Sull'Atlante/19. L'attacco dei beduini

19. L'attacco dei beduini

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19.

L'ATTACCO DEI BEDUINI


Purtroppo quell'ultima notte che i fuggiaschi, dopo tante peripezie, dovevano passare nell'interminabile pianura del gran suolo algerino non prometteva di essere troppo buona.

La gigantesca catena che si erge fra l'Algeria ed il Marocco dividendoli e difendendoli anche dai terribili calori del vicino Sahara, per lo squilibrio frequente di temperatura si copre spesso di enormi masse di vapori, e scatena uragani, sovente formidabili, ai quali però deve la conservazione delle sue meravigliose foreste.

Le regioni dell'Africa settentrionale verso ponente, tutto devono a quella catena provvidenziale che arresta colla sua mole il simun, quel vento ardente che domina nel deserto, e che dissecca in poche ore le piante più prosperose ed arresta anche i nembi di sabbia.

Se l'Algeria oggidì è diventata prospera lo deve all'Atlante. Senza quelle montagne sarebbe probabilmente un paese quasi inabitabile, dove non spunterebbe un cavolo, né crescerebbe una vite.

Enrico ed Ani avevano appena compiuto qualche giro intorno al minuscolo accampamento per assicurarsi che nessun beduino avesse lasciato il letto dell'antico fiume, quando cominciarono a cadere i primi goccioloni e a soffiare le prime raffiche.

Sull'Atlante ormai tuonava e balenava, e quei rombi si propagavano con una strana intensità sotto le boscaglie che il vento doveva sferzare violentemente in tutti i sensi.

— Ecco una magnifica notte per un colpo di mano, chi volesse tentarlo — disse Enrico ad Ani. — Credi tu che i beduini siano ben tappati sotto le loro tende?

— I fuochi brillano sempre nel letto del fiume — rispose il vecchio negro.

— I fuochi possono bruciare da loro quando sono stati prima alimentati — disse Enrico. — Non so se sia l'elettricità che le nubi sprigionano od altro, il fatto sta che questa sera nemmen io sono tranquillo. Se non avessimo troppo bisogno di polvere, farei scoppiare qualche altra bomba per mettere un po' di tremarella nel corpo di quei furfanti. Sai che cosa dobbiamo fare, Ani?

— Dite, signore.

— Recarci a spiare l'accampamento dei beduini. Desidero di accertarmi se dormono per davvero.

— Sono pronto a seguirti, signore — rispose Ani.

— Facciamo un altro giro intorno al campo, prima di allontanarci.

— Non ve n'è bisogno, signore; se qualcuno si fosse avvicinato, i cavalli non avrebbero mancato di nitrire, mentre si mantengono tranquillissimi.

— Mi fido di te: copri bene la batteria del tuo fucile e le pistole, e andiamo un po' a vedere che cosa fanno quei galantuomini del deserto.

Dato intorno un rapido sguardo si accostarono alla ripa del fiume la quale cadeva quasi a piombo in quel luogo, e si misero a seguirla nel più profondo silenzio.

Continuavano i goccioloni, e l'Atlante rumoreggiava sinistramente sotto gli incessanti scoppi delle folgori. Sotto le sue gigantesche foreste il vento ululava così forte, da giungere distintamente agli orecchi di Enrico.

Tutt'intorno al piccolo campo regnava una oscurità profonda. Solamente nel letto del fiume brillavano ancora i fuochi accesi dai beduini, quantunque fosse già ormai molto tardi.

Avanzando cautamente, con frequenti fermate per ascoltare, i due uomini giunsero ben presto di fronte all'accampamento formato da una mezza dozzina di ampie tende.

— Sembra proprio che dormano — mormorò Enrico, che si era sdraiato al suolo, spingendosi fino all'orlo della ripa. — Che cosa ne dici tu, Ani?

— I cammelli sono al loro posto — rispose il negro.

— Vorrei però sapere se gli uomini si trovano sotto le tende.

