Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro I/Capitolo VIII

Capitolo VIII

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CAPITOLO OTTAVO

L’isola di San Salvatore. — Santa Maria della Concezione. — L’arcipelago delle Lucaie. — L’isola Fernandina. — L’isola Isabella. — Ricerca dell’oro. — L’isola di Cuba. — ll mare di Nostra Signora. — Il Porto Santo. — Amore di Colombo per la natura. — L’isola imaginaria di Babeque. — Scoperta d’Ispaniola. — Naufragio della Santa Maria. — Ospitalità del re Guacanagari. — Primo stabilimento degli Europei alle Antille.

§ I.


Il venerdì, 12 ottobre 1492, ai primi raggi del sole fu veduta disegnarsi, quasi uscisse dalle acque, una terra fiorita, i cui boschetti, colorati dai primi raggi del sole, esalavano profumi sconosciuti, e seducevano gli occhi colla loro ridente prospettiva. Avanzandosi, le caravelle riconobbero un’isola discretamente grande, piana e senz’apparenza di montagne. Folte foreste limitavano l’orizzonte; in mezzo a certe pianure risplendeva l’acqua pura di un lago. Le ondulazioni del terreno, coperto da una gagliarda vegetazione, incorniciavano una baja spaziosa verso la quale le navi si diressero.

Appena le ancore ebbero addentato, che, vestito delle divise delle sue dignità, con un mantelletto scarlatto ondeggiante sulle spalle, e tenendo spiegata l’imagine di Nostro Signore Gesù Cristo sullo stendardo reale della spedizione, Colombo discese nella scialuppa, seguito dal suo stato maggiore. I capitani della Pinta e della Nina, si posero ciascuno nel proprio batello con uno stuolo di genti armate di tutto punto: brevi impazienti colpi di remo bastarono per ispingere alla spiaggia le tre navicelle.

Tutto raggiante di entusiasmo, Colombo saltò sulla riva colla sveltezza della gioventù. La felicita crescevagli a cento doppi le forze. Toccata appena la nuova terra, vi pianto significativamente lo stendardo della Croce; nè potendo contenere la sua riconoscenza, si prostrò con adorazione dinanzi all’Autor Supremo della scoperta. Chinata tre volte la fronte, baciò, [p. 217 modifica]bagnandolo di dolci lagrime, quel suolo sconosciuto, a cui l’aveva condotto la bontà divina. Tutti quelli che lo accompagnavano, tocchi dalla sua emozione, inginocchiatisi seguirono il suo esempio. Distendendo in alto le mani riconoscenti, e ringraziando dal fondo del cuore il Padre Celeste, Colombo trovò nell’effusione della sua gratitudine un’ammirabil preghiera, di cui la storia ha raccolto i primi accenti: a Signore! Dio eterno e onnipotente, che pel tuo sacrato Verbo hai creato il firmamento, e la terra ed il mare! che il tuo nome sia benedetto e glorificato per tutto, che sia esaltata la tua Maestà, che ha degnato permettere che dal tuo umile servo, il tuo sacro Nome sia predicato in quest’altra parte del mondo!...»

La sua riconoscenza e la sua pietà si consolarono adoperando espressioni sublimi. Indi, rimettendosi con maestà in piedi, e spiegando in tutta la sua larghezza lo stendardo della Croce, offerì a Gesù Cristo le primizie della sua scoperta. E affine di rendere gloria a Dio che gliel’aveva mostrata, dopo d’averlo salvato da tanti pericoli, impose a quell’isola il nome di San Salvatore.

Indi trasse la spada; e tosto tutti gli ufficiali fecero altrettanto: allora dichiarò di prendere possesso di quella terra, in nome di Nostro Signore Gesù Cristo, per la Corona di Castiglia: poscia chiamò il notare regio, alla presenza del commissario della marina e dei capitani, e lo invitò a stender atto di ciò nella forma prescritta.

Compiuta la scoperta, si trovavano convalidate dal fatto le condizioni del trattato firmato nella pianura di Granata. Per conseguenza i titoli di Vice Re, di Grande Ammiraglio, di Governator generale delle Isole e della Terra-ferma da scovrirsi nelle Indie, erano definitivamente acquistati a Colombo. Immediatamente tutti gli astanti, pieni di ammirazione e di entusiasmo, lo riconobbero qual ammiraglio dell’Oceano, e Vice Re delle Indie, e gli prestarono in tale qualità giuramento di obbedienza. Molti di loro gli espressero il dispiacere che sentivano della loro passata condotta, lo pregarono di dimenticare le loro minacce ispirate dalla paura, e promisergli attaccamento ed ossequio. o [p. 218 modifica]

Dichiarata dall’ammiraglio la sua presa di possesso, comandò a’ legnaiuoli, muniti delle loro accette, di tagliare due alberi e formarne una gran Croce. L’isola sconosciuta, ch’era stata offerta al Salvatore, e intitolata perciò nel suo nome San Salvatore, si chiamava «Quanahani» nella lingua degli indigeni. Essa è al centro della prima linea delle isole Lucaie, ed occupa il mezzo nel gruppo allungato che forma l’arcipelago di Bahama. Quantunque non vi si vedesse alcuna abitazione, pur essa era popolata; ma gl’indigeni, spaventati all’apparir delle caravelle, che pigliavano per mostri usciti dal mare, si erano ascosi in fondo a’ boschi.

Mentre il regio notaro Rodrigo di Escovedo, attorniato dagli ufficiali della corona, dal commissario della flotta e dai due capitani, stendeva sopra il suo ginocchio il processo verbale della presa di possesso, gli abitanti dell’isola, che fino allora si erano tenuti nascosti, a poco a poco avventuraronsi ad uscir fuori da’ nascondigli. Assecurati dall’espressione di serenita, di grandezza e di benevolenza ch’erano come scritte sui lineamenti di Colombo, cui, alta statura, le ricche vesti, lo splendore delle armi e la riverenza di quanti gli stavano intorno, additavano capo di quegli esseri misteriosi, si avanzarono a lenti passi, gli uni dopo gli altri; indi osarono approssimarsi con tremore e prostrarsi dinanzi a cotesti strani visitatori. A poco a poco pigliarono coraggio fino a toccarli, per sicurarsi che non s’ingannavano: palpavano le loro vesti, le loro gambe, e stupivano sopra tutto della loro barba. Ad esempio dell’ammiraglio, gli Spagnuoli accolsero con bontà sorridente quegl’ingenui, e si prestarono compiacenti al loro esame.

Colombo notò sin dal primo suo sguardo ch’erano tutti giovani, e diversi dagli abitatori della costa d’Africa pel colore della pelle, la forma del capo e quella delle gambe. La statura era alta, e il colore ricordava gl’indigeni delle Canarie: avevano la fronte e il cranio larghissimi, gli occhi ben divisi, i capelli folti, tagliati sotto le tempie, e lunghi per di dietro; il mento spoglio di barba, le gambe diritte, il torso ben proporzionato: erano interamente nudi; si dipingevano le membra a diversi colori, gli uni di rosso, gli altri di bianco: alcuni se ne [p. 219 modifica]impiastravano tutto il corpo, altri solamente il volto: taluni poi, e saranno stati certamente gli eleganti e i raffinati del paese, si contentavano dipingersi il naso: le loro armi consistevano in bastoni indurati al fuoco, e armati all’uno de’ capi di un dente di pesce cane, o di un sasso acuto.

Quasi avessero indovinato il suo gusto dei profumi, gl’indigeni offrirono a prima giunta in omaggio a Colombo un fascetto di erbe secche odorifere.

L’ammiraglio comprese a quella loro simpatia così pronta che si convertirebbero agevolmente al Cristianesimo usando con essi dolcezza anzichè severità e minacce. Affine di ben disporli distribuì loro berretti lavorati, mercanziuole di vetro di Venezia, sonagliuzzi ed altre bagatelle che parvero a que’ semplici cose di un valore inestimabile: essi offrivan per ricambio agli Spagnuoli tutto quello che possedevano: questi passarono il rimanente della giornata in riposarsi, e ricrearsi per quelle fresche boscaglie.

Appena i falegnami ebbero terminato il loro lavoro, Colombo, col cuore infiammato di gratitudine e di amore evangelico, piantò solidamente nel buco, che v’avea fatto scavare sulla spiaggia conquistata a Gesù Cristo, il tronco della Croce, ch’egli sostenne colle proprie mani, cantando l’inno Vexilla regis prodeunt, indi, quando il sacro segno fu sodamente infisso nel suolo, intonò il canto della vittoria, il Te Deum laudamus.

Colombo non fece rizzar la Croce in questo luogo, solamente per lasciarvi un segno ch’egli per primo occupava quella terra; ma affine di consacrare con esso lo scopo della sua scoperta, e indicare su quell’ultima plaga ch’ei ne assumeva la signoria in nome del Redentore degli uomini, nostro Signore Gesù Cristo. Siccome il giorno toccava omai al suo fine, egli recitò la preghiera della sera dinanzi l’imagine; indi, ripigliando lo stendardo della spedizione, quel Labarum col quale aveva vinto l’orrore del mar tenebroso, lo spavento dell’immensità, i capricci de’ flutti, e gli ammutinamenti degli uomini, fece ritorno alla sua caravella.

La dimane, al primo aggiornare, gl’indigeni circondarono le tre navi con piroghe fatte di un solo pezzo, scavate in un [p. 220 modifica]tronco d’albero, e di un lavoro ammirabile, ove si pensi che ignoravano il ferro: remavano con una specie di pala da forno, corta e larga chiamata pagaia: portavano gomitoli di cotone filato, giavellotti, papagalli dimesticati per farne un commercio di cambio: tutto quanto proveniva da que’ maravigliosi stranieri sembrava loro prezioso, perfino framenti di scodelle e di vetro: davano trenta lire di cotone filato per una bianca di Castiglia, moneta di circa due quattrini: ma l’ammiraglio, non volendo che si abusasse della loro semplicità commerciale, vietò questi scambi usurai.

All’alba del 14 ottobre, l’ammiraglio fece armare la scialuppa della Santa Maria, e i batelli delle caravelle, per trarre a riconoscere l’altra parte dell’isola. Le popolazioni già informate del l’avvenuto, accorrevano recando loro acqua fresca, alimenti, e rendendo grazie al Cielo di quella sorprendente visita. Gli isolani si chiamavano l’un l’altro, e stimolavano ad alte grida i loro parenti, ch’erano tuttavia nelle capanne; e dicevano ad essi: «venite a vedere gli uomini discesi dal cielo: portate loro da bere e da mangiare,» e subitamente uomini e donne accorrevano recando tutti qualche cosa: benedivano Dio alla loro maniera, gettandosi per terra e sollevando le mani. L’ammiraglio notò, in mezzo ad alberi di alto fusto, begli orti facilmente irrigabili, giardini deliziosi, e pietre acconce alla costruzione di chiese.

L’ammiraglio tenne a bordo sette indigeni che voleva condurre in Castiglia per presentarli ai re, insegnar loro la lingua spagnuola, farli cristiani, e renderli poscia alla loro patria. Indi egli aprì le vele.

Allontanatosi appena dai boschetti di San Salvatore, Colombo si trovò nel più felice imbarazzo. A misura che avanzava mirava sorgere dai flutti per ogni verso la ricca verzura di numerose isole: l’occhio non poteva numerarle. Gl’indigeni che stavano a bordo ne nominarono più di cento.

Non ben sapendo donde cominciare la sua esplorazione di cosiffatto arcipelago, il contemplatore della natura si diresse verso l’isola che parvegli la più grande, discosta circa sette leghe. L’ammiraglio la chiamò Santa Maria della Concezione: [p. 221 modifica]sbarcando ne prese possesso nella forma solenne, vale a dire facendovi rizzare una croce. Questa isola di superficie piana pareva fertilissima: per la fisonomia, la nudità, la fiducia, la dolcezza gl’indigeni ricordavano que’ di San Salvatore. Ammirando anch’essi que’ miracolosi stranieri, li lasciavano liberamente visitare la loro terra, e davano loro con rispetto tutto ciò che dimandavano.

