Differenze tra le versioni di "Agricoltura biologica: le fondamenta nella scienza, o le radici nella superstizione?"

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| Iniziale del titolo =A
| Anno di pubblicazione =2002
| Eventuale secondo anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
Avesse letto i capolavori della disciplina di cui si proclama cultrice, le opere agronomiche del Cinquecento, del Seicento e del Settecento, inglesi, italiane, tedesche, Susanna Hecht non avrebbe sostenuto la necessità di creare una scienza nuova per comprendere nella considerazione dell’agronomia i fattori economici e sociali che l’agronomia occidentale avrebbe sempre trascurato. Tutti gli alfieri della disciplina, dal fondatore dell’agronomia occidentale, il latino Columella, di cui non si può pretendere la conoscenza da parte di una studiosa americana, ai successori, Agostino Gallo, Olivier de Serres, Arthur Young, Albrecht Thaer e Adrien de Gasparin, hanno dedicato alle considerazioni sociali ed economiche un’attenzione non inferiore a quella rivolta ai fenomeni biologici. Nei decenni più recenti, nel contesto complessivo degli studi agrari l’economia è stata separata dall’agronomia, senza dubbio per quell’esigenza di distinguere le sfere di indagine che è, abbiamo annotato, peculiarità precipua della scienza occidentale, ma che conoscenze diverse siano disposte in tomi differenti non consente di supporre che chi ha scritto il manuale di agronomia non abbia letto quello di economia agraria. Altieri reputa la lettura di sei libri impegno sovrumano? Vuole tutta la scienza compendiata in un volume unico? Legga gli agronomi dell’Ottocento: sarà incantato dalla loro poliedricità. Non proclami la necessità di fondare una nuova scienza perché non ha il tempo per leggere sei libri. E per i propri problemi epistemologici cerchi persona più competente del professor Norgaard: qualunque bibliotecario competente gli offrirà un aiuto più pertinente.
 
Seppure abbia affidato ai due collaboratori il compito di fissare i postulati essenziali, filosofici e storici, della scienza che intende fondare, l’alfieredell’Agroecologial’alfiere dell’Agroecologia non manca, nei capitoli che stila personalmente, di aggiungere, agli argomenti che dimostrerebbero l’urgenza di edificare la nuova disciplina, ragioni ulteriori, ragioni più specificamente agronomiche. Addita la più significativa nella constatazione dell’insuccesso che sarebbe seguito al trapianto delle pratiche dell’agronomia occidentale nei continenti dalle tradizioni diverse. Dovunque fosse stata trapiantata, l’agronomia occidentale non avrebbe prodotto che indebitamento dei contadini e sottoalimentazione.
 
L’asserzione suscita un appunto, il rilievo dell’arbitrarietà di denunciare il fallimento dell’agronomia occidentale nei continenti estranei alla civiltà europea senza considerare che Asia, Africa e America meridionale non hanno adottato, nell’ultimo secolo, solo l’agronomia europea, ma l’intero contesto della scienza dell’Occidente, quindi la medicina europea, con il suo potere di ridurre drasticamente, con vaccini e antibiotici, la mortalità umana, in specie quella infantile, la fisica e l’elettronica, quindi le fondamenta teoriche per produrre automobili e televisori, e la chimica, quindi la tecnologia per produrre fertilizzanti e materie plastiche. E con la scienza europea le società asiatiche, africane, latinoamericane, hanno adottato ragioni e parametri di vita europei, primo tra gli altri il ripudio dell’agricoltura di autoconsumo, e l’impulso alla produzione di grandi quantità di derrate per alimentare i mercati delle città, dilatatesi senza misura proprio a ragione dell’adeguamento ai moduli economici occidentali.
Trasformata da impegno etico di tutela degli equilibri tra l’uomo e le risorse agrarie in ordinaria attività produttiva, condotta da una pluralità di operatori per ricavarne, come tutti gli imprenditori, contributi pubblici e i più elevati guadagni possibili, senza rinnegare i principi cardinali, in primo luogo il bando della chimica, l’agricoltura alternativa ha rigettato le istanze teoriche, ha rinunciato ad elaborare una dottrina da contrapporre alle teorie agronomiche classiche, si è immersa nei problemi della tecnica produttiva.
 