— Non ti consiglio di scendere nel letto del fiume. Anche i beduini avranno collocate delle sentinelle, ed un colpo di fucile è presto sparato.

— Ritorniamo — disse Enrico.

Stava per alzarsi, quando udì sotto di sé staccarsi alcuni sassi e rotolare giù per la ripa.

— Hai udito? — chiese ad Ani.

— Sì, signore.

— Pare che qualcuno cerchi di salire fino a noi. Non ti muovere, ed arma il tuo fucile senza far rumore.

Si era di nuovo coricato ed aveva sporto il capo guardando attentamente entro il fiume.

Quantunque l'oscurità fosse profonda, non potendo giungere fino a quel luogo i riflessi dei fuochi accesi intorno alle tende, gli parve di scorgere due ombre umane occupate in una misteriosa faccenda.

Attese qualche minuto, poi udì una voce che diceva:

— È abbastanza lunga?

— Sì, arriva benissimo fino al fondo.

— L'hai assicurata bene?

— Alla punta d'una roccia dura quanto il ferro.

— Allora la salita è assicurata.

— Almeno lo spero.

— El-Madar ha già atteso troppo.

— Sai però che egli sa sempre giungere a tempo.

— Andiamo a dare la sveglia.

Enrico ed Ani udirono rotolare ancora dei sassi, poi più nulla.

— Hai capito qualche cosa tu? — chiese il primo al negro.

— No affatto, signore.

— Erano certamente due beduini.

— Oh, sì! Hanno un accento gutturale diverso da quello dei mori.

— Che cosa ha voluto dire, quell'uomo, quando ha chiesto se era abbastanza lunga?

— Non te lo saprei dire, però io ho capito un'altra cosa.

— Quale?

— Che i beduini tentino questa notte qualche colpo di mano contro di noi.

— Allora non ci rimane che di levare il campo e fuggire a rotta di collo. Credi tu che i mahari potranno resistere?

— Per un paio d'ore non cederanno, spero.

— Vieni, Ani.

Si curvò un'ultima volta sul fiume; poi, non avendo scorto più nessun'altra ombra, né avendo udito alcun rumore sospetto, il legionario si affrettò a tornare verso il campo.

L'uragano rumoreggiava incessantemente sull'Atlante ed enormi masse di vapori discendevano sulla pianura aumentando l'oscurità.

Solo a lunghi intervalli qualche lampo lontano rompeva la buia notte, dileguandosi subito.

— Prepara i mahari ed i cavalli — disse Enrico con voce alquanto alterata, al vecchio negro. — Non perdere un minuto.

Poi scivolò sotto la tenda e svegliò tutti dicendo:

— Presto, in piedi! I beduini si preparano ad attaccarci.

In un lampo il conte, Afza, Hassi ed il marabuto lasciarono i loro tappeti, precipitandosi sulle armi da fuoco.

— Sono vicini? — chiese il conte.

— Forse avremo il tempo di sfuggire al loro attacco — rispose Enrico.

— E come sai tu che si preparano a darci addosso?

— Ho sorpreso dei discorsi compromettenti poco fa, sull'orlo della ripa. Ti dico che quelle canaglie si sono decisi a farci la pelle o a derubarci.

— Sarà più probabile che si limitino a riprendersi le bestie che ci hanno venduto per farcele pagare un'altra volta — disse Hassi-el-Biac.

— Non perdiamo troppo tempo — disse il conte. — Se troveremo quelle canaglie sul nostro cammino le caricheremo a fondo. Lasciate i cavalli a me e ad Enrico, essendo per noi più maneggevoli in un attacco.

Ripiegarono in fretta la tenda, potendo più tardi averne estremo bisogno fra le selve dell'Atlante, poi Hassi salì sul mahari che portava i due cofani con entro tutte le sue ricchezze e che non voleva a nessun costo perdere, perché contenevano la dote di sua figlia; Afza salì sul secondo; il marabuto e Ani sul terzo.

