o Siciliana; di uno di questi due regni assolutamente. Anzi, ora che mi sovviene, ella si fa e dell’uno e dell’altro.

Ottavio. Nata non può essere in due paesi.

Beatrice. In uno è nata, e nell’altro allevata.

Ottavio. Ma il natale dove lo ha avuto?

Beatrice. Se vi dico che non me ne ricordo. (Poco l’ho intesa e meno mi son curata d’intenderla). (da sè)

Ottavio. È nobile veramente?

Beatrice. A sentir lei, è di sangue reale.

Ottavio. Ma come dice essere in questo stato?

Beatrice. Tante cose mi ha dette, che troppo vi vorrebbe a rammentarsene. Il padre fuggito, la madre quasi violata, due fratelli uccisi; un vecchio l’ha raccolta bambina Cose, vi dico, da formare il più bel romanzo del mondo.

Ottavio. Ma voi in sostanza non sapete niente.

Beatrice. Non so e non m’importa sapere.

Ottavio. Che stravaganza è mai questa? Siete donna, e non avete avuto curiosità di sapere? In verità, questa volta sono più curioso di voi. In quella giovane vi è qualche cosa di stravagante. Orsù, manderò a chiamare Colombina, ch’è quella [p. 132 modifica] in casa di cui è stata alloggiata in questi sei mesi, ed ella ci dirà il vero.

Beatrice. Sì, mandatela a chiamare, ne avrò piacere. (Vo’ sapere come Florindo si è innamorato). (da se)

Ottavio. Oh, chi l’avesse mai detto, che quella giovane che mostrava esser sì buona, fosse per cadere in simile debolezza? Signora consorte, ecco che cosa siete voi altre donne, (parte)

Beatrice. Che cosa siam noi? Niente meno degli uomini. Soggette siamo noi pure alle umane passioni, e queste qualche volta ci trasportano, ci violentano. Io che sospirava il momento di questa lunga villeggiatura, unicamente per il piacere di conversar con Florindo, vengo e lo trovo acceso d’amore, in atto di dar la mano di sposo, e ho da soffrirlo placidamente? Non ho da scuotermi? Non ho da dolermi? Eh, sarei stupida se lo facessi. Florindo è un mal creato, ed io lo tratto com’egli merita, quando deludendo le sue speranze, mi vendico col suo dolore. Pensai di fargli sparir l’amata; ma il caso l’ha in braccio condotta del suo rivale. Ciò mi giova assai più; poichè vengo ad ottenere il mio intento, senza il pericolo di essere in me scoperta la cagione della sua fuga. Chi prende impegno con una donna, ci pensi bene, poichè o non gli riesce poi ritirarsi, volendo, o se lo fa con violenza, non è sicuro della femminile vendetta. (parte)

SCENA XIX.

Camera d’osteria.

Lelio e Rosaura.

Lelio. Via, non piangete. Siete con un galantuomo, con un uomo che vi vorrà sempre bene.

Rosaura. Sono con uno che mi vuol morta.

Lelio. No, cara, vi voglio viva, e non morta.

Rosaura. Ditemi, per pietà, dove siamo?

Lelio. Oh sì, in questo vi appagherò. Noi siamo in una camera dell’osteria della posta. [p. 133 modifica]

Rosaura. Oh Dio! Una giovine onesta sopra d’un’osteria? E voi, signore, fate così poco conto dell’onor mio?

Lelio. Cara Rosaura, vi vuol pazienza. Siamo in una terra. Qui è impossibile ritrovar una casa che vi ricoveri.

Rosaura. Che cosa volete far voi di me?

Lelio. Sposarvi.

Rosaura. Sposarmi in un luogo così indecente?

Lelio. Questa è una cosa che si può far da per tutto.

Rosaura. No, signor Lelio, non sarà mai.

Lelio. Giuro al cielo, siete nelle mie mani.

Rosaura. Mi sposerete per forza?

Lelio. Perchè no?

Rosaura. Un tal matrimonio sarebbe nullo.

Lelio. Bene, lasciate ch’io vi sposi, e poi annullatelo, se non vi torna comodo.

