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Novella I - Maestro Diego da Revaio è portato morto da misser Roderigo al suo convento

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Novella I - Maestro Diego da Revaio è portato morto da misser Roderigo al suo convento
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NOVELLA I.




ARGOMENTO.


Maestro Diego è portato morto da messer Roderico al suo convento. Un altro frate credendolo vivo gli dà con un sasso, e crede averlo morto. Lui fuggesi con una cavalla, e per uno strano caso se incontra col morto a cavallo in un stallone, lo quale con la lanza alla resta, seguelo per tutta la città. Lo vivo è preso, confessa lui essere stato l’omicida; volesi giustiziare. Il cavaliere manifesta il vero, e al frate è perdonata la non meritata morte.


A LO EXCELSO RE DON FERNANDO D’ARAGONA1


ESORDIO.


Tanti sono stati e tanti sono, excelso e gloriosissimo Re, li periti poeti, gli eloquenti oratori, e gli altri dignissimi scrittori, li quali hanno scrivendo fabbricato e di fabbricare non desistono, e in elegante prosa e in verso degno, e latino e materno2, in laude gloria e perpetua fama de Tua Serenissima [p. 8 modifica]Maestà, che mi persuado che’l mio rusticano stile te parerà appresso di quelli non altramente che la negra macchia in mezzo del candido ermellino.3 Nondimeno dignandose la Tua Altitudine con la solita umanità dirmi che molto gli avrebbe piaciuto che per me fosse dato memorevole scrittura alla degna istoria soccessa nel regno de Castiglia tra il Cavaliere e il Fra Minore, ho voluto più presto, ottemperando a tanto volere, errando scrivere, che in alcun modo ai toi ossequii tacendo non satisfare. Per la cui cagione, e non per veruna temerità, ho pur proposto volere nel travagliato labirinto intrare, e fare prosuntuose le mie non degne lettere d’essere lette da tanto Re. Il quale con quella umiltà che in me se richiede supplico gli piaccia con piacere prenderle; e quelle, quando te sarà dalle altre occupazioni concesso, insieme con toi magnifici creati e strenui alunni de leggerle non te sia noioso. Però che oltre che l’istoria è già in sé notevole, vi troverai dentro alcune piacevolezze e degni gesti di religiosi; li quali non dubito te saranno cagione, de continuo far la tua divozione verso di loro accrescere ed augmentare, si come se aspetta a si alta Maestà. A li piedi e bona mercè de la quale il tuo fidelissimo Masuccio se ricomanda, e supplica che per Te non sia posto al numero de gli obliti. Vale.


NARRAZIONE.