L’ammiraglio si diresse poscia sopra un’altra isola, che, per risguardo alle suscettività del re, dinominò Fernandina, anche prima di scendervi. I suoi abitanti, simili a quelli delle isole già visitate, parevano tuttavia, dice Colombo, «meglio dimesticati, più inciviliti, ed anco più astuti;» essi mercanteggiavano invece di prendere ogni cosa che loro fosse offerta in iscambio: lavoravano il cotone, fabbricavano specie di letti, o coperte che chiamavano amache, mantelletti e mutande per le donne maritate. Le loro capanne, costrutte in forma di tenda, davano segno di mondezza.

Mentre protetti da un drappello armato, gli uomini comandati provvedevan acqua, Colombo, fermando lo sguardo sulle foreste, ne ammirava la magnificenza, e cercava di conoscere le specie di lor arbori. La vegetazione vi lussureggiava in guisa da impacciare la veduta e la mente: l’abbondanza e la densità degli alberi facevano sì che gli steli, i tronchi, i busti, i germogli confondevano lor rami e univano sì strettamente il loro fogliame, che un medesimo tronco pareva portare su certi rami le foglie della canna e sopra altri le foglie del lentisco. Nei primi giorni Colombo credette che in quel paese di maraviglie gli alberi variasser quasi a capriccio le loro produzioni.

Avendogli gl’indigeni fatto comprendere che a qualche distanza vi avea una grande isola chiamata Saometo, il cui re portava vesti ed oro sulla sua persona, l’ammiraglio si dispose incontanente di ricercarla.

Vi trovò una terra feconda, ridente e pittorescamente svariata da eminenze coronate d’alte foreste. Traversando la fresca profondità di quei boschi, i venti rapivano ad essi ignoti profumi, che distribuivano poi nel loro soffiare sui flutti. Il contemplatore del Verbo aspirava deliziato quegli odori sconosciuti [p. 222 modifica]all’Europa, ammirava la trasparenza delle acque, la dolcezza dell’aria, lo splendore del cielo. «I miei occhi, diceva, non potevano stancarsi dal guardare verzura così bella, e tanto diversa dal fogliame dei nostri alberi... I fiori e le piante ci mandavano dalla riva un odor sì gradevole e imbalsamato, ch’era la cosa più soave a fiutarsi»; e siccome tutti i punti della spiaggia lo invitavano con varie e nuove vaghezze, così non sapeva a quale dovesse dare la preferenza per pigliar terra.

Nello sbarcare riconobbe la superiorità di quest’isola su quelle da lui già vedute: era piena di magnifici arbori: gran laghi vi mantenevano una freschezza deliziosa: l’erba vi si trovava allora all’altezza ch’è in Andalusia nell’aprile: stormi romorosi di papagalli, passando dall’una all’altra foresta, oscuravano il sole, cotanto erano copiosi: i canti e le brillanti piume di uccelli sconosciuti in Europa, e la purezza dell’aere fragrante lo sorprendevano: le strane produzioni di quell’isola, e l’aspetto cosi caratteristico di questa nuova natura, lo recarono ad imporle il nome della reale associata della sua fede, delle sue speranze e del suo zelo evangelico: l’isola Samoeto fu dunque chiamata l’Isabella.

All’approssimarsi degli stranieri, gli abitanti fuggirono precipitosamente dalle loro capanne, recando seco i loro ornamenti, nè vi lasciando che i loro mobili. L’ammiraglio vietò severamente di allungar le mani sul menomo dei loro oggetti. A poco a poco gl’indigeni, vedendo che non erano inseguiti, si accostarono per fare lor cambi. Alcuni portavano sospesi alle nari piccolissime piastre d’oro, che cambiavano volentieri con pezzi di vetro, di tazze rotte e scodelle di terra-cotta. L’ammiraglio passò due giorni in quell’isola, aspettando l’occasione di un baratto considerevole in oro, che gli era stato fatto sperare: esaminò curiosamente il suolo e la ricchezza della sua vegetazione, e scrisse: «la diversità degli alberi, quella dei frutti onde sono carichi, e i profumi di cui l’aere è imbalsamato, mi empievano di stupore e di ammirazione, e sembrerebbero dover trattenere in questo soggiorno l’uomo che ne ha una volta goduto.»

Nella sua estasi, Colombo si desolava di non conoscere i nomi e le proprietà di que’ vegetali così varii; quindi aggiungeva: [p. 223 modifica]«non conoscendoli, io era nel più grande affanno, perché sono certissimo che hanno tutti gran valore. «E il suo dispiacere di questa ignoranza era tale che ne parla tre volte nel suo giornale, «Io credo che qui vi sieno molte piante e molti alberi che sarebbero in Ispagna di grandissimo pregio per le tinture, i medicamenti e le spezierie... ma io non li conosco, il che mi arreca il maggiore fastidio.»

Nel passeggiare sulla riva di un lago, l’ammiraglio vide uno spaventevole lucertolone gigantesco armato di artigli, a squame irte e dal capo schifoso: esso era l’iguano di orribile aspetto quantunque inoffensivo: vederlo e assalirlo fu per Colombo la medesima cosa; perocchè importava assai di agguerrire l’intrepidezza spagnuola contro le forme animali, le produzioni viventi di quel suolo sconosciuto. L’iguano si gittò nel lago; ma siccome l’acqua non era molto profonda, Colombo ve lo inseguì e lo uccise a colpi di lancia. La sua pelle, che si conservò, era lunga sette piedi.

§ II.


Non ostante il suo immenso desiderio di conoscere le opere di Dio e di procacciarsi oro, Colombo era confuso per la moltitudine delle isole e delle terre, e pel gran cumulo de’ nuovi oggetti che si offerivano così alla sua riflessione come al suo entusiasmo: perciò dovette rassegnarsi a numerare le nuove terre senza aver profonda cognizione di alcuna di esse. «Il mio disegno, scriveva alla Regina, non è di visitar questo paese in ogni suo particolare, poichè è tale cosa che non vi riuscirò in cinquant’anni, e perchè, tutto al contrario, io voglio vedere e scoprire quanti più paesi nuovi mi sarà dato.»

In tal primo viaggio, dopo scoperte queste regioni sconosciute, il suo scopo era più assai di acquistar molt’oro, che di osservare la natura: cercava l’oro, affine d’interessare la Spagna a continuar le scoperte, mostrandole la prova della loro importanza: sopratutto, egli cercava l’oro perche la liberazione de’ Luoghi Santi, e il riscatto del Sepolcro di Gesù Cristo gli stavano sempre davanti agli occhi come oggetto della sua [p. 224 modifica]suprema ambizione: voleva pertanto raccogliere per convertirle in oro, le spezierie, le preziosità che produce l’Oriente, in fondo al quale egli pensava d’essere giunto. Forse non fu mai fervente cristiano che desiderasse l’oro con vivezza pari alla sua. Non lo trovando subito, come aveva sperato, si volgeva a Dio, lo supplicava di additargli l’oro, di fargli trovar l’oro, di indicare a lui la via ed i luoghi ove giaceva. Appena sceso a San Salvatore, la prima dimanda che fece con segni agli indigeni, risguardava l’oro. «Io gli esaminava attentamente, dic’egli, e procurava di sapere se avevano dell’oro.»

Nell’approdare a Santa Maria della Concezione, scese vicino ad una punta, «per sapere se eravi dell’oro:» parla d’isole in cui si trova necessariamente l’oro, «vi si possono, continua, trovar molte cose che ignoro, perchè non vo’ fermarmi, affine di scorrere molte isole, per trovar oro:» e più innanzi aggiunge, con un candor fanciullesco, parlando di quest’oro così ardentemente desiderato: «coll’aiuto di Nostro Signore, devo trovarlo sicuramente la dov’esso nasce.»

Alla Fernandina, si preoccupa forte di una gran piastra d’oro veduta sulla barca di un indigeno, e rimprovera i suoi marinai perchè non l’hanno comprata: prosegue la sua strada annunziaudo che quinc’innanzi non si fermerà che nei luoghi in cui vi ha copia d’oro: è impaziente di arrivare all’isola Saometo, perchè gl’indigeni gli hanno fatto comprendere che la son vene d’oro.

Giunto all’Isabella, osserva primieramente piccole piastre d’oro a’ canotti degl’isolani, e vi si ferma sperando che gli porteranno oro in cambio delle bagatelle d’Europa. Ma non essendo là veruna miniera d’oro, move dirittamente ad un’isola chiamata Cuba, «ove si trovano oro, spezierie, gran navigli e mercatanti.» Dalle descrizioni che ne fanno gli Indiani, egli presume, ch’è l’isola Cipango, di cui si narrano cose tanto maravigliose. «Secondo le sfere che ho veduto, e le pitture de’ mappamondi, essa è posta in questi dintorni.»

Alla mezzanotte del 24 ottobre l’ammiraglio levò le àncore per dirigersi a Cuba, secondo l’indicazione degli indigeni che aveva a bordo. Faceva gran vento; ma all’albeggiare cessò e [p. 225 modifica]cominciò a piovere. Dopo mezzogiorno il vento ricominciò a soffiare gradevolmente, e la Santa Maria mise fuori tutte le sue vele. Si viaggiò così fino a sera. Essendo quel mare seminato d’isole, e coperto di bassi fondi, ove sono degli scogli, l’ammiraglio rimase fermo sulla tolda tutta la notte che fu piovosissima. La dimane ripigliò la via con vento forte, e alle tre dopo mezzodì riconobbe a cinque leghe di distanza sette od otto isole, che chiamò «le isole di Sabbia» a motivo della poca profondità del mare intorno ad esse. Vi si gettarono le ancore per la notte.

Il venerdì, al levar del sole, fu messa la prora al sud-ovest, e si continuò a navigare in mezzo alle isole. La dimane, un buon vento spinse le navi fino a sera, e da mezzo le ombre apparve la terra: ma le caravelle si tennero prudentemente ad una certa distanza a motivo dell’oscurità. La pioggia cadeva a torrenti.


§ III.


La domenica, al primo albeggiare, Colombo vide innanzi alle caravelle svolgersi, in tutta l’estensione del sud-ovest, una terra, che facea vista piuttosto di continente che d’isola.

Le cime degli alti monti, tinti color di rosa, e i contorni pavonazzi de’ gioghi minori gli ricordarono le montagne della Sicilia. Profumi più squisiti, più penetranti presagivangli una maggior ricchezza del suolo. Quanto più avanzava e poteva veder meglio ogni forma, scerneva tanto più una potenza di vegetazione fino allora sconosciuta. Non era più la folta e confusa verdura delle Lucaie; qui la varietà degli aspetti, i pittoreschi contrasti e l’ingegnosa combinazione degli aggruppamenti sopravanzavano l’umana invenzione.

Primieramente erano presso la riva alberi di cocco, cactus enormi, l’agave karatus, tribù di palmiferi dalle forme variate, felci arborescenti, l’assalia dai fiori gialli, il ketmio acido, l’acetosa gigante, che sollevava per ben due metri le sue foglie rosse, il cappero dai grossi baccelli, la sensitiva irta, il mogano, l’acajou, la zucca dalle lunghe foglie. [p. 226 modifica]

Que’ fiori, que’ frutti, que’ profumi, quegl’intrecciamenti casuali, quelle opposizioni armoniche, che si offerivano così improvvisamente all’osservazione, avrebbero oppresso di stupore qualunque uomo fosse stato meno preparato di Colombo ai prodigi del Creatore. In mezzo a quella abbagliante profusione, lo stesso contemplatore del Verbo, conquiso di troppa ammirazione per tentare qualche particolarizzata osservazione, nè sapendo com’esprimersi, se ne stava in silenzio, e si restringeva a dire «di non aver veduta mai simil cosa.»

D’in sulla sua nave mirava le due rive del fiume, ombreggiate, per quanto l’occhio si stendeva, d’alberi bellissimi, differentissimi dei nostri, carichi, al tempo stesso, di fiori e di frutti, su cui volteggiavano uccelli brillanti di piume vaghissime. Fra le tante specie di piante sconosciute, il suo genio di osservazione distinse palme diverse da quelle che crescono in lspagna nelle Canarie e sulla costa d’Africa.

Premuroso di cominciare la sua ricerca dell’oro, e la raccolta delle produzioni del suolo, l’ammiraglio scese nella scialuppa, piglio possesso di questa terra nella solita forma, vi elevò una gran Croce, impose all’isola il nome di Juana, e al porto quello di San Salvatore. Indi, vedute da lontano due case, andò ad esse. Gli abitatori n’erano fuggiti; non vi trovò che un muto e timido cane, inutile guardiano di alcuni arnesi di pesca. Egli replico il divieto d’impadronirsi di verun oggetto, indi risalì fiume.