— Siete pronti? — chiese il moro.

— Sì — risposero il conte ed Enrico, che erano già a cavallo.

— Via!

La piccola carovana si mise in moto abbastanza velocemente, mentre l'uragano che doveva aver devastato le foreste della grande catena calava sulla sconfinata pianura con un tuonare furioso che assordava.

L'oscurità era sempre profondissima poiché non lampeggiava che sulle più alte cime dell'Atlante, dove la tempesta rumoreggiava ancora, e forse con estrema violenza.

Erano però così lontani, che la loro luce livida non poteva propagarsi fino sulla pianura.

Hassi guidava la corsa eccitando a poco a poco il suo mahari ad accelerare con delle grida aspirate. Aveva impugnato il suo lungo fucile, e si studiava di vedere ciò che nascondevano quelle fitte tenebre.

Aveva già percorsi cinquecento passi, seguendo sempre la riva del fiume, che si manteneva profondamente incassata fra altissime rocce, quando arrestò a un tratto il suo mahari.

Il conte ed Enrico, che galoppavano ai fianchi di quello di Afza, lo avevano subito imitato.

— Che cosa c'è, babbo moro? — chiese il toscano armando precipitosamente il suo fucile.

— Vedo delle ombre muoversi dinanzi a noi — rispose Hassi-el-Biac con voce alterata.

— Che siano degli animali? — domandò il conte.

— Sono uomini, ne sono sicuro.

— Che i beduini ci abbiano già circondati?

— Era quello che mi domandavo in questo momento.

— Vuoi spingere la carica addosso a loro? Noi tenteremo di sfondare la linea.

— Armate i fucili.

— Sono tutti pronti — risposero ad una voce Afza, il conte e gli altri.

Hassi attese un istante, poi lanciò un grido stridente.

I tre bravi mahari, quantunque dovessero essere ancora stanchi per la lunga marcia compiuta durante il giorno, si precipitarono subito innanzi, fiancheggiati dai due cavalieri.

Ad un tratto alcuni colpi di fuoco lampeggiarono: alcuni a fior di terra ed altri in alto, mentre si alzavano delle grida selvagge.

— Addosso, Hassi! — urlò il conte sparando il primo colpo all'altezza d'un uomo, ben deciso a uccidere.

Delle ombre umane correvano per la pianura, tentando di raggrupparsi sulla linea tenuta dai fuggiaschi.

Hassi, accortosene a tempo, deviò bruscamente verso il fiume e quella fu certo, in quel momento, una cattiva tattica, poiché esponeva in tal modo tutto il fianco destro della carovana.

Ed infatti, una seconda scarica partì da parte dei beduini ed i due cavalli ed il mahari montato da Afza, colpiti a morte da una quantità di palle, stramazzarono al suolo trascinando seco le persone che portavano.

Gli altri due, invece, spaventati da quei colpi di fuoco e dalle vociferazioni selvagge degli assalitori, avevano continuata la loro rapidissima corsa, superando felicemente la linea degli assalitori.

Né Hassi né il marabuto, occupati a guidarli ed a sparare colpi di pistola a destra ed a sinistra, non si erano nemmeno accorti della gravissima disgrazia toccata ai loro compagni. Solo Ani, che stava dietro al santone, aveva udito il grido d'aiuto mandato dalla giovane donna, e senz'altro era balzato a terra a rischio di fracassarsi il cranio o di sfracellarsi le gambe.

I beduini non si erano occupati di dare la caccia ai due mahari, essendosi forse accorti che uno di essi portava le casse contenenti quelle terribili bombe colle quali non desideravano davvero di aver a che fare, per non saltare tutti in aria.

Lieti di aver potuto atterrare vivi i due frangi e la giovane donna che per loro rappresentavano una bella somma, che il comandante del bled non avrebbe mancato presto o tardi di pagare, si erano scagliati sui caduti come una torma di lupi affamati e li avevano subito ridotti all'impotenza.