Dico adunque, piissimo Re, che nel tempo che la felice illustra recordatione del signor Re Don [p. 9 modifica]Ferrando de Aragona, tuo dignissimo avolo, il governo del regno di Castiglia con tranquilla protezione reggeva, fu in Salamanca, città antica e nobilissima del detto regno, un fra minore conventuale, nominato maestro Diego da Revaio; il quale essendo non meno sofficiente nella dottrina Tomista che nella loro Scotista, meritoe d’essere nel numero degli altri eletto ed ordinato con non piccolo salario a leggere nelle degne scole del famosissimo studio de detta città, e in quello con mirabile fama facea la sua scienza nota per tutto il regno, ed anche talvolta facea alcune più utili e necessarie che divote predichette. Ed essendo giovene, ed assai bello, e tutto leggiadro, e sottoposto alle amorose fiamme, accadde che un dì predicando gli venne veduta una giovenetta de maravigliosa bellezza, il cui nome fu Donna Caterina, moglie di uno dei principali cavalieri della città per nome detto Messer Roderico d’Angiaja: la quale dal maestro veduta, ed alla prima vista molto piaciutali, il signore Amore con le imagini de quella insieme gli donò l'amorosa percossa al suo già contaminato core. E dal pergolo disceso se n’andò in cella, e buttate da un canto tutte teologiche ragioni e sofìstici argomenti, tutto se diede a pensare alla piaciuta giovene. E come che lui conoscesse l'altezza della donna, e di cui era moglie, e che matta impresa prenderebbe, e molte volte a sé medesimo persuadesse di non intrare in quella trama, pur seco talvolta dicea: Amore ove vuole sue forze adoperare non cerca mai parità di sangue; che se ciò se richiedesse, li gran principi non cercherebbero ad ogni ora corseggiare a nostri liti. Dunque quel medesimo privilegio dee avere Amore a noi [p. 10 modifica]concesso ad amare altamente, che ha a loro d’inchinarsi a vili luoghi. Queste ferite che Amore porge niuno le riceve con antiveduto pensiero, se non 4 alla improvista; però se disarmato mi ha esso Signor trovato, alli cui colpi non vale fare alcuna difesa, non possendo resistere, meritamente son vinto; e come a suo soggetto, avvengane quel che vuole, intrerò alla fiera battaglia; e se morte se ne deve ricevere, oltre che io uscirò de pene, almeno dal canto di là anderà lo spirito mio con baldanzosa fronte che in sì alto luogo aveali suoi artigli collocati. E così detto senza ritornare a li primi negativi argomenti, presa la carta, e con molti profondi sospiri e calde lagrime una acconcia ed elegante lettera scrisse all’amata donna, laudando prima le sue più divine che mortali bellezze; appresso come egli era in tal modo da quelle preso che o la grazia sua o morte ne aspettava; ed ultimamente come che lui per la sua altezza5 cognoscesse non meritare essergli dato luogo de udienza, pur pietosamente la pregava si degnasse concederli tempo e modo di le aver possuto secreto parlare, o almeno lo accettasse per suo servitore, come esso avea eletta lei per unica donna della vita sua. E con multe altre ornate parole fatta fine, e quella serrata, e più volte baciata, la diede ad un suo chierichetto, e gli disse a cui portare6 [la dovea. Il quale essendo bene ammaestrato intorno a si fatti servigi, se occultò la lettera ad un secreto loco, lo qual sogliono portare] sotto la [p. 11 modifica]sinistra, ed andò via ove gli era stato imposto. E giunto in casa trovò la gentile giovene con molte di soe femine d’intorno, e acconciamente salutatala gli disse: El mio maestro vi si raccomanda, e priega che gli donate un poco di delicata farina per ostie, siccome in questa letterina più per lungo se contiene. La donna, che discretissima era, vista la lettera, gli parve esser certa di ciò che in effetto volea dire, e presala, e de quella letto el tenore, ancora che onestissima fosse, non le dispiacque che colui l’amasse, estimandose sopra ogni altra bella; e leggendo tutta godeva per lo sentire le sue bellezze sì altamente lodare, si come colei che aveva col peccato originale insiememente contratta la innata passione che hanno già tutto lo resto del sesso femineo, le quali universalmente tengono che tuttala loro fama, onore, e gloria non consista in altro se non ad essere amate, vagheggiate, e de bellezza esaltate, e vorrebbono più presto esser tenute belle e viziose, che virtuosissime brutte reputate. Nondimeno costei avendo tutti li frati fieramente e con ragione in odio, se deliberò de non solo al maestro in niun atto compiacere, ma anco de risposta non gli esser cortese: e con questo anco concluse per questa volta non dirne nulla al suo marito: e in su tale conclusione fermatasi, e volta al fraticello, e senza punto turbata mostrarsi, gli disse: Dirai al tuo maestro ch’el signore della mia farina la vuole tutta per lui, e per ciò pensi de procacciarne altrove, e che alla lettera non bisogna fare altra risposta: ma se pur la desidera, me ne doni avviso, che come torna in casa il [p. 12 modifica]mio missere gliela farò far tale, quale a la sua proposta se richiede. Il maestro ricevuta la rigida risposta, per quella non li scemò niente l’ardore, anzi il suo amore col disio insieme in maggior fiamme ne accrebbe; e per non ritrarsi punto da la cominciata impresa, essendo la casa de la donna al convento molto dappresso, recominciò con tanta importunità a vagheggiarla, che lei non possea a finestra farsi, né a chiesia né ad altro luogo fuori di casa andare, ch’el stiraoloso maestro non gli fosse continuo d’intorno. Di che avvenne che di ciò si erano accorti non solo quelli della sua contrada, ma anco a gran parte della citlà era a notizia pervenuto. Per la cui cagione lei medesima se persuase tal cosa non esser da più tacerla al suo marito, dubitando che se da altri lo avesse sentito, oltre il pericolo, ne la averebbe avuta meno che onesta donna: e a tal pensiero accordatase, una notte stando col marito, tutto il fatto pontualmente gli raccontò. Il cavaliere, che onorato ed animoso era molto, fu de tanto fiera ira acceso, che poco si tenne che in quella ora non andasse a porre a ferro e foco il convento e tutti i frati; ma pur alquanto temperatosi, doppo che con molte parole ebbe la onestà de la moglie commendata, li impose che al maestro promettesse, e che la seguente notte il facesse