Atto IV

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Atto III Atto V
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ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Birone e Gioacchino, ciascuno dalla sua bottega.

Birone. Gioacchino, che dir vuole che vien sì poca gente

Alla bottega vostra?
Gioacchino.   Di qua non si fa niente;
Dall’altra parte in folla: si vende alla giornata
Caffè, ponc, e sorbetto, e birra, e cioccolata.
A me il padron destina questo remoto loco;
Di ciò non mi lamento, perchè fatico poco.
Qui vi era il gran concorso, ma si son tutti sviati,
Per causa di que’ due filosofi malnati.
Chi vien per divertirsi, chi vien per altre cure
Non vuol per complimento soffrir le seccature.

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Birone. Anche da noi, per dirla, concorre poco mondo,

Perchè il padron di libri scarseggia e ha poco fondo.
Jacobbe Monduill vien qui, perchè è vicino,
Ed ha colle sue chiavi là dentro uno stanzino.

SCENA II.

Madama Saixon dalla sua casa, e detti.

M. Saixon. Mia sorella dov’è?

Birone.   Signora, è andata via.
M. Saixon. Sola?
Birone.   Sola per poco; ma dopo in compagnia.
M. Saixon. In compagnia di chi?
Birone.   Jacobbe ha seguitato.
Lo avrà raggiunto poi.
M. Saixon.   Me l’ero immaginato.
Che pazza!
Birone.   (Ehi, senti come parlano le sorelle!)
(a Gioacchino, piano)
Gioacchino. (Ella è savia davvero!) (ironico, sottovoce a Birone)
Birone.   (Che stil!)
(da sè, e si ritira in bottega)
Gioacchino.   (Che buona pelle!)
(da sè, e si ritira in bottega)

SCENA III.

Madama Saixon sola.

Non so come si possa amare un uomo serio.

Passar ei mi farebbe qualunque desiderio.
Io son di umore allegro, eppur nemica sorte
Mi ha dato per tormento un satiro in consorte.
Pochissimo per altro noi stiamo in compagnia:
Ei bada a’ suoi negozi, io bado all’allegria.

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SCENA IV.

Monsieur Lorino e detti.

Lorino. Madama, vostro servo.

M. Saixon.   Monsieur, ben ritornato.
Usciste di buon’ora.
Lorino.   Dirò... non ho pranzato.
M. Saixon. Pranzato non avete? Si conosce alla cera.
Lorino. Noi altri parigini mangiam solo la sera.
L’estro mi ha divertito: dei versi ho lavorati,
Sono riusciti bene, e già li ho dispensati.
M. Saixon. Si possono vedere?
Lorino.   Eccoli: io non volea...
(dà un foglio alla Saixon)
Ma tutti li han pagati sinora una ghinea.
M. Saixon. Quante copie sinora, monsieur, ne avete dato?
Lorino. Quattro.
M. Saixon.   Quattro ghinee vi avete guadagnato?
Lorino. Sinora.
M. Saixon.   Mi rallegro. Siete un autor perfetto:
Andiam dunque a giocare sei partite a picchetto.
Lorino. Ben volentier, madama. (Ciò val più dell’argento), (da sè)
M. Saixon. (Vuol essere, se perde, un bel divertimento), (da sè)
Andiam; su l’ora fresca non vi è nè sol, nè pioggia;
Noi passeremo il tempo giocando, in su la loggia.
Lorino. Pria di giocar, madama, fate l’onore almeno
Di leggere i miei versi.
M. Saixon.   Ah sì; posso far meno?
L’argomento qual è?
Lorino.   Un ridicolo amante,
Che smania senza frutto alla sua diva innante.
M. Saixon. Che sì, monsieur Lorino, che questa è la novella
Di milord Wambert, che adora mia sorella?1

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Lorino. Vi dirò... Non vorrei...

M. Saixon.   Sapete l’uso mio:
Non me ne importa un’acca, e riderò ancor io.
Leggiam. (apre il foglio)
Lorino.   Se qualcheduno li vuole, basta che...
Non so se mi capite.
M. Saixon.   Lasciate fare a me.
Amor, tu che sì poco regni nel suolo inglese, (legge)
Come cotanto foco milord nel cuore accese?
Amor, per vendicarti, dove non regni molto,
Un sol che vuol provarti, lo fai divenir stolto?