Ani che aveva tentato di proteggere disperatamente la sua padrona rimasta a terra, intontita da quel brusco capitombolo, aveva invece ricevuto da parte di El-Madar due poderosi calci accompagnati dalla minaccia di farlo fucilare all'istante se non lasciava i dintorni del campo.

Mentre ciò accadeva, come abbiamo detto, i due mahari sfuggiti miracolosamente al fuoco basso dei beduini i quali avevano sparato quasi a fior di terra per non ammazzare le persone che desideravano prendere vive, precipitavano la corsa galoppando sfrenatamente fra le tenebre.

Hassi-el-Biac ed il marabuto convinti di essere seguiti non avevano cercato di rallentarlo, anzi!

In quel momento l'uragano scoppiava violentissimo sulla pianura.

Raffiche impetuosissime, di vento caldissimo, che dovevano aver superato anche le alte cime dell'Atlante, spazzavano il suolo torcendo gli arbusti e schiantando perfino i palmizi, mentre dall'altipiano si rovesciava una pioggia così fitta, da impedire di poter scorgere qualche cosa al di là della punta del naso. I tuoni si succedevano con un crescendo spaventoso, terrorizzando sempre più i due mahari i quali pareva che fossero stati invasi da una vera follia corsiera.

Hassi, credendo di guidare sempre la carovana, gridava di quando in quando: — Avanti, amici! Avanti, Afza! L'Atlante è vicino!

Doveva aver percorso parecchie miglia quando il suo mahari ad un tratto affondò mandando una specie di nitrito acutissimo e sgradevolissimo.

Hassi si era curvato per vedere che cosa stava attraversando, ma la pioggia che precipitava a cateratta glielo impedì.

Presentì nondimeno un pericolo, e tentò di trattenere l'animale; però questi si era subito risollevato ed aveva ripreso lo slancio.

— Fermati! Fermati! — urlò Hassi.

— Chi? — gridò in quel momento il marabuto con voce angosciata.

— Tutti!

— Se siamo soli!

— E mia figlia?

— È scomparsa!

— Quando?

— Non lo so, amico. Mi sono accorto soltanto in questo momento che noi siamo soli.

Un grido di disperazione intensa era sfuggito dalle labbra del povero padre.

— Mia figlia! La mia Afza!

I tuoni soli risposero alla sua chiamata.

— Che il suo mahari sia caduto e che i frangi si siano arrestati per soccorrerlo? — chiese poi con voce strozzata.

— Non ho né udito né veduto nulla, amico — rispose il marabuto. — Io non badavo ad altro che a guidare il mio mahari che pareva fosse impazzito.

— Ritorniamo, Muley.

— I mahari non intendono di deviare. Non vedi che affondano continuamente? Che noi siamo caduti in una palude?

Il marabuto diceva il vero. I due animali avevano continuato la loro corsa con minor velocità di prima, perché di quando in quando scivolavano e poi affondavano fino a metà delle ginocchia, come se sotto i loro piedi si trovasse uno strato di fango.

Hassi afferrò la fune del suo mahari e diede un violento strappo senza ottenere obbedienza da parte dell'animale.

— Dove ci troviamo noi? — si domandò Hassi che era in preda ad una profonda angoscia. — Lo sai tu, Muley?

— Non vedo assolutamente nulla al di là della testa del mio mahari — rispose il marabuto. — Sento solo che il terreno sta per mancarci sotto.

— Vi sono delle sabbie mobili da queste parti?

— Se ne incontrano degli strati alla base dell'Atlante.

— Allora siamo perduti.

— Non siamo ancora affondati. Forse i mahari potranno attraversare egualmente questa palude. Avanza sempre il tuo?

— Sì, però affonda sempre più.

— Ed anche il mio.

— Non puoi farlo girare?

— Non obbedisce più, o forse non può più obbedire.

Il marabuto fece un gesto di disperazione.