venire a casa per quello modo che a lei meglior paresse, acciò che a un’ora se potesse a l’onor suo satisfare, e non farsi contaminare la sua cara amata donna; e del resto lasciasse il pensiero a lui. Come che alla donna duro le fosse pensando a che dovea il fatto riuscire, pure per ottemperare al volere del suo marito, disse di farlo; e tornando de continuo il [p. 13 modifica]fraticello con nuove arti a zappare su le dure pietre, disse: Raccomandami al tuo maestro, e digli ch’ el molto amore che mi porta, insieme con le calde lacrime le quali mi scrive de continuo che per me sparge, hanno già trovato loco al mio core, per modo ch’io sono divenuta assai più sua che non sono mia. E come ha voluto la nostra lieta sorte che pur oggi Messer Roderico è andato in villa e ivi starà questa notte ad albergo; e però sonate le tre ore secretamente a me se ne vegna, che gli darò a suo modo udienza: tuttavia il prega che con veruno amico compagno, per intimo che lui abbia, di ciò non si fidi. Il monachino lieto a maraviglia si partì, e fatta la graziosa imbasciata al suo maestro, fu il più contento uomo che fosse giammai, mille anni 7 parendoli ch’el corto dato termine se approssimasse: il quale venuto, e lui molto bene perfumatosi che non desse del fratino, e pensando ch’el palio avea per bona lena caminando a guada nare, di ottime e dilicate confezioni forono in quella volta le sue biade. E presi suoi soliti arnesi, alla porta de la donna se condusse, e quella trovata aperta intrò dentro, e da una fanticella al buio come cieco fu condotto in sala, ove credendosi trovar la donna che lietamente il ricevesse, per iscambio di quella trovò lo cavaliere con un fido famiglio: e a salva mano presolo senza fare alcun rumore lo strangolorno. Morto maestro Diego, il cavaliere doppo il fatto alquanto pentito per avere le sue possenti braccia con la morte di un Fra Minore contaminate, e vedendo ch’el pentire allo remediare non giovava, [p. 14 modifica]pensò per suo onore, e anche per dubio de l’ira del Re, così morto cavarlo de casa, e nel pensiero gli occorse de portarlo dentro del suo convento. E postolo in spalla del suo famiglio, all’orto dei Frati se condussero, e da quindi facilmente nel luoco intrati, il portarono in quelle parti ove li Frati andavano a loro destro; e per avventura non trovandosi altro che una seggia acconcia per l’altre che erano ruinate, però che come de continuo vedemo la maggior parte de’ luochi de’ Conventuali pareno più presto spelunche de ladri, che abitacoli de servi de Dio, e in quell’una il posero sentato non altramente che come facesse il suo destro. e quivi lo lasciarono e ritornarono a casa. Stando in tal modo messere il Maestro, che da dovero parea che scaturisse il superfluo del corpo, avvenne che ad un altro frate giovene e gagliardo in su la mezza notte li venne soverchia voluntà di andare a detto luoco per fare sua opportunità naturale, ed acceso un piccolo lume se ne andò ratto al proprio loco ove era Maestro Diego morto sentato: lo quale da lui riconosciuto, e crédendo vivo, senza fargli motto se tirò indietro, per cagione che tra loro era, per alcune invidie e odiosità fratesche, mortale e fiera inimistà. E così da un canto aspettando fin che lo maestro secondo il suo credere fornisse quello che anco lui intendea già di fare, ed avendo in su tal deliberazione pur assai aspettato, e non vedendo el maestro moverse, e lui dalla necessità del fatto tirato, con seco più volte disse: In fé de Dio, costui non per altro rispetto sta fermo, e non mi vuole dar luoco, se non per dimostrarmi insino a questo atto la sua inimistà per prava intenzione che ha meco; ma ciò gli verrà fallito, perchè [p. 15 modifica]io soffrirò quanto potrò, e se io vedo starlo alla sua ostinazione fermo, quantunque in altra parte andare potessi, nel farò togliere ancora che non voglia. Il maestro che in duro scoglio avea già fermate le ancore né poco né molto se movea; il frate non possendo più durare, con rabbia disse: Dunque non piaccia a Dio che tu mi debbi fare cotale onta, e io non me ne possa valere. E tolto uno gran sasso, e fattoglisi presso, gli donò una tale percossa nel petto che lo fe' cascare indrieto, senza però movere alcun membro di sua persona. Il frate vedendo prima la fiera botta, e doppo colui anco non levarsi, dubitò col sasso averlo già morto; ed avendo alquanto atteso, e credendo e non credendo, alla fine pur se gli accostò, e col lume tutto guatatolo, e cognosciuto del certo essere morto, come già era, ebbe per fermo averlo ucciso lui nel modo detto;e dolente a morte, dubitando che per loro inimicizie de botto sarebbe sospettato in lui, e per quello andarne la vita, se deliberò più volte lui medesimo appiccarsi per la gola; ma meglio sopra di ciò pensando, prepose portarlo fuor a del convento, e buttarlo in la strada per togliere da sé ogni futuro sospetto che altri per la cagione già detta avere potesse. E volendo di ciò eseguire l'effetto, gli venne in la mente il pubblico e inonesto vagheggiare che il Maestro de continuo facea a Donna Catarina, e fra sé disse: Ove lo potrò portare più facilmente e con meno sospettarsi di me, che dinanzi a l’uscio de Messer Roderico, sì perchè è vicino, e ancora che del certo sarà creduto che, costui andando alla moglie, lui l’abbia fatto uccidere? E così detto, senza mutare altramente consiglio, con gran fatica postoselo in spalla, lo portò dinanzi [p. 16 modifica]a detto uscio onde poche ore davanti per morto n’era stato tratto; e quivi lasciato, senza essere stato da alcuno sentito, se ne ritornò in convento. Ed ancora che el fatto reparo gli paresse bastevole alla sua salute, nondimeno pensò con colorata cagione absentarsi da quivi; e fatto il pensiero se n’andò in quella ora in cella del guardiano, e sì gli disse: Padre, l'altrieri per mancamento di bestia da soma io lassai la maggior parte della nostra fatta cerca a Medina in casa di un nostro divoto; perciò vorrei con vostra benedizione andare per essa, e menare la cavalla del convento, e col volere di Dio tornarò dimane l’altro. E lo guardiano non solo gli donò licenza, ma il commendò molto del suo provedimento. Il frate avuta la risposta, rassettate sue coselline, e posta in ordine la cavalla, aspettava l’aurora per partirsi.