La profonda serenità dell’azzurro, la limpidezza trasparente delle acque, la soavità dell’aere, l’emanazioni imbalsamate, la ricca fioritura degli alberi, gli insetti brillanti, le farfalle di fuoco, i colibrì dal color cangiante, le are dalle splendenti penne, il canto degli uccelletti invisibili sotto il fogliame, il variopinto de’ fiori, la leggiadria, la vaghezza de’ prospetti pittorici, delle nuove piante, tutto quel vago insieme di cose non mai vedute prima, sollevavano l’anima di Colombo in un rapimento indicibile: confessava candidamente di non potere abbandonar que’ luoghi che con uno sforzo, e nella speranza di ritornarvi: andava conscio d‘ essere giunto ad una terra di maraviglie.

ll tempo e la sperienza hanno giustificata l’ardente [p. 227 modifica]ammirazione del Contemplatore del Verbo. Oggidì, anche dopo esplorati gli spazi dell’oceano, Cuba è rimasta l’isola che vince di gran lunga ogni altra più bella: essa è tuttavia, secondo l’espressione di Colombo, la più vaga che mai vedessero occhi d’uomo; Cuba, la perla dei mari, giustifica il titolo a lei dato di regina delle Antille. La dolcezza e la costanza della sua temperatura, solita andar salva dagli uragani ordinari, e dalla violenza delle correnti sotto marine, la salubrità delle sue coste, la comodità de’ suoi porti, la purezza delle sue acque, la freschezza delle sue montagne, che sollevano le loro vette in un limpido azzurro, la eccellenza delle sue produzioni, e la varietà delle sue prospettive la rendono superiore ad ogni paragone. Costante oggetto dell’ammirazione del pensatore, del poeta, del pittore, del botanico, ella suscita l’ostinata brama di una nazione vicina, non ostante che questa già posseda una metà del Nuovo Continente.

In mezzo a questa infinità di cose nuove Cristoforo Colombo si sforzava cogliere i sublimi concetti del Pensier Creatore; di conoscere nuove maraviglie con cui la scienza di Dio si degnava manifestarsi all’intelletto, e di sorprendere l’indizio d’una qualche gran legge del globo.

Ammirazione, e sublimi induzioni nol facevan dimentico del lato pratico, utile e commerciale delle cose. Notata la copia delle erbe che nascevano quasi sul margine dei flutti, ne conchiuse giustamente, che in quel luogo il mare doveva conservarsi sempre tranquillo. Diffatti, questa costa è preservata, per tutta la larghezza dell’isola, dalle violenze della corrente equatoriale che passa fra Cuba e il Continente Americano. L’ammiraglio notò un luogo che giudico acconcio alla formazione delle madreperle, conchiglie bivalvi, che sogliono fornire indizio della presenza delle perle. Gli Indiani dissero che v’erano in quell’isola miniere d’oro.

Bramoso di scoprire quest’oro, l’ammiraglio levò le àncore il 29 di ottobre, e navigò verso l’occaso per giungere alla metropoli che gl’Indiani indicavano. In breve riconobbe l’imboccatura di un corso d’acqua, che dinominò «il fiume della Luna.» Verso sera ne vide un altro molto più largo, a cui impose il nome di «fiume dei mari.» [p. 228 modifica]

Mandò tosto gente a terra per assumere informazioni; ma gl’indigeni spaventati avevano presa la fuga. Le case in forma di tende militari, poste qua e là senza regola, mostravano la più gran mondezza, accompagnata da una specie di eleganza. Vi si trovarono statuette in figura femminile, e diverse maschere finamente cesellate. Anche qui vi aveano cani timidi e senza voce, inutilmente fedeli. Alcuni uccelli domestici vivevano nella loro taciturna compagnia. Molti utensili di pesca indicavano a qual genere d’industria si applicava la popolazione.

La dimane l’ammiraglio, seguitando la sua via all’ovest, riconobbe un capo avanzato nei flutti, così riccamente coperto d’alberi di palme, che lo chiamò «Capo delle Palme.» Gli Indiani imbarcati sulla Pinta dissero che, dietro quel capo, scorreva un fiume lontano da Cuba sole quattro giornate. Martin Alonzo Pinzon credette che la costa ch’essi correvano fosse un continente, e Cuba una gran capitale. Pel suo studio del planisfero ideale di Toscanelli, comunicatogli da Colombo, Martin Alonzo si reputò giunto nel paese che quegli aveva ipoteticamente notato.

Colombo, invece, pensava che quella vasta terra, fosse per avventura il continente asiatico, e che si trovasse giunto allora ad un cento leghe circa da Zayto e da Quinsay.

Per chiarire i suoi dubbi, l’ammiraglio risolvette il venerdì 2 novembre di mandare un’ambasceria al sovrano di quella regione. A tal effetto scelse Rodrigo de Jerez, ch’era già stato in Africa, e il poliglotto Luigi de Iorres, ebreo convertito, già addetto alla famiglia del governatore di Murcia qual precettore: lor aggiunse due indiani come interpreti. Questi messaggeri, provveduti di giocattoli, per procacciarsi fra via le vettovaglie, dovevano andare al Gran Kan, ed annunziargli l’arrivo ne’ suoi Stati dell’ammiraglio, incaricato di una lettera, e di presenti da parte dei re di Spagna, desiderosi di stabilire con essolui amichevoli relazioni. Colombo particolarizzò a costoro le osservazioni che dovevano fare in quel viaggio. E mentre erano assenti, comandò fossero riparate le tre navi, una sola alla volta, per evitare ogni sorpresa, e ne conservò sempre due pronte a combattere, quantunque, secondo le apparenze, non si avesse a temer nulla dagl’indigeni. [p. 229 modifica]

I messaggeri tornarono in capo a sei giorni.

Invece del Gran Kan e della sua capitale, non avevano trovato che un villaggio di cinquanta famiglie, da cui erano stati accolti quali esseri discesi dal cielo.

Nel loro ritorno i messaggeri scontrarono molta gente, uomini e donne, che recavano in mano erbe secche, chiuse in foglie egualmente secche, fatte in rotolo, e accese da un lato, mentre dall’altro succhiavano il fumo aspirando, e ne facevano uscire dalle labbra una piccola nube: dinominavano questo arnese tabago, nome da noi dato alla pianta che fornisce le foglie.

Quest’inviati avevano viaggiato per terre perfettamente coltivate, disseminate di capanne; avevano veduto una copia di alberi, di fiori, di erbe balsamiche e di uccelli affatto sconosciuti alla Spagna, ad eccezione degli usignuoli, delle pernici e delle oche, che v’erano in copia. Del resto, non avevano udito parlare del Gran Kan; e neppur gl’interpreti, e gli abitanti. Medesimamente non vi aveva colà alcun indizio di miniere d’oro.

Ma se non si vedeva oro in quella fertile contrada, eranvi anime da salvare, popolazioni pacifiche da conservare, e Colombo augurava bene delle disposizioni religiose di queste. Egli esprimeva ai Sovrani le sue speranze in questi termini: «tengo per fermo, Serenissimi Príncipi, che, dal momento in cui i missionari parleranno la loro lingua, li faranno tutti cristiani. Spero in Nostro Signore che le Altezze Vostre si decideranno subito a mandar missionari, affine di riunire alla Chiesa popoli così numerosi; e che li convertiranno con quella stessa sicurezza con cui hanno distrutto coloro che non hanno voluto confessare il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo, vale a dire i Mori e i Saraceni di Spagna.» Siccome nell’ardore della sua fede Colombo non aveva nessun timore della morte, così non temeva di presentarne ai monarchi l’imagine, quell’imagine che i cortigiani fanno sì grande studio di allontanare da essi: diceva dunque loro: «quando avranno terminato la loro carriera, perocchè noi siam tutti mortali, lasceranno i loro regni nella più grande tranquillità, puri di eresia e di cattivi principii: quindi conseguiranno buone accoglienze dall’Eterno.» Colla medesima semplicità, il Messaggero della Provvidenza, lasciando [p. 230 modifica]correre la penna, pregava Dio pei suoi Re, e dimandava si degnasse di conceder loro una lunga vita, un grande accrescimento di regni e di principati, e di continuare a dar loro la volontà e le disposizioni per diffondere la santa religion cristiana.

Indi annunziava ai monarchi che aveva rimesso in mare la sua nave quel giorno medesimo, e che andava in cerca dell’oro. «M’aflretto, affine di partire giovedì, in nome di Dio, e veleggiare al sud-est alla ricerca dell’oro, delle spezierie e delle terre da scoprire.»

Uscito dal fiume dei mari, l’ammiraglio, sull’indicazione degl’indigeni, mosse verso l’isola chiamata Babeque, ove, dicevano per segni, che la notte al chiarore di fiaccole si raccoglieva oro sulla riva: viaggiò lungo la costa per diciotto leghe senza volervisi accostare. La dimane, martedì, riconobbe un capo a cui impose il nome di Capo Cuba.

ll 14 novembre, si allontanò all’est, correndo a scoprire cotesta Babeque, di cui gl’Indiani non cessavano di vantare la feracità d’oro. Così egli si trovò portato in un arcipelago affatto nuovo. L’occhio non poteva enumerare le tante sue isole grandi, montuose, ombreggiate da magnifici alberi. La purezza dell’atmosfera, lo splendor del mare rotto da que’ monti di verdura che pareva scaturissero dai flutti, rapivano gli sguardi di Colombo: chiamò quel mare così riccamente seminato di isole «mare di Nostra Signora.» La bellezza delle spiagge ve lo tratteneva, e voleva, non ostante la sua gran brama d’oro, percorrere tutte quelle isole colle scialuppe delle caravelle, e frugarvi per tutto; perocchè, all’apparenza, pareva promettessero almeno droghe e pietre preziose.

Il venerdì 16 novembre, in quella che Colombo usciva dal battello per pigliar possesso della prima di tali isole, colla formola consacrata dalla sua pia abitudine, furono veduti, giacenti sopra un’elevazione del terreno, due grandissimi travi, uno più lungo dell’altro, il più piccolo posto sul più grande a formare una Croce, così bene che un falegname non avrebbe potuto trovare proporzione più esatta. Cadendo incontanente ginocchione, il Messaggero dell’apostolato ringraziò il suo Signore di questa nuova bontà, e riveri questa croce, che gli era [p. 231 modifica]stata provvidenzialmente preparata in quell’isola sconosciuta. Così parevagli che Dio non lo abbandonasse: era consolato nel fondo del cuore vedendo i suoi desiderii prevenuti in que’ luoghi deserti e innominati. Dopo adorata cotesta croce, figurata da un caso misterioso, comandò che si complesse fortificandola, l’unione dei pezzi, e che l’erezione del segno santo avvenisse il posdomani domenica, nel luogo più apparente, e vuoto d’alberi.

Intanto esaminava le produzioni della terra. Comandò alle genti dell’equipaggio di cercar madreperle e se ne trovarono infatti, ma spoglie di perle. Furono presi strani pesci, fra gli altri uno con muso di porco, e tutto coperto di squame, il quale non aveva di molle altro che gli occhi e la coda. L’ammiraglio lo fece salare per portarlo alla Regina, vaga di storia naturale. La dimane vide in un’altra isola maiali d’India, locuste mostruose e gran copia di uccelli. ll forte odore di musco sparso in certe parti gli fece credere che vi fossero colà animali che lo producessero.

La domenica, 18 novembre, l’ammiraglio col suo stato maggiore, mosse in gran cerimonia a inalberare il segno della Redenzione. Questa croce, altissima e altrettanto bella, fu sollevata sopra un’eminenza da potere esser veduta lontano. Le solite preghiere ne accompagnarono l’esaltazione, e l’intera domenica fu consacrata a onorarla col riposo e colla preghiera.