— Che le sabbie ci inghiottano? — si chiese con angoscia.

Sferzò rabbiosamente il mahari tentando di farlo retrocedere subito e non ottenne altro risultato che quello di vederlo all'improvviso affondare fino al ventre.

Anche quello di Hassi, che si trovava qualche passo più innanzi, si era abbassato mandando un nitrito di spavento.

Per alcuni istanti i due poveri animali fecero degli sforzi disperati per liberarsi dalla stretta terribile delle sabbie senza fondo che un piccolo strato d'acqua coprivano, poi rimasero immobili come se avessero compreso già che ogni lotta era ormai impossibile, e che la morte stava sotto di loro.

I due mori avevano assistito, in preda ad una estrema angoscia, a quel supremo tentativo, senza parlare.

L'uragano ruggiva sempre sopra le loro teste e larghi sprazzi di pioggia li bagnavano, rendendo estremamente pesanti i loro mantelloni e le grosse gualdrappe degli animali.

— Muley! — chiese ad un tratto il moro. — È questa la nostra fine?

Il marabuto non ebbe il coraggio di rispondere. Guardava con crescente terrore il suo mahari che non cessava di affondare.

Ormai tutte le gambe erano scomparse, ed il ventre posava sulle sabbie traditrici.

Quello di Hassi non si trovava in migliori condizioni. L'acqua gli toccava già i fianchi e lambiva il largo fondo dei due cofani.

— Muley! — ripetè il moro. — È questa la nostra fine?

— Solo Allah può saperlo — rispose finalmente il marabuto tergendosi il freddo sudore che gli bagnava la fronte.

— Io credo che Allah non abbia tempo di occuparsi di noi in questo momento, quindi lascialo col Profeta. Entrambi ci hanno abbandonati!

— Non bestemmiare, in questi supremi istanti.

Il moro ebbe uno scatto di rivolta quasi incompatibile in un mussulmano.

— Non credo più in nessuno, nemmeno nel Profeta — disse con voce irata. — Ha vegliato su mia figlia? Ha vegliato su di noi? No; ha protetto invece quei miserabili sciacalli del deserto.

— Taci, Hassi!

— Che mi renda la mia Afza! Che mi renda il frangi che l'ha sposata! — urlò il moro. — Solo allora crederò nella sua potenza. Ah! Mia figlia! Mia figlia! Ed io sono qui impotente ad accorrere in suo aiuto! Maledetto sia il mio destino!

Un urlo di belva ferita era sfuggito dal petto del moro.

— Calmati, Hassi — disse Muley.

— Non vedi che la morte ci afferra di già? Non la senti tu stringere i nostri mahari? Affonda sempre il tuo?

— Sì — rispose il marabuto con voce cupa. — È immerso fino a mezzo il ventre.

— E come resiste allora il mio?

— Non affonda più il tuo?

— No: si è arrestato.

— Che vi sia qualche costa di roccia sotto le zampe del mahari? Ve ne sono fra le sabbie mobili, qualche volta, ed offrono la salvezza ai disgraziati che cadono entro queste tombe senza fondo.

Hassi si era curvato prima a destra, poi a sinistra osservando attentamente lo strato d'acqua che copriva le terribili sabbie e poteva avere uno spessore di qualche piede. Tutt'ad un tratto un grido gli uscì dalle labbra:

— È la dote di mia figlia che mi salva!

— Che cosa vuoi dire, amico? — chiese il marabuto.

— Che i cofani, col loro fondo larghissimo, reggono il mio mahari e lo fanno in certo qual modo galleggiare.

— Fortunato te! Il mio non cessa di scendere. Le mie gambe sono già immerse fino alle ginocchia. Ancora pochi minuti, e mi troverò alle prese colle sabbie e comparirò dinanzi al Profeta.

— Tu sei abbastanza vicino a me per tentare un salto e rifugiarti sul mio mahari.

— E se il mio peso ti fosse fatale?

