Tre libri dell'educatione christiana dei figliuoli/Libro I/Capitolo 24

Libro I - Capitolo 24

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CHE I MATRIMONII FATTI SOLO PER FINI TERRENI ET CARNALI RIESCONO MOLTE VOLTE POCO FELICI.

Ma ritornando al proposito nostro dico, che se bene non si condanna, come è già detto, l’haver riguardo nel contrarre i matrimonii alla nobiltà, alle facultà, et alla bellezza, nondimeno è molto da contenere con il freno della ragione il precipitoso corso del nostro appetito in queste cose, si che non vadano innanzi à gl’altri rispetti più principali, et degni di huomo christiano, ma seguano da poi nel luogo loro, con moderatione et con misura, altrimenti et la ragione et la esperienza ci insegna, che tali matrimonii conciliati solo da carne, et sangue, hanno spesse volte poco felici successi; percioche come è l’ordinario delle cose humane, che mentre non si hanno si desiderano ardentemente, et dipoi che sono in potestà nostra perdono grandemente di estimatione, et poco ce ne curiamo; cosi acceda bene spesso, che il giovane sposo, sfogata la male accesa fiamma di concupiscenza onde ardeva, si volge a novi amori, et come inebriato da più potente vino, non solo si intepidisce, ma si raffredda in lui affatto l’amore della novella sposa, et tal’hora si converte nel suo contrario et diventa odio, et disprezzo, et come animale indomito, che si veda ligato, freme, et si dibatte sotto l’ giogo matrimoniale, onde ne segue una misera et infelice vita tra i due consorti con grandissima perturbatione d’ogni cosa.

Hor quelli anchora, che per accrescere di conditione, et ricoprire la bassezza loro sotto la grandezza altrui, vanno dietro la nobiltà, non s’accorgono che in luogo di porsi à sedere à lato un’amico, et un compagno fidele spesse volte si pongono sopra ’l capo un duro signore, conciosia che per ordinario, secondo i nostri corrotti costumi, la nobiltà del sangue, produce fra le altre cattive figliuole, l’altezza et il disprezzo de gli inferiori, di maniera che se la moglie è sproportionatamente superiore al marito di nobiltà, vuol esser donna et signora, et non esser retta, ma reggere il marito, et tener l’offitio del capo, et farsi lecito ciò che gli piace, onde il buon ordine grandemente se ne confonde. Et se per contrario la nobiltà del marito è tale, si scorda che la moglie gli è data non per schiava, ma per compagna, col quale nome Adamo parlando con Dio nominò Eva, dicendo la donna che tu mi hai dato per compagna; di maniera che soventemente il marito abusando l’autorità legitima, che ha sopra la moglie, et transmutandola per il caldo della nobiltà in tirannia, reca imperiosamente à se solo ogni potestà, con grave pregiuditio del governo domestico, et di quello amore che si richiede tra persone tanto strettamente congiunte, che si come altrove s’è detto, già non son due, ma una carne.

Ma che diremo di quelli, che adescati dall’oro, non pensando ad altra cosa, et vendono, per dir cosi, à prezzo d’una grossa dote, la perpetua pace, et quiete della vita loro? conciosia che, secondo un’antico proverbio, quanto è grande il mare, tanto è grande la tempesta; voglio dire, che la ricca moglie, con la gran dote, conduce anchora le grandi spese, et le soverchie pompe, alle quali non si potendo poi supplire, ò si fanno con ruina delle case, ò se pur si vogliono moderare alquanto, danno materia di continue querele, mercè della mal desiderata dote, la quale fomenta l’altrui vanità, et si oppone per scudo di tutti i disordinati appetiti.