Il lunedì, prima che levasse il sole, le tre navi erano già in via; ma, contrariate dai venti, non fecero molta strada. L’ammiraglio si dilungò dall’Isabella, da cui non era distante altro che dodici leghe, per timore che gl’Indiani di San Salvador non cercassero di fuggire; perocchè la loro isola natale non era lontana da questa che otto leghe: essi parevan soddisfatti del loro nuovo genere di vita, cominciavano a capire un po’ lo spagnuolo, facevano il segno della croce, s’inginocchiavano avanti al Crocifisso, recitavano le loro orazioni sollevando in alto le braccia, dicevano il Salve e l’Ave Maria con una specie di raccoglimento; si mostravano persuasi che accompagnavano uomini venuti dal cielo per cercar l’oro, e che gli avrebbero ricondotti nel loro paese dopo trovatolo. [p. 232 modifica]

Il 20 e il 21 di novembre, la navigazione continuò verso Babeque, i cui tesori agitavano tutte le imaginazioni.

Tuttavia, anche in mezzo alle noie di questa ricerca, non mancavano all’ammiraglio argomenti di malcontento e d’inquietudine. Sulla Pinta e sulla Nina i suoi ordini non erano obbediti esattamente. I due capitani si permettevano certe osservazioni, più sconvenevoli pel modo con cui erano fatte, che pei loro termini. I tre fratelli Pinzon, sopra tutto il primogenito, non potevano sopportar l’idea che uno straniero, il quale senza il loro aiuto non avrebbe potuto tentar l’impresa, diventato improvvisamente grande ammiraglio e vice re, raccogliesse, in virtù de’ suoi trattati colla Castiglia, una parte considerevole delle ricchezze di quelle contrade. L’ambizione di Martin Alonzo era desta dall’invidia. Un indiano messo a bordo della Pinta quale interprete, avendo vantato al capitano le magnificenze di Babeque, di cui pretendeva saper la strada, Martin Alonzo si separò dalle due altre navi la notte dal 21 al 22 novembre. ll cielo era chiaro e bello, e il vento dolce e fresco; nondimeno vedendo la Pinta allontanarsi, l’ammiraglio fece accendere un fanale e lo lasciò ardere fino a giorno; ma Martin Alonzo non se ne diede pensiero, e continuò la sua via verso l’est, ove si dileguò nelle ombre dell’orizzonte. Questa diserzione afflisse l’ammiraglio.

La Nina, comandata da Vincenzo Pinzon rimase fedelmente al suo posto. Vincenzo aveva la passione del mare, e dell’idrografia; possedeva meglio de’ suoi fratelli la teorica della nave, e la nozione del dovere; perciò la sua propria capacità gli permetteva di apprezzare il genio di Colombo.

Il 23 novembre, e il dì seguente, continuando a navigare, l’ammiraglio si raccostò, pel mare di Nostra Signora, alle coste di Cuba: riconobbe diversi capi, scoprì porti preziosi per la lor sicurezza; e in una sua investigazione sulle rive rinvenne pietre contenenti un po’ d’oro; le prese per mostrarle alla Regina: trovò pini di un’altezza e dirittura prodigiosa, acconci quindi alle costruzioni navali: fornirono infatti due antenne alla Nina.

Il 25 scoprì tale porto, di cui non aveva mai veduto l’eguale. Cento gran navi in fila vi sarebbero capite senz’áncore ne [p. 233 modifica]altro, perchè montagne cariche di alberi acconci a costruzioni navali lo proteggevano da tutti i venti. Colombo dichiarò con effusione di gratitudine che fino a quel giorno «era piaciuto a Nostro Signore di andargli sempre mostrando una cosa migliore dell’altra, e ch’era proceduto di bene in meglio in tutte le sue scoperte.»

Il dì 6 scopri nuovi paesi e nuovi porti, di cui andavano maravigliati gli stessi suoi ufficiali.

Il 27, non ostante il perfetto sereno del cielo, e la vicinanza di cinque o sei porti ammirabili, ebbe il coraggio di non prendere terra, per non menare in lungo l’adempimento del suo scopo principale: perchè confessava, dice Las Casas, che «si fermava sempre più di quanto voleva, trascinato dal desiderio di contemplare, e dal piacere di ammirare la bellezza di que’ paesi.» Per porsi in guardia contra sè medesimo, rimase a costeggiare tutta la notte.

La dimane le navi entrarono in una baia attorniata da terre perfettamente coltivate, che formano una vasta pianura, rotta da verdeggianti monticelli, e invisibilmente seminata di capanne, indicate dalle colonne di fumo che si elevavano da mezzo gli alberi. Colli ed alti monti ne limitavano il fondo. L’ammiraglio col suo batello investigò il porto in cui si scaricava, dal lato del sud, un fiume abbastanza largo e profondo da potervi entrare una gran nave. Questa imboccatura, nascosta dall’ineguaglianza del terreno, formava una sorpresa, perocchè non la si vedeva che sul punto di entrarvi.


§ IV.


In questa parte di Cuba così vicina alle montagne, e sotto i pieni influssi del mezzogiorno, pare che la creazione abbia riunito i suoi maggiori prodigi: vi si mirano stupendi effetti nel tutto insieme, e perfezioni nelle parti, cui la parola non vale ad esprimere. Ogni disuguaglianza del terreno muta le decorazioni di una natura, ch’è fastosa sin al punto di spaventare l’imaginazione. Si direbbe che una forza sotterranea espelle alla superficie della terra una stupenda fecondità. La linfa circola [p. 234 modifica]sotto tutte le forme, e si manifesta in tanta dovizia di produzioni, che lo sguardo non riesce in veruna parte a penetrare sino al suolo.

Per qualsivoglia anima intelligente questa fortunata regione, anche a’ dì nostri, possede irresistibili allettative. Ne’ suoi fiumi diafani l’onda produce riflessi maravigliosi, e il mare che la circonda ha seduzioni senza pari. Il sereno dell’aere, lo splendore dell’azzurro, la vivacità del giorno, i dolci profumi degli zefiri, fanno passare ne’ sensi un vago stimolo seguito da una mollezza piena d’incanti. Tal è l’effetto dell’influenza materiale: ma se il pensiero osa investigar in questo insieme le tracce della scienza divina, distinguere le armonie e le stupende combinazioni di questa prodigalità, che, senza la bellezza de’ fiori, i canti degli uccelli, gli odori balsamici sarebbe per sè atta a spaventare l’imaginazione, tanto le forze della natura vi si spiegano in modo colossale, incontanente la grandezza dell’emozioni corrisponde alla magnificenza degli aspetti.

Dimesticati oggidì da trecento anni di sperienza con queste produzioni allora sconosciute, noi non comprendiamo più la vivezza delle impressioni che dovevano suscitare; la poesia del misterioso e dello sconosciuto si aggiungevano allora alla beltà della forma e del colore delle cose scoperte. Cristoforo Colombo considerava con rispetto misto di riconoscenza questa manifestazione affatto nuova per l’umanità. La sua contemplazione delle opere del Creatore uguagliava i casti trascinamenti del primo amore; e nella emozione di siffatta verginale tenerezza, riassumeva le impressioni della posterità, per lui già, in possesso di tal opulenta eredità, ma di cui il mondo ignorava allora l’esistenza. Nessun uomo unqua provò que’ puri godimenti dello spirito, quelle elasticità. intellettuali, che fecero trepidare il primo contemplatore di tanta parte dell’opera di Dio. La sublimità di quegli aspetti nobilitava la cooperazione, onde lo aveva onorato la Provvidenza, sublimava il carattere della sua missione, e lo sollevava al di sopra di lui medesimo.

Al mezzodì, correndo Cristoforo Colombo in batello lungo la riva, scoprì quel fiume pieno di armonie, nascosto come un segreto di bellezza, alla parte sud del porto: stupefatto di [p. 235 modifica]quell’inenarrabile splendore, e quasi spaventato da quella magnificenza, si desolava di non poterne esprimere la millesima parte: quindi scriveva ai Monarchi, che v’ebbe un istante in cui credette di non avere forza bastante d’allontanarsi da luogo così incantevole; e aggiungeva, come per giustificarsi:

«L’amenità del fiume, la limpidezza dell’acqua, che lascia veder chiara perfin la sabbia del letto, la gran copia delle palme di diverse forme, le più alte e graziose che veder si possano, e un numero infinito d’alti alberi alti e verdeggianti, il canto degli uccelli, e la frescura dell’aere decorano questa regione, Serenissimi Principi, d’una magnificenza maravigliosa, che tanto avanza in bellezza tutte le altre, quanto il giorno vince la notte; la qual cosa mi fa dire spesso a’ miei ufficiali, che, per quanti sforzi io faccia onde tesserne una compiuta relazione alle Vostre Altezze, nè la mia lingua potrà dire tutta la verità nè la mia penna scriverla. È certo ch’io rimango confuso alla vista di sì gran bellezze; vi ho scritto relativamente alle altre regioni, dei loro alberi, frutti, erbe, porti nel miglior modo che potei; ma rispetto a questa terra, tutti affermiamo ch’è impossibile che vi sia al mondo regione più bella. Ora mi taccio, desiderando che altri, dopo vedutala trovi modo conveniente di poterla descrivere. Inoltre, sento che scemerebbe il merito di questa contrada se fosse da me descritta; meglio la potranno descrivere le labbra o la penna di più valente di me.»

Quale uno de’ maggiori favori ricevuti da Dio Colombo annoverava di aver contemplato tante cose, una più ammirabile dell’altra: ringraziava altresì Colui che lo aveva eletto a tale opera, e gli aveva conservata la salute; «mperocchè, diceva, la gran mercè di Nostro Signore, neppur uno del mio equipaggio ha patito finora il menomo male; nessuno soffrì la più leggera indisposizione, eccettuato un vecchio marinaro, il quale aveva patito per tutta la vita di renella, e se ne trovò guarito subito dopo giunto in questo paese. E ciò che dico rispetto lo stato sanitario comprende gli equipaggi delle tre navi.»

Prima di poter conoscere la specialità di ogni produzione propria di quel suolo prodigioso, Colombo fu conscio di quale importanza fosse possederlo, e lo espresse con queste brevi [p. 236 modifica]parole: «quali saranno i benefizi che si potranno ritrarre da questa regione, è appunto ciò che non iscrivo. È certo, Signori Principi, che dove sono simili terre, vi debbono essere cento cose profittevoli..... e col volgere del tempo si saprà quali vantaggi esse possono procurare.»

Avendo intuitivamente una chiara nozione dei vantaggi ritraibili da quel paese, dopo avere contemplate le armonie, ammirato lo splendore, vantato qual poeta, naturalista e uom di mare la ricchezza della sua vegetazione, la bellezza delle sue acque e de’ suoi porti, Colombo afferma che le sue scoperte, hanno aperto nuove vie all’incivilimento; che la Cristianità, sopratutto sarà per cavare gran prò da quelle remote regioni; e abbandonandosi all’espansione della sua intuizione, illuminato dall’alto, osa dare un consiglio e una specie di precetto ai Sovrani suoi signori: con una libertà tutta cristiana dichiara loro che non devono permettere ad alcuno straniero di dimorare in paese così fortunato, a meno che la purezza della sua fede non sia manifesta; perchè, essendo questa scoperta fatta in nome di Gesù Cristo, per la gloria del Redentore, e la dilatazione della Chiesa, non è giusto che l’eresia e l’incredulità usurpino il conquisto della fede cattolica. Riassumendo il suo pensiero, indirizza ai Monarchi queste parole: «dico che le Vostre Altezze non devono permettere ad alcuno straniero di porre piede in questo paese, e di negoziarvi, se non è cristiano cattolico, e a nessuno Spagnuolo di stanziarvi, se non è buon cristiano; poichè il disegno e l’esecuzione di questa impresa non ebbe altro scopo che la diffusione e la gloria della Religion Cristiana. »

Non ostante la trascuratezza del suo dire spontaneo, queste parole suggerite dalla vista delle nuove magnificenze, e scritte quarantasei giorni dopo il primo sbarco all’isola di San Salvadore, durante, anzi prima che se ne compiesse interamente la scoperta, vogliono esser notate. Queste parole, non meno che la loro data, hanno un’importanza decisiva per fermar bene il carattere reale dell’impresa di Colombo: non è più permesso di porre in dubbio i veri motivi che guidavano il Messaggero della Croce, e d’ingannarsi sullo scopo che si proponeva. La gloria di Gesù Cristo, la diffusione della sua Chiesa, e per conseguenza [p. 237 modifica]la salute delle anime e l’incivilimento dei popoli, ecco il primo oggetto degli sforzi di Cristoforo Colombo.