Bravissimo, son belli, son belli a maraviglia.
Lo stil conciso e forte a Sachespar2 somiglia.
Egli fu gran poeta, e tragico, e politico;
Ma il vostro stil francese è più frizzante e critico.
Lorino. Troppo onore, madama.
M. Saixon.   Andiam. No, no aspettate.
Se posso, di tai versi, vo’ che vi approfittiate.
Viene un... (osservando dalla parte del caffè)
Lorino.   Chi vien, madama?
M. Saixon.   Maestro Emanuelle.
Lorino. Egli non dà un quattrino, se gli cavan la pelle.
M. Saixon. Amante è di novelle; son critici, son vaghi.
Se i versi gli dan gusto, può darsi che li paghi.
Lorino. Vedrem, ma non lo credo. Avaro ei sempre fu.
M. Saixon. (Può esser che si giochino due partite di più!) (da sè)

SCENA V.

Emanuel Bluk e detti.

Emanuel. (Se è ver quel che si dice, Jacobbe anderà via.)

Possa egli andare all’Indie, e se ci va, ci stia). (da sè)
M. Saixon. Emanuel.

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Emanuel.   Che vuoi?

M. Saixon.   Vo’ farvi una finezza.
Emanuel. Donna, finezze a me? puoi farle a chi le apprezza.
Lorino. Grazioso in vero! In Francia un uomo come voi,
A star lo manderebbero cogli orsi o con i buoi.
Emanuel. E sono li tuoi pari, fra gli uomini britanni,
Chiamati giustamente scimiotti e barbagianni.
M. Saixon. Orsù, questi bei versi, venite qui, leggete.
Vi piaceran, son certa, e ben li pagherete.
Formano (dell’arcano a parte anche vi metto) (da sè)
Milord e mia sorella ridicolo il soggetto.
Emanuel. Li leggerò.
M. Saixon.   Tenete.
(dà il foglio ad Emanuel, ed egli legge piano)
Lorino.   Già non gli piaceranno.
L’opere dei stranieri lodar quivi non sanno.
Innamorati solo del gusto del paese,
Detestano lo stile, la grazia del francese, (alla Saixon)
Emanuel. Mi piacciono.
M. Saixon.   Vedete? (a monsieur Lorino)
Emanuel.   Li tengo, e ti fo onore.
(a madama Saixon)
M. Saixon. Teneteli, ma prima pagateli all’autore.
Emanuel. È costui? (accennando Lorino)
M. Saixon.   Sì, costui.
Lorino.   Che termini incivili!
Emanuel. Ti pagherò qual mertano le opere simili. (a Lorino)
Ti avverto per tuo bene, che il critico poeta
Non giugne con salute del vivere alla meta.
Sotto il bastone, o sotto qualche maggior tormento,
Finisce i giorni suoi. Ecco il tuo pagamento.
Lorino. A me cotale insulto? Distinguere conviene...
M. Saixon. Andiam, monsieur Lorino, andiam, che ha detto bene.
(prende per mano monsieur Lorino, ed entra con lui in casa)

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SCENA VI.

Emanuel Bluck solo.

Se legge cotai versi milord ch’è tutto foco,

L’autor s’egli conosce, può vedersi un bel gioco.
Merta colui... Ma poco mi cal del suo malanno;
Sopra Jacob vorrei precipitasse il danno.
S’egli autore ne fosse... crederlo ancor potrebbe;
Ma io non voglio espormi... Panich lo farebbe3.
Eccolo per l’appunto, costui ch’è un nulla al mondo.
Arrischierò nel colpo, e intanto io mi nascondo.

SCENA VII.

Maestro Panich ed il suddetto.

Panich. Maestro, ho rilevato cose che tu non sai.

Emanuel. Io più di te, maestro, ho rilevato assai.
Panich. Jacob se n’anderà lontan dall’Inghilterra.
Emanuel. Ed egli al suo nemico coi versi fa la guerra.
Leggili.
Panich.   (Veramente leggere non so molto). (da sè)
Emanuel. Senti Jacobbe audace. Leggili, che io ti ascolto.
Panich. Amor... trachet... i... parco segni... di suolo inglese.
(legge male)
Il suolo delle scarpe condanna del paese.
Emanuel. No, critica milord.
Panich.   Intendo, intendo bene.
Com... è... catarro... (come sopra)
Emanuel.   Basta. Ecco milord che viene.
Mostrandogli tai versi puoi farlo protettore;
Ma digli sopra tutto esser Jacob l’autore. (parte)

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SCENA VIII.