Rosaura. Le vostre parole mostrano di volermi in ogni modo infelice; ma io vi replico che follemente sperate...

Lelio. Che follemente? Tu sei una scioccherella, non sei degna dell’amor mio, e se ho pensato sinora a farti mia per affetto, ora lo faccio per punire la tua baldanza. (Proverò a spaventarla). (da sè)

Rosaura. In ogni guisa mi sono orribili le vostre passioni, e sono pronta a morire prima di permettere che vi accostiate

Lelio. Quand’è così, morite, se vi dà l’animo, e contrastatemi il possesso della vostra bellezza. (s’avanza per afferrarla)

Rosaura. Cieli, aiuto, pietà!

Lelio. Ora siete nelle mie mani.

Rosaura. Oimè! (cade svenuta)

Lelio. Eccola svenuta. Ora che devo fare? Una donna svenuta è lo stesso come se fosse morta. Che voglio io imperversare coi morti, o coi mezzi morti? Bisogna pensare a farla rinvenire, se si può. Chiamerò l’oste, e qualche soccorso mi presterà. (apre la porta) [p. 134 modifica]

SCENA XX.

Florindo colla spada alla mano, e detti.

Florindo. Traditore, ti ho colto.

Lelio. Eh, giuro al cielo, non è più tempo. Ora la tua vita è nelle mie mani. (guadagnando la spada a Florindo, con uno stile alla mano)

Florindo. Saziati nel mio sangue.

Lelio. Con questo stile ti voglio cavar il cuore. Ma prima osserva la tua bella; osservala in mio potere, svenuta per amor mio.

Florindo. Oh Dio! Dammi la morte, perfido, dammi la morte.

SCENA XXI.

Bargello coi birri, ed i suddetti.

Bargello. Alto, ferma, la Corte.

Lelio. Indietro, o ch’io v’uccido. (i birri arrestano Florindo)

Bargello. Questo è preso. Conducetelo alla prigione. (ai birri)

Florindo. Infelice Rosaura, ti raccomando alla clemenza del cielo. (parte con i birri)

Lelio. Che fate qui voi altri? Perchè di qui non andate? (al bargello)

Bargello. Signor Lelio, favorisca venir colle buone; non si faccia maltrattare.

Lelio. Eh temerario! Così parli con me? Vi ucciderò quanti siete. (i birri lo circondano, egli si difende, e tutti confusamente partono)

Rosaura. Oimè! Dove sono? Non vedo Lelio; la porta è aperta: qual nume tutelar mi difese?

SCENA XXII.

Il Mastro di posta, Arlecchino e Rosaura.

Mastro. (È questa la donna di cui parlate?) (ad Arlecchino)

Arlecchino. (Sior sì, l’è questa).

Rosaura. (Costui è il servo della signora Beatrice). (da sè, osservando Arlecchino) [p. 135 modifica]

Mastro. (Dite alla padrona che sarà servita. Ho letto il viglietto, ho trovato dentro il denaro. Il calesse è pronto. Ditele che fra un quarto d’ora la giovane sarà partita). (ad Arlecchino)

Arlecchino. (Benissimo).

Rosaura. (Che dicono mai fra di loro? Mi trema il cuore). (da sè)

Arlecchino. Siora incognita reverita, ghe son servitor. La fazza bon viazo, la me voia ben, e ghe baso le man2. (parte)

Mastro. Favorisca, signora, resti servita.

Rosaura. Dove?

Mastro. Qui non istà bene.

Rosaura. Ma dove mi volete condurre?

Mastro. In luogo, dove starà meglio.

Rosaura. Deh, per pietà....

Mastro. Meno ciarle; io non ho tempo da perdere.

Rosaura. Andiamo; andiamo a morire. (parte col Mastro di posta)

Fine dell’Atto Primo.


Note

  1. Ressecar «sopprimere, stralciare: dicesi d’un negozio o bottega ecc.»: Boerio, Diz.io cit.
  2. Paperini, Zatta ecc. stampano per isbaglio milan.