Il guarany/Parte Terza/Capitolo X

Parte Terza - X. La breccia

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José de Alencar - Il guarany (1857)
Traduzione dal portoghese di Giovanni Fico (1864)
Parte Terza - X. La breccia
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CAPITOLO X.


LA BRECCIA.

Quando Pery entrò nella stanza di Cecilia, Loredano passeggiava dall’altro canto dello spianato, in faccia al luogo abitato dagli avventurieri.

Rifletteva sopra i casi degli ultimi giorni, sopra le vicende della sua vita e della sua fortuna.

Già varie volte era stato col piè sull’orlo della fossa, era giunto alla sua ultima ora; e la morte si era da lui partita e l’avea rispettato. Parimenti più volte avea mirato da presso la felicità, il potere, la fortuna; e tutto si era dileguato come un sogno.

Quando alla testa degli avventurieri in rivolta si accingeva ad assaltare don Antonio de Mariz, che non avrebbe potuto resistergli, erano d’improvviso comparsi gli Aimorè, e aveano mutato la faccia delle cose. [p. 96 modifica]

La necessità della difesa contro il nemico comune arrecò una sospension d’armi. In cima all’ambizione stava l’istinto della vita e della conservazione. Il conflitto degli interessi e degli odii cedette il posto alla maggior lotta delle due razze nemiche.

Perciò, al primo assalto dei selvaggi, tutti, per un moto spontaneo, giudicarono si dovesse respingere il nemico, e salvare la casa dalla rovina ond’era minacciata.

Dipoi nuovamente si separarono, e sempre tenendosi d’occhio, sempre pronti a difendersi l’un dall’altro, i due drappelli continuarono a respingere gl’Indiani col maggior coraggio.

In quel mezzo Loredano che si era costituito il capo della rivolta, non abbandonava il suo proposito di impadronirsi di Cecilia, e vendicarsi di don Antonio de Mariz e di Alvaro.

Il suo spirito tenace si travagliava incessantemente in cerca dei mezzi per giungere a quel risultato; assaltare apertamente il fidalgo era una follìa che non dovea commettere.

La minima lotta tra di loro li dava in mano tutti quanti ai selvaggi, come quelli che eccitati dalla vendetta e dai loro istinti sanguinari e feroci, assaltavano infaticabilmente e senza posa la casa.

L’unica barriera che riteneva gli Aimorè era la posizione inespugnabile della casa, posta sopra una roccia, solo accessibile da una parte; dalla scala di pietra descritta nel primo capitolo di cotesto racconto. [p. 97 modifica]

Questa scala era difesa da don Antonio de Mariz e dalla sua gente; il ponte di legno era stato distrutto; ma ciò non ostante i selvaggi l’avrebbero rimesso agevolmente, se non fosse stata la resistenza disperata opposta dal fidalgo ai loro assalti.

Dal momento pertanto che don Antonio sospinto dall’amore corresse in difesa della sua famiglia, e abbandonasse la scala, i dugento guerrieri aimorè si precipiterebbero sulla casa, e non ci sarebbe coraggio che potesse loro resistere.

Loredano che ciò comprendeva, era ben lungi dal tentare il minimo assalto alla scoperta; la prudenza lo consigliava allora come avealo guidato nel primo giorno del combattimento.

Quello di cui andava in cerca, era un mezzo di far morire senza strepito, senza lotta, improvvisamente, don Antonio de Mariz, Pery, Alvaro e Ayres Gomes; fatto ciò, gli altri si unirebbero a lui per la necessità della difesa e l’istinto della conservazione.

Faceasi allora signor della casa: e o respingeva gli Indiani, salvava Cecilia ed effettuava tutti i suoi sogni di amore e di felicità; o moriva, dopo avere almeno vuotata fino a metà la tazza di piacere, che i suoi labbri non aveano per anco assaggiata.

Era impossibile che quello spirito satanico, fissatosi in un’idea per lo spazio di tre giorni, non pervenisse finalmente a trovare un mezzo onde consumare il nuovo delitto che tramava. [p. 98 modifica]

Nè solo l’avea trovato, ma già avea cominciato a porlo in pratica; tutto lo aiutava, persino gli stessi nemici, che lo lasciavano in pace, assaltando unicamente il lato della casa difeso da don Antonio de Mariz.

Passeggiava pertanto, lusingandosi di nuovo colle sue speranze, quando un avventuriere, uscendo fuori dello stanzone, accostossi a lui.

— Un intoppo, cui non ci attendevamo!... disse l’avventuriere.

— Che cosa? dimandò Loredano con vivacità.

— Una porta chiusa.

— Si apra!

— Non sì agevolmente.

— Lo vedremo.

— È puntellata dal di dentro.

— Avranno avuto qualche presentimento!...

— Fu l’idea che già mi venne.

Loredano fece un gesto disperato.

— Vieni!

Ambedue s’avviarono allo stanzone, ove dormivano gli avventurieri, armati e pronti al minimo segnale d’assalto.

Loredano svegliò uno di loro, e per precauzione lo mandò a far la guardia sullo spianato, quantunque non sospettasse di essere attaccato da quella parte dai selvaggi.

L’avventuriere ancora stordito dal sonno, levossi ed uscì.

Loredano e il suo compagno si diressero verso una stanza interna, che serviva di cucina e credenza in quella parte della casa. [p. 99 modifica]

Quando stavano per entrare, il lume che l’avventuriere recava in mano per rischiarare la via, si spense d’improvviso.