Maestro Panich, poi Milord Wambert.

Panich. Glielo dirò senz’altro. Mi... lord... in... cor... te... acce... se.

Intendo: fa milord ribelle del paese.
Nel leggere lo scritto non fondo la mia gloria,
Ma leggo lo stampato, ed ho buona memoria.
Milord. ( Venendo dalla bottega del libraio.)
Se n’anderà Jacobbe. Se n’anderà, il prometto:
Lo voglio fuor di Londra di madama a dispetto.
Ricusa il mio danaro? Mi fa così gran torto?
Lontan da questo suolo deve andar vivo o morto.
Dicolo senza caldo, dicolo allor ch’io penso
Che la ragione in parte abbia frenato il senso.
Egli non viverebbe, se di là prima uscia,
Se a me si presentava in mezzo all’ira mia.
Panich. Milord, son tre minuti che aspetto per parlarti.
Milord. Perchè non avanzarvi?
Panich.   Temea di disturbarti.
Batter le mani e i piedi ti vidi stranamente;
Invasa dalle stelle credevo la tua mente.
Lo vedi? In questo foglio per te vi è un complimento;
Se leggere lo sai, ne resterai contento.
Milord. Che è questo?
Panich.   Una insolente satira a te diretta,
Composta da Jacobbe per far di te vendetta.
Tieni, che te la dono; lo stile suo si sente.
L’ho letta, e l’ho capita perfettissimamente. (parte)

SCENA IX.

Milord Wambert solo.

Satire a me? Jacobbe audace a questo segno?

Non lo credo. Sì poco non temerà il mio sdegno.

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Chi sa che gl’impostori?... Leggasi prima il foglio.

Satire a me? Può darsi tanta ignoranza e orgoglio?
(legge piano)
Ah scellerato, indegno, così de’ pari miei
Si parla e si canzona? Anima vil, chi sei?
Se a me tu fossi noto... Ma lo saprò, lo giuro,
Nel centro della terra da me non sei sicuro.
Fosse Jacob? nol credo. Ma chi sarà l’audace?
Fosse monsieur Lorino? Ei ne saria capace..
Ma nemmeno: un francese in Londra rifugiato
Non può de’ cavalieri parlar sì sconsigliato.
Ah, se egli fosse... chiunque sarà la mano ardita,
Pagar la tracotanza dovrà colla sua vita.
In ridicolo pormi? Smanio, deliro e fremo.
Elà. (passando al caffè)

SCENA X.

Gioacchino e il suddetto.

Gioacchino.   Signor.

Milord.   Da bere. Porta dell’acqua; io tremo.
(siede sopra una panca)
Gioacchino. (Va a prendere dell’acqua.)

SCENA XI.

Madama Saixon sulla loggia con monsieur Lorino, e Rosa che porta un piccolo tavolino, e detto; poi Gioacchino che torna.

M. Saixon. Qui, qui giocar vogliamo. Al fresco, all’aria pura.

Rosa. Stupisco, che vogliate giocar con quest’arsura.
(le accenna monsieur Lorino)
Lorino. Arso non son qual credi, fantesca impertinente.
Questi sono denari. (fa vedere la borsa)

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Rosa.   Denari? allegramente.