Misser Roderico, che la notte avea poco o niente dormito, dubitando pur del fatto, essendo omai vicino al di, prese per partito di mandare il suo famiglio d’intorno al convento, e ascoltare se i frati aveano il maestro morto trovato, e quello che di ciò ne dicessero. Il famiglio uscendo fora per fornire quello che gli era stato imposto trovovvi Maestro Diego assentato dinanzi all’uscio che parea che tenesse una disputa: al quale donò non piccolo spavento, si come i corpi morti sogliono donare; e ritornatosi indrieto chiamò ratto il suo Signore, e con fatica possendogli parlare, gli mostrò il morto corpo del maestro essere stato ivi reportato. Il cavaliere se maravigliò forte de tale accidente, e di maggiore dottanza gli donò cagione; nondimeno racconfortato da la giusta impresa quale se credea avere, con buon [p. 17 modifica]animo prepose volere aspettare a che dovea il fatto riuscire, e rivolto al morto disse: Dunque tu devi essere lo stimolo de la casa mia, da la quale né vivo né morto te ho possuto cavare; ma per dispetto de colui che te ha qui condotto, tu non averai modo de ritornarci se non sopra una bestia, come fusti tu già al mondo. E ciò detto impose al famiglio che dalla stalla de un suo vicino gli menasse uno stallone, il quale il patrone tenea per lo bisogno de le cavalle e somare della città, ed ivi stava a modo dell’asina di Jerusalem. Il famiglio andò prestissimo, e menògli lo stallone con sella e briglia e ogni altra cosa opportuna bene acconcia: e come il cavaliere avea già deliberato vi posero il detto corpo morto a cavallo, e puntellatolo e legatolo molto bene, li acconciorono una lanza a la resta con la briglia in mano, in modo come lo volessero mandare a la battaglia: e così postolo in ordine lo menarne dinanzi la porta de la chiesa de’ frati, ed ivi legatolo se ne ritornarno a casa. Al frate parendoli ora 8 di dovere intrare al suo prepostato camino, aperta prima la porta del luoco, e poi in su la cavalla montato si cavò fuori; e trovandosi lo maestro dinanzi nel modo già detto, che da dovera parea che con la lanza gli menacciasse donarli morte, subito fu di tanta paura territo che portò pericolo di lì cascare morto, sopra di ciò occorrendogli un fiero e dubioso pensiero, cioè che el spirito di colui li fusse nel corpo rientrato, e fusseli dato per pena di seguitarlo per ogni loco, secondo la openione d'alcuni sciocchi. E mentre che così [p. 18 modifica]abbagliato e pauroso stava, né sapendo qual camino prender si dovesse, al stallone venne odore de la cavalla, e cavata fuori la sua mazza ferrata, nitrendo a la cavalla accostare si voleva; li quali atti donavano al frate maggiore timore; nondimeno in sé tornando, e volendo menare la cavalla al suo camino, la quale girando la poppa verso il stallone, cominciò a trarre di calci. Il frate che non era il miglior cavalcatore del mondo fu presso che cascato, e per non aspettare la seconda botta strense le gambe forte premendo li speroni a li fianchi, ed appicciandosi con ambedue le mani all’imbasto, lassata la briglia, commise la bestia ad arbitrio di fortuna; la quale sentendosi li speroni fermi premere a li fianchi fu costretta a correr tempo senza temone, e andare per quella via che prima dinanzi li venne. Il stallone veduta da sé partir la preda, con rabbia rotto il debile legame, cominciò fieramente a seguirla. Il poveretto frate sentendosi il suo nemico drieto, e voltato il capo lo vide sopra la lanza chiuso che pai ea un fiero giostratore, e con la seconda paura cacciò la prima, e tuttavia fuggendo cominciò a gridare, aiuto, aiuto. A le grida del quale, e al remore de li sfrenati destrieri, essendo omai dì chiaro, ognuno si facea per le finestre e per le porte, e ciascuno parea con maraviglia che scoppiassero di gran risa vedendo sì nova e strana caccia delli dui frati minori a cavallo, che l’uno non parea men de l’altro morto. La cavalla senza guida or là, or qua per le strade discorrendo andava ove più comodo li veniva; dietro la quale il stallone pur di rabbiosamente seguirla non restava: e se più volte fu il frate vicino ad esser con la lanza ferito non è da [p. 19 modifica]domandarne. La calca grande andava di continuo costoro seguendo con gridi, cifolare, e urlare, e sentivasi in ogni loco gridare, para, piglia, e clii loro sassi traendo, e quali con bastoni lo stallone percotendo, ciascuno dall’impresa separarli se ingegnava, non tanto per carità dei fuggenti quanto per desìo de cognoscere chi fossero coloro li quali per lo ratto correre raffigurar non si possevano. E così travagliando per fortuna all’una porta della città se condussero, in la qutile stretti furono, e il morto e il vivo insieme presi; e con grandissima aramiratione di ciascuno riconosciuti, furono tutti dui così a cavallo menati in convento, e da lo guardiano e da frati con dolore inestimabile ricevuti. Fecero il morto sepelire, e al vivo di donare la corda apparecchiare; il quale essendo ligato, per non volere il tormento ricevere, confessò de piano averlo lui morto per la cagione di sopra ricontata. Vero è che lui non posseva estimare chi avesse el morto maestro in tal modo a cavallo messo. Per la quale confessione non li fu data la corda, ma in una fiera carcere posto, e mandato subito per lo ministro per farlo dal vescovo de la città da li ordini sacri deporre, e al Potestà seculare presentarlo, che per omicida il giustiziasse come le leggi comandavano.

