Tre libri dell'educatione christiana dei figliuoli/Libro II/Capitolo 105

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DELLA FRUGALITÀ OVVERO PARSIMONIA.

Non si medica perfettamente una infirmità, se non quando si leva la cagion principale, et si estirpa la radice del male. Hor non ha dubbio, che se gli huomini volessero fare quello che l’Apostolo dice di se medesimo a i Philippensi, Ego didici in quibus sum sufficies esse, volendo dire ch’egli sapeva contentarsi de lo stato suo presente, et di quel poco che haveva, non ha dubbio dico, che se gli huomini facessero il simigliante, che l’avaritia, et cupidità, radice di tutti i mali, non gli indurria non solo a gli occulti latrocinii, et sottili inventioni di guadagnare illecitamente, ma molto meno gli condurria, come spesso avviene, alle violenti, et manifeste rapine. Il disordine adunque è che gli huomini non vogliono esser contenti non dirò della povertà, ma ne anco della mediocrità, et sufficienza, anzi tutti vogliono trapassare lo stato, et condition loro, nelle pompe, nelle delitie, et in ogni maniera di disordinate spese, onde si genera gran confusione nella republica, et ne segue, che non bastando le facultà proprie a supplire a gli immoderati appetiti, si deliberano à voler per qualunque via delle altrui. Si trovano anchora de i ricchi, i quali per la insatiabile avaritia, non pongono fine, ne termine alcuno all’acquisto delle ricchezze, altri vogliono starsi in otio, et con esser poveri, vogliono nondimeno viver agiatamente, et come essi, quasi escusandosi dicono mantener il grado, hor questi, et altri simili tendono per varie cagioni ad uno istesso effetto, cioè à voler di quel d’altri, ò sia per diritta, ò per torta via, peste veramente et ruina delle Città, et seminario d’infiniti mali. Adunque il nostro buon padre che si affatica per dar alla patria un buon cittadino, et non un figliuolo d’iniquità, cercarà con l’esempio et con la dottrina di persuadere al figliuolo et di imprimergli vivamente nel cuore che la maggior, la più sicura, et più stabile ricchezza, è il timor santo di Dio, et l’osservanza de i suoi divini precetti, et la gratia, et protettion sua, sotto l’ombra della quale viveremo sempre sicuri, et non ci mancarà giamai cosa alcuna necessaria, si come David diceva, Io fui giovane, et sono invecchiato, et non ho veduto huomo giusto abandonato, ne che al seme suo mancasse del pane. Ma per contrario senza la divina gratia non solo le grandissime ricchezze vengono in niente, ma gli istessi regni, et stati si perdono, et vanno in ruina. Cerchi di persuadere il figliuolo a non esser tanto ammiratore delle ricchezze, quanto è il cieco, et stolto mondo, che non par che conosca, ne stimi, nè aspetti altri beni, che quelli che vede et tocca, et gusta con quelli sensi, communi alle bestie; parimente gli insegni a non havere in tanto horrore la povertà santa, et diletta a Dio, quasi ella sia il sommo de mali di questa vita, ma solo ad haver in horrore il vitio, et il peccato, che ci priva de i veri, et eterni beni, la dove la povertà non solo non ci impedisce, ma ci aiuta ad andare più espeditamente al Cielo, et non solo la dottrina altissima di Christo ci insegna a stimar queste cose temporali, et transitorie per terra, et fango vile, come veramente sono, ma sino a i Filosofi gentili le hanno disprezzate, et nelle antiche historie Romane, et Greche si legge di valorosi capitani che furono tanto poveri che con le proprie mani aravano i piccoli campi loro, et tal’hora alla morte non si trovavano danari, che bastassero per sepelire alcuno di loro, ma erano sepeliti a spese publiche, et nondimeno ripudiavano generosamente i tesori, offerti loro da nimici vinti, et maneggiavano le publiche entrate con le mani nette, et riportavano le grandi prede delle vittorie acquistate senza appropriare a se medesimi cosa alcuna, dilettandosi della ricchezza, et magnificenza publica, et della povertà, et frugalità privata. Et nondimeno la povertà non li impedì, che non operassero cose grandi, et honorate, lequali dopo tanti secoli, vivono anchora nella memoria de gli huomini con chiara lode.