Che sì che l’indovino? Voi avete venduti
A un parrucchier due oncie di capelli canuti.
Lorino. Fraschetta! custodisco la chioma con tal zelo,
Che morirei di fame pria di levarmi un pelo.
Rosa. E pur guadagnereste delli denari assai,
Le setole vendendo ai nostri calzolai. (parte)
Lorino. Madama, questo è troppo. (alla Saixon)
M. Saixon.   Affè, non vi è gran male.
Lorino. Di setole favella? mi tratta da maiale?
M. Saixon. Via, via, la sgriderò. Venite qui, giochiamo.
Lorino. Eccomi a’ cenni vostri. Darò le carte.
M. Saixon.   Alziamo.
(fanno il loro giuoco a picchetto)
Milord. L’acqua non viene mai?
Gioacchino.   Eccola qui, signore.
(porta un bicchiere di acqua a Milord)
Milord. (Beve l’acqua.)
M. Saixon. Scartate. Io già l’ho fatto. Che bravo giocatore.
Milord. (Terminato di bevere, dà la tazza a Gioacchino che parte; poi si alza.
(Satire a me? Vedremo s’io scoprirò l’indegno).
(da sè, passeggia)
M. Saixon. Ehi! milord. (a Lorino, accennando Milord)
Lorino.   È agitato. (alla Saixon)
Milord.   (Lo sfogherò il mio sdegno).
(seguita a passeggiare)
M. Saixon. Che sì ch’egli ha veduta la satira pungente? (a Lorino)
Lorino. Ah per amor del cielo, di me non dite niente.
(alla Saixon)
M. Saixon. Se il sa tutto il paese! inutile è il celarlo.
Lorino. Mi pento averlo fatto. Con lui convien negarlo.
Milord. (Lorino con madama gioca tranquillamente;
Parmi di aver ragione di crederlo innocente), (da sè)
M. Saixon. Via presto, rispondete. (a Lorino, giocando)

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Lorino.   Sento tremarmi il core.

(alla Saixon, giocando)
Milord. Madama, la Brindè è in casa? (alla Saixon)
M. Saixon.   No signore.
Milord. Poss’io saper dov’è?
M. Saixon. Dirovvelo di botto:
È andata con Jacobbe. Oh, vi ho dato cappotto.
(a Lorino, giocando)
Milord. (Con Jacobbe madama? Ah indegni scellerati!)
Giuro, se li ritrovo, cadranno ambi svenati.
Colui che ad onta mia la mia nemica adora,
Essere di quei versi l’autor potrebbe ancora).
(da sè, e smania)
M. Saixon. Milord, non v’inquietate, se non volete poi
Che facciano i poeti le satire per voi.
Lorino. (Zitto, per carità). (alla Saixon)
Milord.   Noti a voi son quei versi,
Che contro a un cavaliere son di veleno aspersi?
Lorino. (Per carità, madama). (alla Saixon)
M. Saixon.   Noti mi son, signore,
E credo di sapere di lor chi sia l’autore.
Lorino. Io men vo. (si alza un poco)
M. Saixon.   State fermo. (a Lorino)
Milord.   Ditelo. (alla Saixon)
Lorino.   (Ah qual disastro!...)
Milord. Ditelo a me, madama. (alla Saixon)
M. Saixon. Egli è un filosofastro. (a Milord)
Lorino. (Respiro). (da sè)
Milord.   (Ah, non v’è dubbio. Jacobbe è l’arrogante.)
Lo troverò). Madama, (s’inchina) (Mi tremano le piante).
(parte correndo)

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SCENA XII.

Madama Saixon e monsieur Lorino.

Lorino. Godo che dal periglio mi abbiate liberato;

Ma spiacemi sentire Jacob pregiudicato.
M. Saixon. Jacob? Filosofastro a lui dir non intesi;
Emanuel Bluk è tale, colui solo compresi.
Più volte con milord parlare io l’ho veduto,
A lui mostrati i versi avrà il birbone astuto;
Onde, se non li ha fatti, merita almen per questo
Essere da milord ricompensato e pesto.
Lorino. Ma in ogni guisa è male. Tacer voi potevate...
M. Saixon. Monsieur Lorin, giochiamo, e più non mi seccate.
Faccio le carte io. Ho vinto una partita.
Lorino. La sorte giustamente madama ha favorita. (giocano)

SCENA XIII.

Il signor Saixon e Bonvil marinaio, e i suddetti.