Era per avventura in quei dì venuto in Salamanca il Re Fernando, al quale essendo ricontata la istoria, ancora che continentissimo principe fosse stato, e molto del successo caso se condolesse per la morte d’un sì notevole maestro, nondimeno da la piacevolezza del fatto vinto, con suoi baroni sì forte ne ridea che non si possea in piedi tenere. E venuto il dato termine che procedere sidovea alla ingiusta [p. 20 modifica]condannagione del frate, Messer Roderico, che virtuosissimo cavaliere era e molto dal Re favorito, stimolato da zelo della verità, parendoli che il suo tacere sarebbe stato unica cagione di tanta ingiustizia, se deliberò prima, bisognando, morire, ch’el vero circa tal fatto occultare; ed essendo dinanzi al Re, ove erano più baronie popoli radunati, disse: Signor mio, la rigida e non giusta sentenza all’innocente Minore data insieme con là verità del fatto me inducono a decidere la quistione d’un tale accidente. E però se Vostra Maestà vuole perdonare a colui che giustamente ha il detto Maestro Diego ucciso, io lo farò qui di presente venire, e con approbata verità ricontare sì come il fatto particolarmente è successo. Il Re che clementissimo signore era, e desideroso d’intender il vero, fu molto liberale del chiesto perdono: il quale avuto, il cavaliere nel cospetto del Re e di ogni altro circostante dal principio dell’innamoramento del Maestro verso la sua donna, e tutte le lettere e imbasciate per lui mandate, e ogni altra cosa per lui adoperata insino a quell’ultima ora pontualmente ricontoe. Il Re avendo prima la testificazione del frate già sentita, e parendoli a quella in gran parte esser conforme; e tenendo Messer Roderico per integro e buono cavaliere, senza altro esamino gli diede a tutto indubitata fede; pur con ammiratione e con pena, e talvolta con oneste risa considerava la qualità del travagliato e strano caso. Tuttavia per non consentire ch’el non dovuto condanno dell’innocente frate si mandasse ad effetto, si fe' venire il guardiano e con lui insieme il povero frate; alli quali il Re in presenza dei soi baroni e d’altri nobili e popoli manifestoe come [p. 21 modifica]era da vero tutto il fatto seguito: per la cui cagione comandò ch’el frate a supplizio di cruda morte condemnato fosse de continente in libertà posto. De che essendo così fatto, con la fama restituita, lietissimo a casa se ne tornò; Messer Roderico insieme con lo avuto perdono fu con mirabile lode commendato di quanto intorno a tal fatto adoperato aveva. E cosi la novella maravigliosa in brevissimi dì con veloce fama e gran piacere per tutto el castigliano regno fu divulgata, e da poi essendo in le nostre italiche parti pervenuta, e a Te potentissimo Re nostro signore con breve eloquio ricontata, me è già piaciuto, per ossequire a tuoi comandamenti, farla degna di eterna memoria, sì come la sua fronte particolarmente la dimostra.


