Gli sposi promessi/Appendici/D

Appendici - Appendice D (Al Cap. II, tomo I)

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D1

Comparve dinanzi a don Abbondio, in gran gala, con piume di vario colore ai cappello, col suo pugnale dal bel manico nella taschetta delle brache, con una cert’aria di festa e nello stesso [p. 802 modifica] tempo di bravura comune a quei tempi anche agli uomini i più quieti dei quali era certamente Fermo. L’accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare coi modi gioviali risoluti del giovinotto. Che abbia qualche pensiero pel capo, argomentò Fermo, tra sé; poi disse: son venuto, signor curato, per sapere a che ora le convenga che noi ci troviamo in chiesa.

— Di che giorno volete parlare?

— Come, di che giorno? non si ricorda ella che oggi è il giorno stabilito?

— Oggi! replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso.

— Oggi non può! che cosa è accaduto?

— Prima di tutto non mi sento bene, vedete.

— Me ne spiace, ma quello ch’ella ha da fare è cosa di sì poco tempo e di sì poca fatica...

— E poi, e poi, e poi...

— E poi che cosa, signor curato?

— E poi ci sono degl’imbrogli.

— Degl’imbrogli? che imbrogli ci ponno essere?

— Bisognerebbe essere nei nostri panni per conoscere quanti impicci v’è in queste materie, quanti conti da rendere. Io sono troppo dolce di cuore, procuro di togliere gli ostacoli, di facilitare tutto, di fare quello che gli altri vogliono, e trascuro il mio dovere, e poi mi toccano dei rimproveri, e peggio.

— Ma col nome del cielo, non mi tenga cosi sulla corda, e mi dica una volta che cosa c’è.

— Sapete voi quante e quante formalità sono necessarie per fare un matrimonio in regola?

— Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa, disse Fermo cominciando ad alterarsi, poiché ella me ne ha già rotta bastantemente la testa questi giorni addietro. Ma ora, non s’è egli sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva da fare? — Tutto, tutto, pare a voi: perché, abbiate pazienza, la bestia son io che trascuro il mio dovere per non far penare la gente. Ma ora... basta, so quel ch’io dico. Noi siamo tra due fuochi; [p. 803 modifica]voi impaziente: vi compatisco, povero giovane; e i superiori...

— Ma mi spieghi una volta che cosa è quest’altra formalità che s’ha a fare, com’ella dice: e la sarà subito fatta.

— Sapete voi quanti sieno gl’impedimenti dirimenti?

— Che vuol ella ch’io sappia d’impedimenti?

Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis...

— Si piglia ella giuoco di me? Che vuol ella ch’io capisca del suo latinorum?

— Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza e rimet- tetevene a chi le sa.

— Orsù ...

— Via, caro Fermo, non vi scaldate, ch’io sarò pronto a fare... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh !... quando penso, che stavate cosi bene; che cosa vi mancava? Vi è venuto il grillo di maritarvi...

— Che discorsi son questi, Signor mio? disse Fermo con vólto tra l’attonito e. il collerico.

— Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.

— Insomma...

— Insomma, figliol caro, non è mia colpa.

— Ma, col nome del cielo, non mi tenga cosi sulla corda; mi dica che cosa c’è.

— Sapete voi quante e quante formalità sono necessarie per fare un matrimonio che non levi il sonno a chi lo ha fatto?

— Ma queste formalità non si sono già fatte?

— - Fatte, fatte pare a voi, perché la bestia son io. La legge non l’ho fatta io; e prima di conchiudere un matrimonio, noi siamo obbligati a far molte e molte ricerche, per vedere se non vi sieno impedimenti.

— Ma se ce n’è, perché non mi dice quali sieno?

— V’ho detto figliolo, che bisogna far molte ricerche. Il testo è chiaro: antea quam matrimonium denunciet.

— Le ho detto che non voglio latino. Ma non le ha già fatte queste ricerche?

— Non le ho fatte tutte, vi dico. [p. 804 modifica]

— Perché non le ha fatte in tempo? Perché dirmi che tutto era finito? perché aspettare...?

— Ecco, mi rimproverate la mia troppa bontà. Ma adesso, mi son venute... basta, so io.

— E che vorrebbe ella ch’io facessi ?

— Che aveste pazienza per qualche giorno; figliol caro; qualche giorno non è poi l’eternità; abbiate pazienza.

— Per quanto?

— Via, in quindici giorni cercherò di fare...

— Quindici giorni! La è curiosa questa faccenda! Si è fatto tutto quel ch’ella voleva, si stabilisce il giorno; e ora ella mi viene a dire che bisogna aspettare quindici giorni. Quindici... gridò poi con voce alta e rabbiosa preparandosi a dire chi sa quale diavoleria.

— Via non vi alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se in una settimana...

— E a Lucia che debbo io dire?

— Dite che è un mio sbaglio.

— E il mondo che dirà?

— Dite pure che ho sbagliato io, gettate tutta la colpa addosso a me. Via, per una settimana...

— E poi, non ci sarà più altri impedimenti?

— Quando vi dico...

— Ebbene, pazienterò per questa settimana; ma ritenga bene che, passata questa, non mi contenterò di ciance. Intanto, la riverisco. E cosi detto se ne andò facendo a don Abbondio un inchino più frettoloso del solito, con una occhiata più espressiva che riverente.

Note

  1. Vale per questo quanto s’è detto per la precedente. Si veda a pagina 33, Cap. II.