Traduzioni e riduzioni/Dal latino di Leone XIII

Poesia popolare eroica civile Dal Catullocalvos di Giovanni Pascoli
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DAL LATINO DI LEONE XIII


opello


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Cosa primissima, la pulizia! senza sfoggi apparecchia;
netti, che lustrino, i piatti, su bianca tovaglia, di neve.
Fatti servire de’ vini, nè poco intrugliati, nè punto;
e distraendoti al fine, carezza il tuo cuore col dolce
bere e ricrea, desinando con lieta corona d’amici;
ma da l’ebbrezza ti guarda, non troppo ti fida del vino,
nè ti rincresca sovente ne’ calici mescere l’acqua:
— l’acqua! non ebbero gli uomini un dono maggiore di questo,
nulla che sia per più cose diverse più utile in uno; —
scegliti i pani di fior di farina, non morti nel forno:
prenditi i cibi che dà la gallina, l’agnello ed il bove,
senza timore: le forze ti assodano questi nel corpo:
ma che sien frolle le carni, ma che le vivande non guasti
la pastinaca e la salsa di feccia di vino, e di pesci!
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Poi, prediligi le uova del giorno, o ti piaccia a leggiero
fuoco scaldarle, o mangiarle assodate ne’ brevi tegami,
o più gradito ti sia in un sorso succhiartele crude:
come che tu le mangi, son l’uova vivanda salubre.
Poi, qualche erbaggio e legumi novelli, sfioriti d’allora.
Poi, de la fertile vigna le dolci primizie, le dolci
pigne spiccate a la vite, di mezzo alle pampane; prugne,
pere, ma prima di tutte le mele mature, che bellamente
allogate in canestri coronino rosse la mensa.
Ultima venga la bruna bevanda di bacche tostate,
quella che Moka ti manda ferace da l’Arabo lido:

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tu centellina pian piano ed a fiore di labbro la nera
bibita: il tiepido sorso allo stomaco è molle carezza.
Questo pel vivere parco: tu questi consigli senz’altro
segui se giungere vuoi sino a tarda vecchiezza robusto.

la santa famiglia

Già la chiesa raggia di lampadari
molti, l’ara già di ghirlande è cinta,
e d’incenso pio fumigando odora
                              l’incensïere.
Forse che vogl’io celebrar con l’inno
gli avi re del figlio del sommo Dio?
di David la casa e di quell’antica
                              gente la gloria?
No: più dolce m’è ricordar la casa
piccolina di Nazaret, e quella
povertà del bimbo Gesù, e quella
                              tacita vita.
Da l’estreme piagge del Nilo, come
li conduce un angelo, il Dio fanciullo,
dopo molti affanni, ritorna in casa,
                              salvo, del padre.
Imparando l’arte del padre gli anni
prende e passa di giovinezza, occulto;
e da sè compagno si presta a l’umile
                              opra di fabbro.
— Il sudor m’irrighi le membra — disse,
— pria che il sangue che verserò, le bagni;
anche questa pena, a salvar l’umano
                              genere, voglio! —

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Sta seduta presso il figliuol la madre
pia, la sposa pia presso l’uomo, lieta
se con dono amico ella può gli stanchi
                              rifocillare.

Aiutate, voi che il sudor provaste,
che il dolor sapeste, i meschini al mondo,
cui la povertà tra le spine, rilut-
                              tanti, sospinge!

A cui splende felicità, togliete
voi superbia: cuore voi date pari
alla sorte: a chi vi domanda aiuto
                              voi sorridete!


estremi voti di leone

Splende per l’ultima volta... ravvolgesi il sole ne l’ombra
     pallida, e muore... già è nera la notte su te,
nera, o Leone... le vene sono arse, nè il sangue vi scorre
     più... già nel corpo esaurito ecco la vita finì:
Morte saetta lo strale; e velato di funebre panno
     sotto la gelida sua pietra uno scheletro sta.
Ma da’ suoi vincoli alfine fuggendosi libera via
     l’anima, subito anela, arde di andare lassù:
corre, s’accelera: è quella la meta del lungo cammino:
     ne la clemenza sua Dio cómpiami i voti che fo.
Giungere io possa nel cielo, godere de l’ultimo dono:
     la visione di Dio splenda in eterno per me!
E mi riceva nel cielo, regina del mondo, Maria,
     che tra i nemici la via, guida sicura, m’aprì
(come io temeva!) a la patria. Lassù cittadino del cielo
     già Perchè tu mi guidasti, ho tanto premio, dirò.