Vita di Esopo Frigio/Capitolo LXIX

Capitolo LXIX

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Anonimo - Vita di Esopo Frigio (Antichità)
Traduzione dal greco di Giulio Landi (1545)
Capitolo LXIX
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C A P I T O L O   LXIX.

ATtendete di grazia, o Delfici, ciò che ora vi voglio dire: Cacciando un giorno l’Aquila un Lepre, ed egli quanto più poteva fuggendosi, venne ad una fangosa buca di un Scarafaggio, e quivi il Lepre non potendo più oltre fuggire, supplicava lo Scarafaggio, che del rapace artiglio del uccello salvarlo gli piacesse. Egli veduta la grave, e pericolosa persecuzione dell’Aquila affettuosamente pregolla, per la vita, e deità di Giove suo Padrone, che volesse aver rispetto a lui nè avanti la porta dell’abitazion sua volesse offendere il timoroso Lepre, la cui offesa sarebbe comune. Nè perchè egli fosse picciolo sprezzasse, e poco di lui conto tenesse, perciocchè quale egli si fosse potrebbegli piacere, ed anco dispiacere arrecare. L’Aquila superba, sentendo l’altiero pregare dello Scarafaggio, accesa da orgogliosa ira, prese il Lepre con le uncinate unghie; e poscia con l’ala volle quell’animaletto percuotere; Egli fra le penne dall’ala nascondendosi, portata fu dall’Aquila volante nel nido, dove ella l’ova aveva, ed ivi mentre che l’Aquila della preda saziava la ingorda fame, s’ascose lo Scarafaggio il quale poscia l’Aquila partita, entrò nel nido; e tanto rotolò le ova, che le fece cadere, e rompere. Ritornando l’Aquila, e trovate l’ova sue cadute; e rotte, pensò di mutar stanza; ed in luogo più alto, e più aspro nidificare, nel qual luogo non furono anco le altre ova sicure, perchè [p. 95 modifica]parimente lo Scarafaggio, avendo ogni cosa osservato, li fece rotolando rompere, e spezzare; Disperata l’Aquila, non sapendo chi così attualmente la ingiuriasse. Onde povera di consiglio, non sapendo, che si fare, deliberò andarsene al suo tutore, cioè Giove, e con esso lui di tanta ingiuria querelarsi, nel cui grembo lasciò il terzo suo parto delle ova, le quale a lui molto affettuosamente raccomandò. Lo Scarafaggio, che il progresso dell’Aquila ispirato aveva, alzatosi a volo in alto con una pallotta di sterco, quella nel grembo di Giove lasciò cadere: di che la divinità sua stomacatosi subitamente la bruttezza da se scuotendo, l’ova ancora insieme, le quali allora dalla memoria gli erano uscite scuote fuori del grembo, in cotal modo, che tutte si fracassarono. Giove poscia ricercando donde tal cosa non benevolente venuta fosse, lo Scarafaggio con facete maniere confessò esser lui stato quello, che ciò fatto aveva, non per dispreggio della sua deità, la quale egli adorava; ma solo per vendetta dell’ingiuria dall’Aquila ricevuta, e fece l’offesa alla sua gran maestà aperta, e manifesta. Giove ammiratosi del grand’ardire di quell’animaletto, e considerando l’arrogante presunzione dell’Aquila in aver voluto nel grembo suo far nido, la riprese dell’altiero orgoglio suo, e dissele, che lo Scarafaggio era quegli, che i parti suoi guastava, ed annichilava, il che ragionevolmente faceva per il poco rispetto, che ella ebbe a lui, e per il dispreggio della sua ragionevole richiesta, e l’ammonì, che per l’innanzi da cotanta sua ambiziosa alterezza, sì discostasse. Onde non volendo, che la specie dell’Aquila avesse fine, ed a nulla si riducesse, consigliò lo Scarafaggio a volersi con l’Aquila riconciliare.