Saixon. Se il capitan salpava, se fatto avesse vela, (a Bonvil)

Sarebbe assai lontano. Ora vi vuol cautela.
Il sol fosco tramonta, il vento si è cangiato.
Digli che nel Tamigi trattengasi ancorato.
Bonvil. Fate le provvigioni, ei partirà a drittura;
Siam trenta marinai che non abbiam paura, (parte)
Saixon. È vero, i nostri Inglesi son celebri nel mare;
Il vento e le burrasche non temono affrontare;
Prodigi col non forse da lor si son veduti;
Ma perdonsi talvolta i troppo risoluti.
Noi possiam ben le leggi imporre ai capitani:
Von fare a modo loro, noi siam nelle lor mani.
Il negoziar in mare è bel, ma si converte...
Madama col Francese che gioca e si diverte.
(guardando la loggia)

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M. Saixon. Ecco un repicco a voi. Marito, gliel’ho dato.

Saixon. Che cosa?
M. Saixon.   Un bel repicco.
Saixon.   Non altro?
Lorino.   Io l’ho pigliato.
Saixon. Giocate, se volete; per voi è sempre festa.
M. Saixon. Ho vinto sei partite. (al signor Saixon)
Saixon.   Ho altro per la testa.
M. Saixon. Che uom senza maniera! Monsieur Lorin garbato,
Ho vinto tre ghinee.
Lorino.   Son io lo sfortunato.

SCENA XIV.

Madama di Brindè e i suddetti.

M. Brindè. Ah signore, di voi veniva in traccia appunto;

Vi vidi di lontano, accorsi, e vi ho raggiunto.
So che pietade umana fu sempre il vostro nume,
Nè stimolo bisogna a chi opra per costume.
Pur le mie preci aggiungo, signor, per opra tale,
Che forse il nome vostro può rendere immortale.
Saixon. Dite, madama, dite. Andiamo per le corte.
Farò quel che potrò.
M. Saixon.   (Parlassero più forte!)
(ascolta con attenzione quel che dicono nella strada)
Lorino. (Giochiam). (alla- Saixon)
M. Saixon.   (Zitto). (a Lorino, seguitando ad ascoltare)
M. Brindè.   Signore. Un uomo sventurato
S’ingiuria da un milord, e vien perseguitato.
Il misero è Jacobbe, che cerca un protettore;
Wambert a voi ben noto è il suo persecutore.
Saixon. Avrà la sua ragione.
M. Brindè.   Un pazzo amor l’accende
Per me che l’aborrisco, e amor da me pretende.
Vede Jacob distinto, lo crede il suo rivale,

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E cerca per vendetta di fargli il maggior male.

Parla, minaccia, insulta, per tutto gli fa guerra,
E giura che lo vuole lontan da questa terra.
Un uom di quella sorta, da voi ben conosciuto,
Si perde ingiustamente, se mancagli un aiuto;
E un cavalier sdegnato, per vana pretendenza,
Farà su l’innocente valer la prepotenza.
Saixon. Odio, aborrisco e sdegno le prepotenze ardite;
Permetter non si denno. Che posso far? seguite.
Lorino. (Madama...) (alla Saixon)
M. Saixon.   (State zitto). (a Lorino)
M. Brindè.   Se voi nel vostro tetto
(al signor Saixon)
Voleste ricovarlo, gli porterian rispetto.
Fatelo, ve ne prego, cuor generoso umano...
Saixon. Madama, non vorreste vi facessi il mezzano?
M. Saixon. (Bravo. Ha risposto bene).
M. Brindè.   Signor, mi conoscete.
So che talor, parlando, scherzar vi compiacete.
Son donna, sono umana, e son di amor capace,
Ma l’onestà e l’onore è il mio nume verace.
Tre anni son ch’io vivo vedova a voi unita,
Pubblico al mondo tutto è il tenor di mia vita.
Amo le scienze ed amo, è ver, chi le coltiva;
Di nozze a me conformi fors’io non sarei schiva,
Ma qual se non vi fosse, con noi starebbe, il giuro.
Saixon. Madama, vi conosco. Scherzai, ve l’assicuro.
M. Saixon. (Povera semplicetta! starà come un bambino).
(da sè, ascoltando)
Lorino. (Madama, non si gioca?) (alla Saixon)
M. Saixon.   (Zitto, monsieur Lorino).
(a Lorino)
M. Brindè. Dunque, che risolvete?
Saixon.   Non so; vi è dell’impegno.
M. Brindè. Credetemi, Jacobbe di protezione è degno.