MASUCCIO.


La qualità e maniera de li estrani e novi e impensati casi de la raccontata novella, illustrissima mia Madonna, non dubito che dopo le avute risa saranno a Te e alli ascoltanti cagione di far dire ch’el nostro Maestro Diego fosse stato dignamente guidardonato del suo fervente amore. E oltre a ciò me pare essere certo che alcuni diranno che se lui fosse stato frate spirituale, ovvero Osservante, non averebbe atteso a sì fatte e disordinate lascività, e per quelle conseguita la oscura morte. E quantunque in altre parti di questa mia operetta a questi tali becconi e propunendo e rispondendo satisfaremo, distinguendo la vita e operatione de’ Conventuali e de’ Osservanti, nondimeno mi occorre a tale proposto alquanto brevemente toccarne, dicendo che [p. 22 modifica]indubitatamente starebbe meglio tutto el Cristianesimo se non avessimo altra religione di quella che Cristo ne lassò in terra per mezzo del glorioso apostolo San Pietro; e come che quella ancora in parte sia corrotta, pure i ministri di essa, ed anco quelli frati che Conventuali sono chiamati, ci dimostrano chiaramente come e quale ne dovemo da loro guardare, perciocché tutte le loro apparenze e nel vestire e nell'andare e in ogni altra loro operatione non sono altro che spaventevoli voci e gridi che dicono: Non vi fidate di noi. Per la qual cagione quanto costoro siano non solo da non biasimare ma più tosto da commendare, che non vogliano col collo torto, mal vestiti, e sotto ipocrita vista ingannare altrui, ciascuno che ha fiore d’intelletto ne può vero giudizio donare. Ma se a tutti coloro che hanno la mente lupina, e a noi se dimostrano coperti di pelle di mansueti agnelli, avvenisse ciò che al nominato maestro intervenne, non dubito si guardarebbeno di venire ad ogni ora a contaminare le nostre brigate. Iddio provveda al poco senno de’ sciocchi secolari che non si sanno accorgere de la moltitudine di sì fatti religiosi che hanno robata l’arte a li cerretani, e vanno discorrendo i regni e li paesi con nove maniere d’inganni, poltroneggiando, robando, e lussuriando, e quando ogni arte a loro vien meno se fìngono santi, e mostrano fare miracoli, e chi va con tunicelle de San Vincenzo, e quali con l’ordine di Santo Bernardino, e tali col capestro dell’asino del Capestrano, e con mille allri diabolici modi ci usurpano le facultà e l'onore. E come che tali loro operationi rimbombino e sieno ventilate per tutto l'universo, nondimeno ne la seguente novella, al Serenissimo [p. 23 modifica]Principe tuo dignissimo Consorte intitolata, intenderai una singolarissima beffa sotto nome di santità per un diabolico Frate Dominicliino in persona de una illustrissima donna alemanna adoperata. Da la conclusione de la quale potremo pigliare argomento che le loro scuri, quanto più sono erti ed eminenti gli alberi, tanto con maggiore baldanza e temerità hanno in quelli vigore e ingegnansi mandarli giù a terra, come te sarà dimostrato.