Non ostante la fretta che lo cacciava, le maraviglie di questa natura tenevano Colombo come ammaliato. a «Parevagli di trovarsi in mezzo ad illusioni ed a prestigi.» Questi luoghi, la cui magnificenza facendo rimanere attonito lo spirito, comandava il rispetto, e ispirava santi pensieri, ricevette, a motivo di ciò, il nome di Porto Santo. Per ben tre giorni egli si rimase come inchiodato dalla sua ammirazione a Porto Santo sempre in estasi, e non potendo saziare gli occhi: la sua impaziente sete d’oro parve spegnersi nel sereno soave dell’atmosfera e nelle vergini bellezze delle foreste. ll contemplatore della creazione parve che la vincesse per breve istante sull’apostolo della Croce, su quell’incomparabile cercator d’oro, premuroso di vedere terre sconosciute, affine di estrarne il prezzo di un riscatto ineffabile: dimenticava sè stesso nell’ammirazione delle opere del Verbo, e non poteva strapparsi alle seduzioni di quanto gli si parava dinanzi. Quantunque nell’indicare brevemente nel suo giornale le bellezze di questa natura, egli taccia con modestia le sue religiose tenerezze, pur è facile indovinare quali emozioni estatiche rapivangli il cuore. Con qual gioia il figlio adottivo della Famiglia Francescana diceva il suo uffizio secondo la regola dell’Ordine Serafico sotto le vôlte di que’ boschi, tempio primitivo della natura, circondato dai prodigi del Creatore, mescolando la sua voce alle salmodie de’ venti che soffiano per quelle solitudini!

Nondimeno, uno Spirito così pratico e positivo come quello di Colombo non poteva consumare, senza un’immediata utilità per la sua impresa, il tempo concesso alle soddisfazioni dell’anima sua: giovandosi di quel soggiorno, quasi giustificato da contrarietà atmosferiche, egli mandava a diverse parti, sotto il comando di ufficiali accompagnati da interpreti indiani, piccoli stuoli di armati a riconoscere il paese, e a stringere relazione cogli abitatori: ma questi si davano ostinatamente alla fuga. Tutte le indagini tornarono vane. Que’ drappelli riuscirono soltanto a impadronirsi in un villaggio di alcune donne con tre fanciulli, ed a sorprendere un batello d’indigeni, di cui condussero seco i rematori. [p. 238 modifica]

Il venerdi, 30 novembre, Cristoforo Colombo volle, prima di abbandonare Porto Santo, consacrare col segno della Redenzione, quel luogo, in cui splendeva in modo così particolare la magnificenza del Verbo: comandò ai falegnami de’ navigli di preparare una grandissima Croce, che, il primo dicembre, fu portata in pompa dagli uomini dei due equipaggi sulla principale altura dominante l’entrata del porto: fuvvi rizzata con ogni possibile solennità, e sodamente fissa nella viva pietra.

Sendo la dimane il vento contrario, Colombo potè santificar la domenica accanto al sacro Segno, e prolungare per un’altra intera giornata le caste voluttà della sua contemplazione.

Il lunedì l’ammiraglio fece nella sua scialuppa una ricognizione della costa al sud-est, e scoprì una darsena di costruzion navale indigena, benissimo ordinata in ogni parte. Trovò in essa canotti o batelletti, di un solo pezzo, in cui potevano capire oltre cento persone. La dimane, 4 dicembre, levò l’áncora, e continuò a veleggiare verso l’ovest.

Per lasciare a questa terra un nome significativo, l’ammiraglio, nell’allontanarsi da Cuba, chiamò la sua estremità orientale Alfa ed Omega, il principio ed il fine, perchè l‘a cominciavano le lndie dell’occaso; la finiva l’oriente dell’Asia.


§ V.


Non ostante il suo veemente amore della creazione, Cristoforo Colombo non era un pensatore elegiaco, un contemplatore sterilmente entusiasta della natura. La sua ammirazione del paese, i suoi difficili studi sulla Flora e sulla Fauna di quelle nuove regioni, le osservazioni che andava facendo sul suolo, speranzoso che occultasse oro e pietre preziose, non era ciò solo che occupava la sua potenza di meditazione. Con eguale ardore si sforzava di comprendere il carattere di que’ popoli che fuggivano al suo approssimarsi: non potendo vederli e osservarli li considerava profondamente coll’intuizione, diciam meglio, gl’indovinava.

Diffatti, le sue relazioni cogli individui di que’ paesi furono, sin dalle prime, ciò che avrebbero potuto essere mercè lunghe [p. 239 modifica]osservazioni ed oculata sperienza: non fu mai ch’egli errasse o s’ingannasse riguardo a loro: seppe farsene comprendere, amare, dominarli coll’affabilità, e pigliare sul loro spirito un ascendente personale. La sollecitudine della loro salute essendo il suo primo movente, coglieva ogni occasione d’ispirar loro un’alta idea degli Europei, affinchè desiderassero di somigliare ad essi, e di adottare i lor costumi: con una magnanimità costante voleva convincerli della sublimità del Vangelo ch’era venuto ad annunziar loro. Se le sue genti non avessero palesata la più aspra cupidigia, certo è che gli Indiani non avrebbero sentito altro che gratitudine e rispetto pegli uomini celesti; così li denominavano.

Colombo non trasandava circostanza, particolarità, e nemmen uomo, per piccolo che potesse parere. Fra l’isola della Concezione e la Ferdinandina, incontrato da Colombo un indigeno, ch’era solo in un canotto, lo fe’ montare a bordo per usargli cortesia; e scoprì ch’era un corriere spedito in una parte delle Lucaie per divulgarvi l’arrivo degli «uomini divini:» affine di dar credenza alla maravigliosa notizia, recava seco due monete e alcune perle di vetro. Da questo fatto Colombo conchiuse che in breve la sua presenza sarebbe conosciuta lontano; e importava assai che insiem con tale notizia si spandesse eziandio buona rinomanza degli uomini venuti dal cielo. La prudenza, la politica, in così bell’accordo colla sua inclinazion naturale, gli consigliavano la munificenza e la dolcezza verso di cotesti popoli fanciulli. Colombo gli amava realmente in Gesù Cristo: gli amava, come il padre ama figli che non conosce ancora; ed essi, col loro semplice istinto, gli rendevano confusamente alcunchè del suo affetto: esaurirono in suo favore la poca costanza consentita dalla mobilità del loro carattere: non fu mai tempo nè luogo in cui mostrassero ad un europeo la fiducia e l’attaccamento che portarono a lui. Cristoforo Colombo aveva la bella dote di farsi da loro amare e obbedire senza violenza.

Notando l’ammiraglio, che, non ostante la vaghezza de’ siti, e la comodità del dimorarvi, pur non vi aveano abitazioni sulle rive del mare e lungo i fiumi, e vedendo tutte le case [p. 240 modifica]disposte in guisa che i loro abitatori vedevano prima di esser visti, indovino sagacemente che comuni pericoli li tenevano sempre all’erta: comprese che una razza straniera, più ardita, meglio armata, veniva in barca su quelle spiagge per rapirne gli abitatori; e, dopo di aver sulle prime ricusato di prestarvi fede, venne a sapere che nella pace e nell’abbondanza di sì ridente natura, atroci assassini correvano per tutto intorno, nè già per derubare le capanne, ma per rapirne gli abitatori per pascersi della lor carne. L’atroce fatto era vero. I Caraibi antropofagi, stranii a quelle isole, distinti dagl’indigeni pel cranio, i lineamenti, il colore, l’idioma, per la dipintura de’ corpi, per le armi, e per un cieco coraggio, irrompendo improvvisi, mettevano in desolazione i pacifici abitatori delle isole. Colombo previde il più felice mutamento nella condizione di que’ popoli, la mercè della protezione spagnuola, allorchè godrebbonsi le consolazioni del Vangelo.

Egli benediceva Dio di averlo mandato per tal opera di misericordia; e, già penetrato del suo apostolato, l’operava qual precursore della Buona Novella. Prima di poter parlare in modo intelligibile agli indigeni del Redentore, che ardeva del desiderio di far loro adorare, Colombo godeva di gridare per tutto, nella lingua della Chiesa Cattolica, la potenza del Verbo, di far risuonare su quello rive il nome del ben amato Salvatore. Dovunque approdavano le sue scialuppe, rizzava croci, affinchè gl’Indiani sapessero anticipatamente ch’era il segno venerabile «degli uomini celesti», o destinati a diventar tali. La scuola protestante ha calunniato questo piantar croci, e studia di dare ad intendere, che, rizzandole, l’ammiraraglio voleva solamente lasciare un segno palese del preso possesso. Qui le cose sono così distinte da recar lume sui sentimenti e sul loro scopo. Noi non permetteremo che alcuno vada errato in ciò; perocchè gli atti e le intenzioni sono stati chiaramente spiegati dal medesimo Colombo.

Preso che aveva possesso nella solita e regolare forma, l’ammiraglio piantava croci scegliendo i luoghi più appariscenti e più pittoreschi: aveva con ciò più a cuore di onorare il divin Redentore, che di provare la sua priorità di scoperte: quanto amava [p. 241 modifica]di raccogliere nell’anima la sua ammirazione delle opere del Verbo, altrettanto sentiva il bisogno di glorificare in cospetto degli uomini il Salvatore dell’umanità: non solo ringraziava Dio di averlo eletto a scoprire quelle nuove regioni, ma altresì di avergli conceduto l’onore d’inalberare prima d’ogni altro su di esse la croce, segno imperituro dell’immortalità conquistata: si considerava in quegli ameni deserti come un altro Giovanni Battista, che preparava le vie a Colui che doveva venire colla sua grazia santificante sotto il simbolo eucaristico. Eletto dalla Provvidenza, Cristoforo Colombo precedeva i nuovi apostoli, i suoi fratelli Francescani, i suoi amici Religiosi di san Domenico, che dovevano essere in breve seguiti dai santi emoli di Francesco Saverio.

L’ammiraglio si sforzava di aprir l’intelletto degli Indiani che aveva a bordo, e gl’interrogava di frequente, non ostante il niun esito delle sue dimande e la confusione delle loro risposte. Sin dai primi giorni riconobbe le loro disposizioni all’iperbole ed al fantastico: le loro più chiare affermative non meritavano mai più di una mezza credenza.

Colombo non doveva soltanto diffidare degli interpreti, doveva guardarsi altresì dalle affermative dei dotti e dei viaggiatori: bisognava che diffidasse di quello che vedeva, udiva, e ricordava; sarebbe certamente andato più accosto al vero se avesse osato, contro la sua modestia e la volgar prudenza, sciogliersi interamente dagli errori de’ cosmografi, che facevano allora autorità, e riferirsene a’ suoi soli presentimenti: qualche po’ di prosunzione avrebbe risparmiato al suo genio molte perplessità: naturalmente non poteva spiegar ciò che vedeva se non dietro ciò che sapeva; perocchè lo spirito umano nel suo corso non giunge allo sconosciuto che per la via del conosciuto: Colombo aveva letto i cosmografi, i geografi, i viaggiatori, e spezialmente Marco Polo: fra tutti que’ libri, il quadro del mondo, Imago Mundi, del cardinale Pietro d’Ailly, pare il solo che acquistasse sopra il suo spirito un credito, a cui contribuirono il grado ecclesiastico, l’ortodossia dell’autore non meno della sua scienza. Contuttociò, quantunque facesse gran conto delle affermative di certi scrittori, pur non si riferiva mai ad essi in [p. 242 modifica]modo assoluto: dubitava, congetturava, presumeva possibile, ma non affermava perentoriamente: la sua penetrazione, i suoi presentimenti, diremmo volentieri il suo istinto di rivelazione, lo impedivano di cadere nelle fallacie di un sistema.