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Alfin che può temersi dal cavaliere irato,

Che l’ha senza ragione sinor perseguitato?
In Londra i mercatanti son del governo in stima,
Non lascian che dal grande il misero si opprima:
Si venera e si apprezza il nome vostro, e passa
Per un de’ primi nomi nella Camera Bassa.
Non si farà un affronto a un uom che più di cento
Voti dispone e guida ei sol nel Parlamento.
Lode ne avrete e pregio; che alfin giustizia è quella
Che a prò di un infelice vi stimola ed appella.
Un filosofo saggio, un uom che tanto vale,
Che a tutti fa del bene, che a niun sa far del male;
Un uom di sè contento, che sprezza i beni e l’oro,
Che sol nella virtute riposto ha il suo tesoro;
Che vive parcamente in bassa condizione,
Perchè non sa valersi di falsa adulazione,
Questa è ben opra degna, signor, del vostro cuore:
Serbategli la vita, serbategli l’onore.
L’uno e l’altra s’insidia dal suo nemico fiero,
Difenderlo, salvarlo potete, ed io lo spero.
Fatelo, generoso, con viscere di amore,
Muovasi a compassione il vostro amabil core.
Usate a prò di lui la caritade, il zelo,
E certa vi promette la ricompensa il cielo.
M. Saixon. (Non sa parlar, meschina! Sentiam cosa risponde).
Saixon. (Facciasi il ben, se giova). Jacob dove si asconde?
M. Brindè. Ei sarà qui a momenti. Lo disse, ed io l’aspetto.
Saixon. Venga pur; ricovrarlo, difenderlo prometto.
M. Saixon. Piano, signor marito, che cosa è questo imbroglio?
Jacobbe in casa nostra? In casa non lo voglio.
M. Brindè. Oimè!
Saixon.   Come ci entrate? Sono il padron sol io.
M. Saixon. Non ci verrà, lo giuro.
Saixon.   Sì, ch’egli venga. Addio.
(alla Brindè, ed entra in casa)

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M. Saixon. Vo’ discorrerne meglio. La vogliam veder bella. (parte)

M. Brindè. Può esser più indiscreta colei con sua sorella?
Lorino. Oh maledetto il punto che io venni, ed ho giocato!
Con questa bella grazia mi ha vinto e mi ha piantato.
(parte)

SCENA XV.

Madama di Brindè sola.

Ecco un novello scoglio al misero infelice;

Contro di lui congiura sempre la sorte ultrice.
Se la germana mia persiste a non volere,
Jacob restar dovrebbe con onta e dispiacere.
Ed ei, che è per natura civile e delicato...
Eccolo; in ogni guisa dev’esser ricovrato.

SCENA XVI.

Jacobbe Monduill e la suddetta.

Jacobbe. So che milord mi cerca; detto me l’ha più d’uno.

Madama, lo vedeste?
M. Brindè.   Qui non si è visto alcuno.
Però non vi consiglio attenderlo per via;
So anch’io che vi cercava, che fremere si udia.
Il ciel vi ha provveduto di asilo e protettore.
Entrate in quella casa.
Jacobbe.   Madama... il vostro onore?
M. Brindè. Saixon, ch’è mio cognato, per voi così dispone.
Jacobbe. Il mondo non appaga sì debole ragione.
M. Brindè. Temete di milord? Saixon vi sarà scudo.
Jacobbe. Affronterei milord armato, a petto ignudo.
Minacce non pavento; per lui non mi confondo.
Quel che timor mi reca, non è la morte, è il mondo.
Niun crederà, madama, ch’io sia nel vostro tetto
Per altro ricovrato, che per ragion di affetto.

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Milord con più fermezza si chiamerebbe offeso.

L’onor di me, di voi, non anderebbe illeso.
Può ben vostro cognato aver pietà di me;
Ma avvezzo a pensar bene il popolo non è.
Si mormora pur troppo a torto, a discrezione;
Pensate, se vi fosse un’ombra di ragione.
Voi stessa esaminate, no, non vi aduli il cuore,
Quel che per me vi sprona, non è virtude, è amore.
Poc’anzi di attrazione interpetrai la tesi,
Più assai che non diceste, a mio rossore intesi.
Mi onora il vostro affetto, di tanto io non son degno;
Ingrato non rispondo di amore al dolce impegno.
Solo desio, madama, che quanto più mi amate,
Sollecita e gelosa dell’onor mio voi siate.
Entrar fra quelle mura non deggio ad ogni costo;
Prima di porvi il piede, io morirò più tosto.
Deh, non abbiate a sdegno questi miei detti amari,
Amatemi, ma sia l’amor da vostra pari.
M. Brindè. Ah Jacob, lo confesso, per voi, per me arrossisco;
Sdegnate il mio soccorso? Io taccio, e vi obbedisco.
Parto di dolor piena. Non so quel che mi dica.
Ah, vi difenda il cielo, il ciel vi benedica.
(entra in casa piangendo)

SCENA XVII.