— Stordito che sei! disse Loredano contrariato.

— È colpa mia! Intendetevela col vento.

— Bene! Non sprecate il tempo in parole! Traete fuoco!

L’avventuriere tornò indietro in cerca del suo focile.

Loredano restò in piedi sulla porta attendendo che il suo compagno tornasse; e gli parve di sentire da vicino la respirazione di un uomo.

Applicò l’orecchio per accertarsene; e per maggior sicurezza trasse il pugnale e collocossi nel bel mezzo di essa, per impedire l’uscita a chiunque si fosse.

Non udì più nulla; sentì però di repente un corpo freddo e gelato che gli toccò la fronte; Loredano rinculò, e brandendo il pugnale diè un colpo alla cieca.

Parvegli di aver incontrato qualche cosa; se non che tutto conservossi nel più profondo silenzio.

L’avventuriere tornò recando il lume.

— È singolare, diss’egli; il vento può spegnere una candela, ma non le toglie il lucignolo.

— Il vento, di’ tu. Forse il vento dà sangue?

— Che volete dire?

— Che il vento che spense il lume, è lo stesso che lasciò le sue traccie su questo ferro. [p. 100 modifica]

E Loredano mostrò all’avventuriere il pugnale, la cui punta era tinta di sangue ancor liquido.

— Ci ha qui dunque un nemico?...

— Per certo; gli amici non hanno bisogno di ascondersi.

In questa udirono un rumore nel soffitto, e un vipistrello passò agitando lentamente le sue grandi ali: era ferito.

— Ecco il brigante!... sclamò l’avventuriere sorridendo.

— È vero, rispose Loredano nello stesso tuono; confesso di aver avuto paura di un vipistrello.

Tranquilli rispetto all’accidente che li avea soffermati, entrarono nella cucina, e di quivi per un’angusta breccia aperta nel muro maestro penetrarono nell’interno della casa poc’anzi abitata da don Antonio de Mariz e dalla sua famiglia.

Attraversarono parte dell’edifizio e giunsero a un tramezzo, contiguo da un lato all’appartamento di Cecilia e dall’altro all’oratorio e alla sala d’armi del fidalgo.

Quivi l’avventuriere fermossi; e mostrando a Loredano la porta di legno brasile puntellata che metteva nella sala, gli disse:

— Non è con due parole che l’abbatteremo!

Loredano accostossi e s’accorse che la solidità e la fortezza della porta non gli permettevano la menoma violenza: tutto il suo disegno andava in fumo. [p. 101 modifica]

Facea conto di introdursi di furto nella sala durante la notte, e assassinare don Antonio de Mariz, Ayres Gomes e Alvaro, prima che potessero essere soccorsi dai loro compagni; consumato il delitto, era padrone della casa.

Come rimuovere l’ostacolo? La menoma violenza contro la porta desterebbe l’attenzione di don Antonio de Mariz, e renderebbe vano ogni suo divisamente.

Nell’atto che rifletteva su ciò, i suoi occhi caddero sopra una stretta apertura nell’alto della parete dell’oratorio, che serviva anzi a dar aria che luce.

Per tale apertura Loredano si accorse che quella parte della parete era semplice, e fatta d’un solo mattone; in fatti l’oratorio era stato altra volta un largo corridoio, che metteva dal tramezzo alla sala, ed era allora separato per una leggera divisione.

Loredano squadrò la parete dall’alto al basso, e rivolto al suo compagno:

— È di qui che dobbiamo entrare; diss’egli accennando alla parete.

— Come? A meno di non essere un moscherino, per passare da una simil fessura!

— Questa parete posa sopra una trave; astratta che sia, il cammino è aperto.

— Comprendo.

— Prima che possano riaversi dallo stupore, avremo compito ogni cosa.

L’avventuriere scanicò colla punta del coltello [p. 102 modifica]un po’ di parete, e scoperse la trave che le serviva di sostegno.

— Ebbene?

— Non vi ha dubbio. Fra due ore vi do tutto bell’e fatto.

Quest’uomo, dopo la morte di Ruy Soeiro e Bento Sirnoes, era divenuto il braccio destro di Loredano; era il solo cui egli avea confidato il suo secreto, occulto per gli altri, in cui sospettava ancora l’influenza di don Antonio de Mariz.

Loredano lasciò l’avventuriere nel suo lavoro, e ritornò per la stessa via; giunto alla cucina, si sentì soffocato da un denso fumo che riempiva tutto lo stanzone. Gli avventurieri svegliati d’improvviso bestemmiavano contro l’autore di quel malefizio, senza sapere chi egli si fosse.

Nel mentre Loredano in mezzo a loro si studiava di indagare la causa di quanto accadeva, l’uomo che avea lasciato di guardia comparve all’entrata dello stanzone.

Avea nella sua fisonomia un’espressione terribile di odio e al tempo stesso di spavento; gli si avvicinò d’un salto, e ponendogli le labbra all’orecchio, disse:

— Rinnegalo e sacrilego, ti concedo un’ora per consegnarti a don Antonio de Mariz, e ottenere da lui il nostro perdono e il tuo castigo. Se nol fai entro questo spazio di tempo, dovrai intendertela meco.

Loredano fece un gesto di rabbia; ma si contenne. [p. 103 modifica]

— Amico, la veglia vi frastornò il giudizio; ite a giacere. Buona notte, o per meglio dire, buon dì.

L’alba spuntava sull’orizzonte.