Fu spesse volte ripetuto che l’ammiraglio si allontanava da Cuba, nella persuasione di aver trovata e tocca l’estremità del Continente Asiatico: anche questo e uno degli errori tradizionali contro Colombo, che venne accettato senza contrasto: più innanzi lo dissiperemo coll’evidenza dei fatti e dei documenti. Anche il nome generico d’Indie dato dall’ammiraglio alle terre scoperte, e quello d’Indiani ai loro abitatori, non istabilisce nulla in contrario alla nostra opinione. Questo nome era anticipatamente destinato da Colombo ai paesi che avrebbe scoperto. Ecco ciò che dice suo figlio don Fernando: «siccome in tutto il mondo le Indie erano tenute abbondevoli d’oro, e d’ogni sorta di ricchezze, così egli volle dare quel nome alle terre che disegnava scoprire, per obbligare la Castiglia a favoreggiare la sua impresa nella speranza di grandi profitti.» È certo che per qualche istante l’aspetto paradisiaco di Cuba lo inclinò a credere di aver tocca l’estremità del Continente Asiatico; ma non tardò, secondo le sue percezioni spontanee, a. pensare di esser giunto alle prime terre di un mondo affatto nuovo. Del resto, in questo primo viaggio, il Contemplatore della natura cercò piuttosto di numerare le regioni da scoperte, che non di descriverle.

§ VI.


Dirigendosi sopra l’invisibile Babeque, l’ammiraglio vide al sud-est una terra che gl’Indiani gli dissero essere Bohio, in cui. si mangiavano gli uomini. Essi parevano avere un orribile spavento delle genti di Caniba, che dimoravano in quell’isola o nel suo vicinato. Costoro pretendevano che cotesti feroci depredatori, che si cibavano di carne umana, avevano il capo di cane, e un occhio solo in mezzo alla fronte. Quando, nonostante la loro descrizione, videro che l’ammiraglio veleggiava verso Bohio, furono talmente spaventati ed oppressi, che ne perdettero la [p. 243 modifica]parola. Sospinta da un forte vento, la Santa Maria si coperse di tutte le sue vele. Le correnti eranle favorevoli, a tale che andò rapidamente verso l’isola misteriosa: ma, sopraggiunta la notte, fu mestieri costeggiare per attendere il giorno.

Il 6 dicembre, l’ammiraglio entrò in una piccola baia, che pose sotto l’invocazione della Vergine: al sud-ovest sporgeva un bellissimo capo; qual omaggio a Maria, dolce stella del mare, lo nominò Capo della Stella. Videro altresì diversi promontori, e piccoli porti, a cui impose peculiari nomi: indi continuò a navigare a veduta della costa; e all’ora de’ vespri gettò l’áncora in un porto ammirabile per la sicurezza e la magnificenza del sito, che dinominò San Nicola, in onore del Santo che si festeggiava quel giorno. Colombo dichiarava, che, dopo tutto quello che aveva detto dei porti di Cuba, anche questo poteva essere vantato a giusta ragione, «perocchè mille navi vi potrebbero rimanere a grand’agio.»

ll venerdì, 7 dicembre, mise alla vela per seguire la costa al nord-est. Discoverse da lungi, nelle terre, alti monti, e, sulle pianure intermedie, campagne e colline; il paese ricordava la Castiglia. L’ammiraglio notò alberi che somigliavano alle verdi quercie, e ad altre piante della Spagna: trovò la temperatura più fresca che a Cuba: verso la sera entrò in una picciola baia, che denominò la Concezione. Volendo l’ammiraglio esaininare i pesci di queste nuove spiagge, fece calare reti dal suo canotto, e vi resto preso un gran pesce simile a quelli delle coste di Spagna. L’aspetto generale del paese, così per la natura, come per la giacitura, diversificava da quello di Cuba, e ricordava vagamente la Castiglia.

Li 8 dicembre, giorno della Concezione, una pioggia violenta, accompagnata da vento, costrinse tutti a rimanersene a bordo. L’ammiraglio pote attendere liberamente alla sua tenera divozione per la Santa Vergine. Non potendo porre le navi a festa per la frequenza dei grandi scrosci d’acqua, fece nelle ore degli uffizii tirar salve in onore di Maria concepita senza peccato.

La dimane la pioggia continuò. L’umidità, la forma delle nubi, la tinta dell’atmosfera ricordavano agli Spagnuoli gli aspetti dell’ottobre d’Andalusia Anche le pianure ritraevano alla loro [p. 244 modifica]memoria la Castiglia; e, a cagione di questa cara somiglianza, l’ammiraglio impose il nome d’Isola Spagnola, a quest’isola, il cui nome primitivo era diverso per gli indigeni, gli uni chiamandola Bohio, che significava «casa o vasta dimora;» gli altri, in minor numero, la nomavano Haiti, che vuol dire «terra alta;» la maggior parte la dicevano Quisqueva, parola esprimente «la gran terra, o il gran tutto:» perocchè que’ popoli non conoscevano terra più estesa.

I Castigliani la dissero, ora la Piccola Spagna,» Hispaniola, ed ora semplicemente Spagnola.

Il 12 dicembre, l’ammiraglio consacrò il possesso preso dell’Isola Spagnola con un segno rispondente alla sua pietà. Alla presenza dei due equipaggi fece piantare sull’ingresso del porto, sopra un’altura dominante, una grandissima croce, nè già semplicemente per significare i diritti della Castiglia e la sua presa di possesso, ma «principalmente, diceva, in onore di Gesù Cristo Signor nostro, e della Cristianità.»

Per sei giorni consecutivi aveva inutilmente cercato di entrare in relazione coi naturali, i quali, avendo le loro abitazioni disposte in maniera di veder da lungi, fuggivano appena vedevano approssimar gli stranieri. Subito dopo la cerimonia religiosa, si riuscì a prendere una donna, la quale fu condotta a bordo della Santa Maria. «Ella era molto bella, giovanissima, e portava alle nari un anello d’oro,» cosa ch’era di buon augurio: conversò cogl’Indiani delle caravelle, perocchè erale familiare la loro lingua. L’ammiraglio la fece vestire all’europea, e adornare di conterie venete, di sonagliuzzi, di anelli di ottone, poi la rimando alla sua famiglia accompagnata da tre indiani che dovevano abboccarsi cogli abitanti: ma, rattenuti dalla paura, questi non osarono seguir la giovane sino alla sua terra, e tornarono alle caravelle alle tre dopo mezzanotte.

L’ammiraglio mandò nove uomini armati, coraggiosi e intelligenti, con un indiano loro interprete ad osservare il paese e mettersi in rapporti cogl’indigeni: trovarono, a quattro leghe e mezzo una borgata deserta. Al giungere degli stranieri gli abitanti erano fuggiti dopo avere nascosto sotterra quanto possedevano di prezioso. L’interprete indiano corse sulle loro [p. 245 modifica]tracce, gridando ad essi di ritornare, che i cristiani non erano Caniba, ma, tutto al contrario, venivano dal cielo, e regalavano di molte belle cose a quelli che incontravano. A poco a poco gl’indigeni si accostarono in numero di circa due mila, circondaronoi nove spagnoli, e li considerarono con una venerazione mista di spavento: traevano dai loro tugurii i migliori alimenti per offerirli a questi ospiti formidabili. In quel mentre sopraggiunse una schiera di genti, che si recavano rispettosamente sulle spalle l’indiana che aveva ricevuto i doni dell’ammiraglio: una parte de’ suoi gioielli era portata in gran cerimonia davanti a lei; turba immensa, condotta dal fortunato marito, andava alle caravelle a ringraziare il capo degli uomini celesti. Avendo l’interprete creduto udire a bordo che l’ammiraglio desiderava un papagallo dimesticato, espresse il suo desiderio; e incontanente gliene furono portati .da tutte le parti in dono, senza accettar nulla in contraccambio.

I nove spagnuoli tornarono con questo corteo. Nel loro tragitto notarono plaghe magnifiche, e campi coltivati meglio della campagna di Cordova.

Quantunque fosse la metà di dicembre, gli alberi erano verdi e carichi di frutti; e le erbe alte e fiorite, come in Castiglia in aprile: ma in mezzo a questo lussureggiar di natura, non avevano scoperto la menoma traccia d’oro.

Il venerdì l’ammiraglio si diè nuovamente a cercar l’isola di Babeque, che gli Indiani lodavano cotanto: ma iventi contrari lo portarono sull’isola della Tartaruga, fertile, ben coltivata e tale che ricordava anch’essa confusamente la terra di Cordova.

Nell’avvicinarsi all’Isola Spagnuola, l’ammiraglio scontrò il dì 16 un canotto menato da un solo indiano: ammirò l’audacia dell’isolano, che, su quel fragile battelletto affrontava un vento assai forte; lo raccolse a bordo colla sua misera navicella, lo ricolmò di cortesie, lo regalò delle solite bazzecole, e lo fe’ deporre a terra presso la borgata ove dimorava: indi gettò l’áncora in un porto vicino, che chiamò «Porto della Pace;» e sostò.

In breve fu recato ad effetto ciò che l’ammiraglio aveva preveduto. Mostrando que’ doni sconosciuti, l’indiano raccolse [p. 246 modifica]intorno a sè i compatriotti, e vantò loro la munificenza degli uomini discesi dal cielo. Nondimeno non ebbe la gioia di partecipar loro la novella: perchè l’arrivo de’ viaggiatori celesti era già stato annunziato, e si andava prontamente propagando dall’una borgata all’altra. Più di cinquecento isolani corsero alla riva. Fra essi alcune donne di notevole bellezza portavano alle orecchie ed alle nari fogliuzze di un oro finissimo, che diedero volonterose, non avendo sopra di sè altro da offrire. L’ammiraglio raccomandò espressamente di trattarli tutti colla maggiore affabilità, come fossero già cristiani, «perchè sono, scriveva ai monarchi, le migliori genti del mondo, e sopra tutto perchè io ho una grande speranza in nostro Signore, che le Vostre Altezze li renderanno tutti cristiani.»

Secondo Las Casas, in quel momento «l’ammiraglio credeva di essere molto vicino ai luoghi in cui la terra occultava le sue maggiori ricchezze, e che nostro Signore era per condurlo là dove nasce l’oro.»

Sin dal primo schiarire dell’alba del 18 dicembre, l’ammiraglio, fedele alla sua divozione alla Vergine, fece mettere a festa le due caravelle e salutare colla loro artiglieria quel giorno, in cui la pietà degli Spagnuoli commemora l’Annunciazione. Dopo l’ora de’ vesperi, il giovane re della contrada giunse portato in un palanchino, scortato da una guardia d’onore di dugent’uomini, e accompagnato da due gravi personaggi, forse suoi ministri, o almeno suoi consiglieri. In quella l’ammiraglio cenava nella sala del castello di poppa. Il re non volle fosse prevenuto della sua visita: egli entrò nella sala con fare amichevole, andò dritto all’ammiraglio, lo salutò cortesemente, si assise accanto a lui, e con un gesto comandò alle sue guardie di ritirarsi, ed esse obbedirono coi segni di un profondo rispetto. Egli non tenne seco che i due personaggi che si assisero a’ suoi piedi. L’ammiraglio lo fece incontanente servire, nella opinione che fosse per cenare; ma non toccò le vivande che a fior di labbra (e parve così facesse unicamente per rispondere alla cortesia dell’ammiraglio), e mandò ogni cosa alle sue genti. All’uscir della mensa e ad un suo segno, uno de’ suoi ufficiali gli recò una cintura ornata di due piastre d’oro di un delicato [p. 247 modifica]lavoro. ll giovane re l’offerse all’ammiraglio che, dopo di averla graziosamente accettata, gli fece vedere la caravella e lo condusse nella sua camera. Siccome il giovane re guardava con occhio di viva bramosia una coperta da letto, l’ammiraglio gliene fece dono, aggiungendovi un collare di bei grani d’ambra che aveva al collo, de’ calzari di color rosso e un fiaschetto d’acqua di fiori di arancio, sperando con questi presenti di conciliarsi la sua benevolenza, e di attirarlo più facilmente al cristianesimo.

L’ammiraglio gli mostrò il Crocifisso, i ritratti de’ sovrani di Spagna, e gli parlò della loro grandezza e possanza. Ma il re e i suoi consiglieri credevano che i regni di tai sovrani fossero in cielo e non in questo mondo. Quando il re discese nel canotto per tornare al palanchino, gli furono resi gli onori militari.

Partito che fu, suo fratello venne a bordo in aria bassamente ossequiosa a mendicar qualche regaluccio. Da lui seppesi che nell’idioma del paese i sovrani si chiamavano cacichi. Se l’ammiraglio non potè in quel giorno ottenere molto oro, ne udì almeno parlare largamente. Un vecchio indigeno lo intrattenne perfino di una certa «isola tutta d’oro,» e di altre, in cui questo metallo ahbondava a segno che non bisognava altra fatica che di raccoglierlo da terra: lo si fondeva, se ne facevano verghe, ecc.