Jacobbe Monduill solo.

Misera! compatisco in lei l’amor, la pena;

Mirarla bramerei tranquilla e più serena;
Ma se per me l’affanna barbaro duolo e rio,
Calmisi il di lei cuore, ma non si turbi il mio.
(va a sedere sopra una panca del libraio)
Da me che vorrà mai milord che mi rintraccia?
Perchè sì stranamente l’ira dimostra in faccia?
La carta che io gli offersi, dovea disingannarlo.
Il denar rimandato potea forse irritarlo?

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SCENA XVIII.

Milord Wambert ed il suddetto.

Milord. Indegno. (scoprendolo dopo qualche momento)

Jacobbe.   A me, signore? (si alza)
Milord.   A te, lingua mendace.
Jacobbe. Voi mi scandalizzate.
Milord.   Perfido.
Jacobbe.   Ancora?
Milord.   Audace!
Parti di Londra tosto. L’imbarco è preparato;
O al bordo della nave ti fo condur legato.
Jacobbe. Farmi condur legato? La cosa è un poco strana;
Le mercanzie si legano, s’imballano in dogana.
Milord. Anima vil, tu scherzi?
Jacobbe.   Par che voi pur scherziate.
Milord. Non provocarmi, indegno.
Jacobbe.   Perchè vi riscaldate?
Milord. Quel sorriso mendace mi provoca a dispetto.
Jacobbe. M’odiate, m’insultate; io vi amo e vi rispetto.
Milord. Sei traditor.
Jacobbe.   Signore, non è ver; lo protesto...
Milord. Perfido, una mentita? (mette mano alla spada)
Jacobbe.   (Si alza furiosamente, e con intrepidezza, gettando il suo bastone via.
Olà, che ardire è questo?
Mira il ciel, che ti vede. A te con mano ardita,
Barbaro, non si aspetta togliere altrui la vita.
Sai chi ti vedi innanzi? Un uomo, una creatura,
Ch’è del supremo nume miracolo e fattura;
Un uom che, qual tu sei, vive soggetto al cielo,
Che spirito immortale rinchiude in uman velo;
Su cui l’arbitrio solo ha quel che l’ha creato,
E in terra l’hanno i regi, cui tal potere è dato.
Chi sei tu, che presumi di usar meco lo sdegno?

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Sei tal, che per la colpa sei della vita indegno.

Vuoi tu ferirmi, audace? Vuoi bere il sangue mio?
Eccoti il petto inerme, ecco te l’offro anch’io.
Strano sarà che in Londra un uom cotanto ardisca;
Esclamano le leggi, che ogni uccisor perisca.
E se morir non temi, pur ch’io cada svenato,
Ferisci questo seno, carnefice spietato.
Come! tu tremi? Abbassi per non mirarmi il ciglio?
Vergognati, paventa per te maggior periglio.
Temi che ad ugual colpo ti renda il ciel soggetto;
Ma non avrai, crudele, la mia costanza in petto.
(Basta così, mi sembra il misero atterrito.
Troppo dissi. L’offesi; quasi ne son pentito).
(Si accosta, gli prende la mano, gliela bacia umilmente, e parte senz’altro dire, entrando nella bottega del libraio.)
Milord. (Osserva un poco Jacobbe, e mostrandosi compunto, parte anch’esso senza parlare.

Fine dell’Atto Quarto.

  1. Così tutte le edizioni.
  2. Così le più antiche edizioni.
  3. Così le edizioni Pitteri e Pasquali. Guibert-Orgeas e Zatta correggono: Panich forse il farebbe; e altre edizioni posteriori: Ma Panich lo farebbe.