Note

  1. Ferdinando I d’Aragona, figliuolo naturale di re Alfonso, nacque in Ispagna nel 1431. Nel 1443 fu dichiarato successore al trono e Duca di Calabria. Nel 1446 sposò Isabella figliuola di Tristano di Chiaromonte da cui ebbe Alfonso, Federico, Giovanni, Francesco, ed Eleonora e Beatrice. Nel 1458 a la morte di re Alfonso fu re soltanto di Napoli. Nel 1465 rimase vedovo. Nel 1477 sposò Giovanna sorella di Ferdinando re di Aragona e sua cugina. Morì in Castelnuovo il 25 Gennaio 1494.
  2. L’ed. della gatta dice volgare; ma quanto è più bello materno?
  3. Re Ferdinando stabili l’Ordine dell'Ermellino, col motto: malo mori quam foedari.
  4. Questo se non sta in luogo del ma: e parmi che sia lo spagnuolo sino, che appunto significa ma.
  5. Per sua altezza, cioè per altezza, per nobiltà di lei.
  6. Manca nell’ed. del 92 questo luogo dal portare al portare: ed è un errore di stampa. Nell'edizione dell'83 è intero, come noi lo diamo.
  7. Questo mille anni non è nella edizione più antica.
  8. Dice gora con quel g che quei di Salerno e di altre provincie ancora sogliono mettere innanzi a molte parole comincianti da vocale.