L’ammiraglio non volle partire senza onorare anche su questa riva l’emblema della benedizione: fece fare una grandissima croce, e la piantò proprio in mezzo al paese per dimesticarlo anticipatamente con questo segno. Gl’indigeni vi si prestarono con gran calore: s’inginocchiarono davanti al sacro simbolo, di cui ignoravano il significato, procurando imitare i moti e le parole degli Spagnuoli durante le loro orazioni. A giudicare dell’avvenire da queste felici disposizioni, Colombo «sperava in nostro Signore che tutte quelle isole si farebbero cristiane.»

Nella notte del dimani mise alla vela per continuare a riconoscere la costa della Spagnuola.

Il dì seguente si passarono diversi capi e si visitarono luoghi eccellenti di approdo.

Il venerdì 21 dicembre, l’ammiraglio scoprì un porto di gran lunga superiore a tutti quelli che sinallora aveva visti. Ivi non [p. 248 modifica]fu necessario chiamar gl’indigeni, perocchè la fama aveva preceduto gli uomini venuti dal cielo. Alle dieci della notte un canotto pieno di curiosi impazienti si accostò alle caravelle. L’indomani una gran calca empieva la spiaggia. Uomini e donne offrivano, gli uni un po’ d’oro, gli altri un vaso di acqua fresca, o del pane d’igname, gradevole al palato: pareva non possedessero gran cosa. Uomini e donne erano ignudi, come in nascere, dice Colombo; e raccomando la maggior decenza verso que’ semplici figli della natura.

Replicati messaggi pregarono l’ammiraglio degnasse visitare una vicina popolazione prima di partire. Siccome quel villaggio era sulla sua via, l’ammiraglio vi andò. Il cacico, venuto ad incontrarlo lo aspettava, circondato da’ suoi sopra un’eminenza ove si agitava una gran moltitudine bramosa di vedere. Tutti pregavano il capo de’ viaggiatori celesti di rimanere fra loro: i messaggieri di un altro cacico vennero anch’essi a supplicarlo di non partire prima che il loro signore non lo avesse veduto. L’ammiraglio condiscese volentieri alla sua dimanda. Il cacico aveva fatto preparare gran copia di vettovaglie, e ne sopraccaricò le navi spagnuole: indi anche i suoi sudditi vollero dare provvigioni e papagalli: chiedevano ad alte grida che l’ammiraglio non se ne andasse; e vedendolo imbarcarsi non ostante le calde loro istanze, lo seguirono nei loro canotti sino alle caravelle. Colombo lì trattò con molta benevolenza, distribui loro i soliti regalucci, «nè già, come dice Las Casas, perchè lo importunassero per averne, ma perchè parve a lui ciò conveniente, e perchè li considerava già quali cristiani.»

È certo che l’annunzio di quegli stranieri maravigliosi preoccupava da lungi le popolazioni dell’isola, perocchè durante la breve assenza dell’ammiraglio, un altro cacico della parte ovest era venuto direttamente alle navi per vederlo. E il dì innanzi un cacico che stanziava a tre leghe di là era pur esso venuto a a portargli diversi pezzi d’oro.

Il sabato, 22 dicembre, il principal cacico della contrada Guacanagari, giovane e grazioso sovrano, nel suo desiderio di vedere anch’esso gli uomini venuti dal cielo, mandò uno de’ suoi ufficiali ad invitar l’ammiraglio che conducesse le navi presso [p. 249 modifica]la sua dimora, e gli offerse una cintura, dalla quale pendeva in guisa di borsa una maschera di legno leggero, ma le cui grandi orecchie, la lingua e gli occhi erano di oro. Questo indiano non comprendeva il parlare degli indiani di San Salvador, e questi non comprendevano l’idioma del messo; il che fece sì che passassero in inutili interrogazioni una parte del giorno. Bisognò che Colombo, schiarendo i loro reciproci abbagli, indovinasse nei loro segni l’oggetto di quel messaggio. La dimane era una domenica. Quantunque l’ammiraglio, come osserva Las Casas, non avesse l’abitudine di mettere alla vela in tale giorno, nondimeno vi si decise, affine di fare sventolare il segno della redenzione su quelle spiagge, nel giorno del Signore. Dopo il mezzodì più di centoventi canotti stivati di curiosi attorniavano le caravelle; e ciascuno recava il suo picciolo presente.

Mancato il vento, l’ammiraglio non potè andare al gran cacico Guacanagari, il quale mandò sulle navi alcuni ufficiali a salutarlo da parte sua. In questo mentre un cacico inferiore venne sulla nave la Santa Maria ad annunziare che in quell’isola era assai oro, che si veniva a comprarlo dai paesi vicini, che se ne avrebbe quanto se ne vorrebbe. Lieto di tale speranza l’ammiraglio ringrazio di cuore il suo Signore; e tosto, come volesse reprimere quell’allegrezza quasi mondana, fece incontanente sommissione della sua volontà a quella di Dio, e scrisse con una edificante rassegnazione sul suo giornale: «che nostro Signore, il quale tiene nelle sue mani ogni cosa, voglia assistermi e concedermi ciò che sarà più conveniente al suo servizio.»

Una irresistibile curiosità sospingeva le popolazioni lungo la spiaggia verso le caravelle. Più di mille persone erano venute in canotti, ciascuna recando il proprio dono. E per diffetto di posto nei canotti, più di cinquecento si erano avventurati a nuoto, affine di vedere anch’essi i celesti stranieri. Cinque cacichi colle loro famiglie erano accorsi. L’ammiraglio regalò tutti giudicando molto bene impiegati que’ piccoli presenti.

Le notizie dell’oro si andavano confermando. Alcuni di que’ visitatori parlavano a Colombo di miniere esistenti nell’isola. Un indigeno, che parve vivamente attirato verso di lui da spontanea affezione, indicò luoghi producenti oro; citò fra gli altri [p. 250 modifica]Cibao (l’ammiraglio credette che volesse dire Cipango), il cui cacico aveva uno stendardo di pretto oro. Questa contrada, lontana di qua, diceva egli, era posta verso l’est. Colombo presentiva che si approssimava alle miniere d’oro; e piamente assetato d’oro, generosamente affamato di ricchezze, con un accento di fervore supplicava il suo Signore di guidarlo finalmente verso quel luogo; e non poteva trattenersi dal gridare: «che nostro Signore per la sua misericordia m’aiuti a trovare quest’oro.»

Durante la notte le navi ricondussero gli ufficiali mandati all’ammiraglio dal gran cacico della contrada, il re Guacanagari. Fra via avevano scontrati moltissimi canotti di indiani avidi di contemplare gli uomini celesti. Condotti alla stanza reale, i messi erano stati ricevuti in gran pompa. ll cacico Guacanagari, che sentiva gran dispiacere di non aver veduto l’ammiraglio, gli mandò, in prevenzione della sua visita, alcuni papagalli con diversi pezzi d’oro.


§ VII.


Il lunedì, 24 dicembre, prima che aggiornasse, l’ammiraglio uscì dal porto con un buon vento di terra; governando all’est nella direzione delle indicate miniere d’oro, ma coll’intenzione di visitare, passando, Guacanagari. Siccome il vento in breve cessò, non fu corsa quel giorno gran via. La Nina rimaneva una mezza lega indietro.

Dopo le undici l’ammiraglio sentì una stanchezza grande. Per due giorni di seguito, e tutta la notte precedente, il concorso degli indigeni, i regali da fare e da ricevere, le dimande agli interpreti, le loro risposte, veri enigmi da spiegare, i messaggeri che bisognava accogliere, quelli che occorreva spedire, l’ordinamento e la conservazione delle diverse produzioni di quelle contrade ch’ei voleva portare in Ispagna, i suoi esercizi religiosi, le sue osservazioni del terreno, del clima, e le cure spinose del comando non gli avevano lasciato un solo minuto di posa. Cedendo al bisogno di riposo, un’ora prima della mezzanotte scese nella sua camera e si gettò sul letto così vestito com’era. L’ammiraglio doveva essere perfettamente tranquillo [p. 251 modifica]sullo stato della nave: il mare era placido; trovavasi in luoghi noti e investigati alcuni giorni prima; inoltre un ufficiale era di guardia.

Non pertanto, a malgrado del divieto rinnovato nel viaggio di abbandonare il timone ai novizi, anche nella bonaccia, appena l’ammiraglio fu coricato, il tenente di servizio si andò a coricare pur esso; un’ora dopo il piloto, abbandonando il timone ad uno degli ultimi, si ritrasse nel suo covo; e gli uomini di guardia si coricarono del pari per dormire. Chi aveva il timone si sentì parimenti preso dal sonno, e la Santa Maria fu insensibilmente spinta dalle correnti verso un banco di sabbia. Ad una lega discosto udivansi le onde che si spezzavano contra gli scogli, ma il sonno dell’equipaggio era così profondo, che non si risveglio altro che alla voce dell’ammiraglio. Imperocche, questi, alle prime grida del mozzo, era corso fuor della sua camera e si studiava rimediare al sinistro, prima che alcuno sospettasse che la nave era arenata. In un istante i piloti furono sul ponte insiem col padrone della nave, che in quella notte era di guardia.

L’ammiraglio comandò di gettare il canotto legato alla nave sul di dietro della Santa Maria, di pigliare un’áncora e di andarla a gettare un po’ al largo dietro la poppa. Il padrone e i suoi uomini saltarono incontanente nel canotto; ma invece di eseguire l’ordine ricevuto, si allontanarono velocemente per andarsi a porre al sicuro sulla Nina ancorata una mezza lega discosto. ll capitano della Nina non volle ricevere a bordo que’ vili disertori: perciò furono costretti di ritornare alla caravella; nondimeno la scialuppa della Nina vi giunse prima di loro. Vedendo l’ammiraglio il tradimento del suo equipaggio, e che la Santa Maria pendeva da un lato, tentò di tagliar l’albero maestro, per alleggerirla e procurare di raddrizzarla, ma non avendo braccia sufficienti dovette rinunziarvi. D’altronde la Santa Maria si era troppo ficcata nella sabbia per poternela cavar fuori a forza di braccia: fidò adunque alla Provvidenza il corpo della nave perduta, e passò sulla Nina, per trasportarvi il suo equipaggio. Colombo preparò operosamente i mezzi da salvare almeno il corredo della nave; e mandò a Guacanagari [p. 252 modifica]Diego de Arana e Pietro Guttierez, per informarlo dell’avvenutagli sciagura.

Questa notizia commosse il re sino a piangerne. Incontanente spedì molta gente per aiutare a scaricar la nave; e provvide che fossero conservati intatti gli oggetti che si ritrarrebbero dalla caravella. Di frequente mandava dicendo all’ammiraglio non si attristasse, perocchè «darebbe a lui quanto possedeva.» La gran mercè delle tante e ben dirette braccia, in poche ore fu ogni cosa messa in salvo. Guacanagari fece dare a’ suoi ospiti tre grandi case, affine di deporvi ciò che loro apparteneva: posevi a custodia guardie armate, e andò egli stesso a far eseguire i suoi ordini. Fu tale la sua vigilanza e la probita de’ suoi sudditi che nel trasporto d’ogni cosa, robe, munizioni, viveri e simili non andò perduto neppure un ago. Le simpatie degl’indigeni e la generosità del Principe addolcivano a Colombo l’amarezza di quell’infortunio: e certo, in nessuna parte di Europa avrebb’egli trovato ospitalità più tenera e più cordiale.