— Morremo insieme — rispose Hassi. — Alla vita ormai non ci tengo più. Afza ed il conte sono stati uccisi da quei maledetti, te lo dico io, e perciò io non ho ormai nessuno scopo di vivere.

— Tu non hai ancora le prove della loro morte. Possono essere caduti nelle mani dei beduini, che forse sapevano, più di quanto noi credevamo, quel che era accaduto nel bled.

— La loro sorte non cambierebbe. Siamo a due passi dall'Atlante; lassù vi sono i Cabili ed i Senussi. Salta dunque, ma bada di prender bene le tue misure, perché se cadi fra le sabbie io non potrei salvarti.

— Non sono più giovane, però ho conservata intatta la mia agilità!

Muley-Hari si mise ritto sulla sella del suo mahari, dondolò un momento le braccia per prendere lo slancio poi spiccò il salto andando a cadere, per sua fortuna, sulle spalle del moro.

I cofani che sorreggevano il mahari s'immersero bruscamente di qualche piede sotto quell'aumento di peso, poi rimontarono riprendendo quasi il primiero livello.

— Allah ci protegge — disse il marabuto, che si era accomodato alla meglio dietro al moro.

— E come? — chiese questi ironicamente.

— Guarda come il mahari continua ad immergersi, mentre il tuo resiste sempre.

— Ed a quale morte saremo noi condannati? Ad una certo più atroce, poiché siamo assolutamente sprovvisti di viveri.

Il marabuto non aveva potuto frenare un sussulto.

Ed infatti, che cosa avevano guadagnato con la resistenza che opponevano i due cofani! Si trovavano immobilizzati in mezzo alle terribili sabbie che non potevano ormai più riattraversare senza l'aiuto di qualcuno.

Quanto avrebbero potuto durare? La fame non doveva tardare a piombare su di loro per ucciderli lentamente.

Un fremito d'orrore era passato attraverso i corpi dei due mori.

— Afza uccisa o prigioniera dei beduini, i due frangi scomparsi, Ani pure e noi qui soli, abbandonati, colla morte che ci stringe da ogni parte — disse Hassi con ira. — Non sarebbe meglio, Muley, finirla subito con un colpo di pistola? Una palla piantata nel nostro cranio abbrevierebbe le nostre sofferenze.

— Non sarebbe da buon mussulmano — rispose il marabuto.

— Se Allah ed il Profeta ci hanno abbandonati!

— Che cosa ne sai tu?

— In chi speri?

— Non lo so, però, giacché il Profeta ha salvato il tuo mahari, io spero che non l'avrà fatto per condannarci ad una morte più atroce. Infine siamo due sue creature.

Hassi alzò le spalle e frenò a stento un'imprecazione.

— Il Profeta! — disse poi, con profonda amarezza. — Sono le casse che reggono la mia bestia e non lui.

In quell'istante un nitrito stridente lacerò l'aria. I due mori si voltarono ed ebbero appena tempo di vedere la testa del secondo mahari scomparire sott'acqua.

— Ecco quello che ti sarebbe toccato, mio povero amico, se non ci fosse stata qui la dote di mia figlia a renderci un ultimo servigio... se sarà tale — disse Hassi.

Il marabuto pareva impietrito dallo spavento, e fissava, muto, il luogo dov'era scomparso il disgraziato animale e dove avrebbe dovuto anche lui trovare la sua tomba.

— Muley, amico — disse Hassi, con voce commossa.

— Che cosa vuoi?

— La finirà anche per noi, non è vero? La morte non la temo poiché ho nelle vene sangue di guerrieri: mi rincresce però di lasciare in questa palude la mia carcassa senza poter sapere nulla della sorte toccata a mia figlia ed ai due frangi che amavo come se fossero anche loro carne della mia carne e che...

Si era bruscamente interrotto mettendosi in ascolto. Fra lo scrosciare della pioggia e gli ululati del vento gli era sembrato di aver udito un colpo di fucile.