Sottomesso sempre alla Provvidenza, e sapendo ch’ella trae spesso il nostro vantaggio da ciò che ci parve sciagura, considerando le diverse circostanze di quel sinistro, avvenuto senza sua colpa, in tempo di bonaccia, non ostante tutti i suoi sforzi per salvar la nave, pel tradimento del padrone della caravella ch’era suo compatriota; considerando che la Santa Maria era rimasta intatta, che nulla andò perduto di quanto portava, neppure una tavola, neppure un pezzo di corda, un chiodo, un pugno di farina; considerando tutto questo, Colombo s’indusse a pensare «che Dio nostro Signore lo aveva fatto arenare affinchè si stabilisse in questo luogo.» Diffatti, poteva lasciare negli stati di un principe ospitaliero alcuni del suo equipaggio, i quali imparerebbero la lingua del popolo, insegnerebbero ad esso la religione cristiana, e raccoglierebbero l’oro durante il suo ritorno in Ispagna. Diversi marinai chiedevano di rimanere nell’isola. ll re Guacanagari era lietissimo che quegli ospiti maravigliosi si fermassero ne’ suoi stati. Siccome di quando in quando scherani antropofagi sbarcavano sulla costa, e rapivano i suoi sudditi per mangiarli, egli sperava che [p. 253 modifica]coll’aiuto di tai potenti stranieri sarebbe salvo da’ Caraibi. Per confermarlo nella sua fidanza, l’ammiraglio gli mostrò la efficacia delle armi spagnuole, la balestra, gli archi moreschi, e ciò che potevano le artiglierie; e così facendo, mentre gli provava come sarebbe terribile ai Caraibi, voleva ispirargli altresì il rispetto che comanda la forza, affinchè, occorrendo, il timore supplisse alla benevolenza. La costruzione di un picciol forte venne dunque decisa. Questa improvvisata fortezza diventava, inoltre, una prova di priorità e di possesso da parte degli Europei.

Col volgere de’ giorni le relazioni fra l’ammiraglio e Guacanagari erano diventate sempre più intime. Il principe sentiva per Colombo un’ammirazione piena di rispetto e di fiducia: la sua intelligenza stimolata da una viva curiosità, cervava di sollevarsi verso quegli ospiti misteriosi, di comprenderne la natura e di adottarne gli usi. Egli era di una gravità piena di nobiltà e cortesia. Mentre i suoi ufficiali e il suo popolo avevano una passion matta pei sonagli, che chiamavano chuq, chuq, e andavano in estasi a mirare le bagattelle di vetro che scambiavano con oro, cotone e viveri, ei preferiva guanti ad ogni altro oggetto, e in cambio di maschere e specchi chiedeva un vaso di terra col suo catino per lavarsi le mani dopo il pasto, invece di fregarle con erbe odorifere, come faceva prima di aver veduto europei. Ei possedeva l’istinto della gerarchia, della dignità e del comando. La generosità parevagli connaturale. Non fu mai che parlasse all’ammiraglio senza presentargli un qualche regalo: e dava da monarca, pel solo piacer di dare, per sua reale soddisfazione. L’etichetta della sua agreste corte offeriva i principii di un incivilimento nascente, che non mancava di eleganza e di ricercatezza nella sua semplicità.

Nondimeno l’attaccamento che Guacanagari mostrava agli Spagnuoli non vuol essere confuso coll’ammirazion generale per la superiorità degli uomini divini: ciò che l’attraeva era particolarmente la persona di Colombo. I selvaggi, del paro che i fanciulli, giudicano per istinto delle cose che non possono spiegare, le persone e i sentimenti: essi non s’ingannano su quelli che amano. Il leale e semplice sovrano di quel paese [p. 254 modifica]si sentiva attirato verso la grandezza di Colombo: una simpatia profonda l’attaccava all’uomo divino: aveva pianto per lui, per lui solo: ed ogni condiscendenza in favore degli stranieri si riferiva al loro capo.

Uno dei tratti caratteristici del genio di Colombo e della sua missione provvidenziale fu, sicuramente, la sua improvvisa attitudine alle scienze ed alle funzioni ch’erano a lui più stranie; stupenda improvvisazione di specialità, colla quale pote adempiere perfettamente ogni cosa utile agl’interessi fidatigli. ll naufragio della sua caravella lo rendette ingegnere militare: disegnò il piano di un piccolo forte o castello quadrato con bastione agli angoli, e ne diresse i lavori.

L’operosità degli Spagnoli, aiutati dai sudditi di Guacanagari, fece prodigi. Erano passati appena dieci giorni dopo il naufragio della Santa Maria, che già il picciol forte si elevava dal suolo, costrutto di terra, sostenuto da pezzi insiem commessi colle gran tavole del legname della nave naufragata. Stava praticata sotterra una vasta cantina che doveva racchiudere le munizioni da bocca e da guerra, e le mercanzie destinate agli scambi.

Per conservare e difendere questo picciol forte, sul quale sventolava il vessillo di Castiglia, Colombo scelse nell’equipaggio dalla Santa Maria gli uomini che parevano più fidati e meglio intenzionati: aggiunse loro il bacelliere Bernardino Iapia maestro Giovanni, «il gentil chirurgo,» il fonditore di metalli e gioielliere di Siviglia, Castillo, il primo mastro armaiuolo, un costruttore di navi, un maestro di intonaco, un fabbricatore di botti, un sartore; e li pose sotto il comando di Diego di Arana, al quale conferi tutti i poteri ch’egli stesso aveva ricevuti dai Monarchi: diegli per luogotenente Pietro Guttierez, ufficiale della casa reale, e in caso di suo impedimento, Rodrigo di Escovedo, nipote di un religioso riputatissimo in Ispagna, Rodrigo Perez. Questo nucleo di colonia noverava in tutto quarantadue uomini.

Stabilità così l’autorità, Colombo munì questo antiguardo dell’antico Mondo di tutto ciò che si trovava nella Santa Maria; lasciò gli strumenti e utensili d’ogni genere, biscotto per un anno, vino, molte armi, artiglierie, la scialuppa della nave [p. 255 modifica]naufragata, e una certa quantità di grani da seminare: gli fidò tutte le mercanzie colle quali dovevano procurarsi oro per via di scambi; indi raccomando in particolare i tre ufficiali al re Guacanagari.

Colombo lasciava gli Spagnuoli su quella nuova terra nella condizion migliore che potevano bramare, provveduti in copia di ogni cosa necessaria alla vita, alla sicurezza ed alla difesa, e circondati da amici sotto la protezione di un generoso monarca. Prima di lasciarli, fece ad essi il più commovente discorso che padre facesse mai ai suoi figli. Diede loro consigli ammirabili di preveggenza e penetrazione. Ricordò loro lo scopo glorioso della scoperta, la propagazion della fede; li pregò di studiare la lingua degli Indiani, e di attirarli al cristianesimo coi loro esempi ed il loro insegnamento. In nome dei Monarchi comandò l’obbedienza passiva verso gli ufficiali da lui investiti de’ suoi propri poteri. L’ammiraglio raccomandò loro di avere i maggiori risguardi pel sovrano della contrada, di evitare ogni controversia col suo popolo, di rispettare rigorosamente le donne, di non separarsi mai, di non uscir mai soli, e di dormir sempre nella cittadella; sopratutto di non escire dallo stato ospitaliero del re che gli aveva accolti.

Commove leggere tal sua eloquente esortazione, improntata di una solennità quasi testamentaria, quale ce l’hanno trasmessa gl’istoriografi di Spagna Herrera e Battista Munoz: a ricordare i fatti avvenuti poco dopo, meravigliamo delle previsioni di Colombo, e vi riconosciamo una superiorità di sollecitudine e di penetrazione dell’eventualità, che oltrepassa la misura della prudenza umana.

Il 2 gennaio, l’ammiraglio diede il suo ultimo addio al re Guacanagari. Lo regalò di un’altra camicia; pose al suo collo un monile di pietre d’Africa, sulle sue spalle un mantello scarlatto, a’ suoi piedi calzari rossi, al suo dito un anello d’argento che il re preferiva all’oro, e lo abbracciò con una bontà cristianamente paterna, mentre il sincero Cacico, che già l’amava teneramente, non potendo contenere la sua tristezza, la esprimeva piangendo.

Il venerdì, 4 gennaio, al levar del sole, la Nina, rimorchiata [p. 256 modifica]dalla sua scialuppa, uscì dal passo e governo all’est nella direzione di un’alta montagna che l’ammiraglio denominò Monte Cristo. Colombo osservava da idrografo, da naturalista, da poeta; e la sua ammirazione inesauribile per quella natura così armoniosa nella sua esuberanza si manifestò anche nel suo giornale. Due giorni dopo, l’ammiraglio pose alla vela continuando in tutta la sua estensione, verso l’est, il giro di quella costa, di cui tracciava il disegno: si manteneva sempre al largo, a motivo degli scogli: d’altronde, non avanzava gran fatto per diffetto di buon vento. Nel dopo pranzo, il marinaio di vedetta scoprì una vela; era la Pinta che un forte vento d’est spingeva verso l’ammiraglio.

Invano Martin Alonzo Pinzon sperava che l’Oceano coprirebbe, nella propria immensità, la sua diserzione; la Provvidenza lo riconduceva a traverso lo spazio sotto gli occhi del suo capo, in vista della piccola Nina, punto impercettibile nella incommensurabile estensione. Costretto dal vento a raggiungere l’ammiraglio, il capitano della Pinta lo seguì al porto di Monte Cristo, e salì a bordo cercando di scusarsi. Le ragioni che diede della sua separazione erano tutte menzognere, e alcune altresì in manifesta contraddizione. Nondimeno Colombo finse di ammetterle, per tema di aggravare il male; perocchè le due navi erano comandate dai Pinzon, e la maggior parte degli equipaggi si componeva di lor parenti o concittadini. In ogni occasione, sopratutto dopo la scoperta, il primogenito dei tre fratelli gli aveva fatto sentir duramente il suo isolamento e la sua qualità di straniero: sapeva a quali eccessi erano capaci di prorompere l’orgoglio e la rozzezza, irritati dall’invidia. Colombo si contenne, non volendo, dice Las Casas a dar luogo ai tentativi di Satana, il quale cercava d’impedire questo viaggio, come aveva fatto sul principio:» si rassegnò e sacrificò il suo amor proprio, il suo istinto della giustizia, la sua dignità personale, all’adempimento di un dovere più grande de’ suoi diritti.

Associando al suo delitto il proprio equipaggio, Martin Alonzo Pinzon aveva passato sedici giorni all’imboccatura del fiume «di Grazia,» trafficando oro, contra il divieto dell’ammiraglio, e mentr’era sul partire, accoppiando la violenza alla [p. 257 modifica]rapina, aveva rubato quattro uomini e due giovanette: l’ammiraglio lo costrinse a rilasciare la iniqua preda; assicurò gl’Indiani, fece loro dei doni affine di cancellar la memoria di quell’ingiuria, e li rimise a terra, perche tornassero alle loro famiglie. Sordidamente occupato di accapparar oro, Martin Alonzo Pinzon, dimenticando le cure che ogni capitano di nave deve avere pel suo naviglio, non aveva veduto, che, favoreggiato dall’immobilità, durante la sua fermata di sedici giorni sul fiume di Grazia, il tarlo si era moltiplicato in diverse parti della Pinta, e le aveva forate come alveole di alveare: non aveva neppure pensato a provvedersi di un albero da surrogare il suo, fuor di stato di tener fermo, il che lo impediva di spiegare tutta la sua vela al vento favorevole.

Non ostante il suo desiderio di costeggiare la Spagnuola, la condotta dei Pinzon mostrava all’ammiraglio il bisogno di tornare il più presto possibile in Castiglia. D’altronde, il cattivo stato delle caravelle esigeva imperiosamente il ritorno. ll 7 gennaio si era dovuto turare una via d’acqua nella cala della Nina.

La dimane, presso al Rio d’Oro, o Fiume dell’oro, così nominato perchè le sue acque ne menavano alcune particelle, egli vide ad una certa distanza tre delfini, che si mostrarono molto al di sopra della superficie delle onde e gli ricordarono quelli che aveva altre volte veduto sulla costa di Guinea, e da lungi avevano qualche apparenza d’uomo: erano le sirene degli antichi: perciò ei le chiamava con questo nome, aggiungendo che andavano discoste dalla bellezza loro attribuita.

Il 9, l’ammiraglio navigò verso l’est-nord-est, e riconobbe il capo Roia. L’aspetto della costa innamorava: enormi tartarughe posavano sulla riva: ma egli non poteva abbandonarsi al suo desiderio di osservare: desiderava di essere già in Castiglia per non aver più alcuna relazione con Martin Alonzo, e’ per informare la Regina di tutti particolari della scoperta. Adempiuta tal sua missione, era deciso, scriveva, «di non soffrire i misfatti d’uomini senza delicatezza e senza virtù, i quali pretendavano insolentemente di far prevalere le loro volontà contro colui che fece loro sì grande onore