I quali sono tutt’altro che semplici. Avvicinare le produzioni dell’agricoltura alternativa, realizzate senza antiparassitari, anticrittogamici e diserbanti, alle rese produttive dell’agricoltura ortodossa non è impegno agevole: è solo grazie ad estrema perizia che il divario può essere ridotto. Se ridurlo risultasse tecnicamente troppo arduo, la tentazione degli adepti conquistati alla nuova pratica dai sussidi pubblici ad impiegare, surrettiziamente, gli strumenti della chimica, diverrebbe irresistibile. E, si deve sottolineare, il sotterfugio sarebbe di identificazione impossibile: i fertilizzanti, e molte delle molecole antiparassitarie più moderne, non lasciano traccia, ed è arduo supporre che gli organismi di certificazione, che suggellano la produzione “biologica” con uno-due sopraluoghisopralluoghi annuali, traendo il proprio utile dal numero delle aziende cui rilasciano i propri attestati, sarebbero interessati a scoprire le frodi.
Per scongiurare il pericolo che l’intero ordito dell’agricoltura alternativa, ormai florido sistema economico, sia pervaso dalla tara della frode, i suoi alfieri debbono assicurare agli adepti la disponibilità di pratiche sicure, che applicate con meticolosità producano risultati non troppo remoti da quelli dell’agricoltura ortodossa, dai quali deve separarli un divario che possa essere compensato dalle sovvenzioni e dal più elevato prezzo di vendita dei prodotti. Ma risolvere, senza l’impiego di fertilizzanti, insetticidi, anticrittogamici e diserbanti, tutti i problemi tecnici nelle sfere diverse della produzione agricola non è obiettivo agevole: alla soluzione dei cento quesiti in cui l’imperativo si rifrange nella molteplicità delle colture e degli allevamenti la seconda generazione degli alfieri dell’agricoltura alternativa ha dedicato tutte le proprie energie.
 
E’ il volume ''Alternative agriculture del National Research Council'' degli Stati Uniti, un consesso scientifico di prestigio internazionale che ha affidato l’indagine delle metodologie agronomiche estranee ai canoni ordinari ad un comitato di agronomi, genetisti, biologi ed economisti, che nel 1989 hanno enucleato, nell’ampio volume, l’inventario delle esperienze innovative identificate su tutto il territorio dell’Unione. Hanno definito quelle esperienze esempi di “agricoltura alternativa”, un termine scelto rifiutando, significativamente, quelli più ambiziosi di “agricoltura biologica”, “biodinamica”, di “agroecologia”, una scelta in cui è trasparente il rigetto di opzioni filosofiche che trascendano il terreno agronomico. Escluse, peraltro, pretese filosofiche, il lavoro del comitato del National Research Council rivela intenti di sintesi dalle palesi ambizioni scientifiche: al pragmatismo filosofico si compone la lucidità dei propositi conoscitivi.
 
Negli ultimi tre quarti di secolo l’agricoltura americana ha conseguito, riconoscono i membri del comitato, traguardi straordinari di produttività, ma quei traguardi non sono stati realizzati senza costi, che debbono identificarsi nell’inquinamento delle falde freatiche provocato da fertilizzanti e antiparassitari, nei rischi alla salute di chi esegue i trattamenti antiparassitari e di chi consumi prodotti trattati impropriamente, nel ricorso sistematico e parvasivopervasivo ai farmaci negli allevamenti, un ricorso che può condurre alla creazione di ceppi batterici resistenti, potenzialmente nocivi non solo agli animali ma anche all’uomo Di fronte alle conseguenze nocive delle pratiche moderne vi sono agricoltori che hanno reagito cercando di evitare, o di limitare, l’impiego di fertilizzanti e antiparassitari nei propri campi e nei propri frutteti, di antibiotici nelle proprie stalle. Quelle esperienze hanno raggiunto un numero tanto consistente da imporre un’analisi che verifichi quali contributi esse possano prestare, generalizzandone le pratiche, al superamento dei problemi creati dalla tecnologia agraria moderna.
 
Le motivazioni ideali che sospingono i tentativi di agricoltura alternativa compongono la gamma più varia: tra i protagonisti alcuni mirano all’esclusione dei prodotti della chimica, altri ne operano riduzioni di entità diversa, qualcuno si propone di preservare le peculiarità del suolo, qualcuno di ridurre gli sprechi energetici. Il comitato non si è interessato delle motivazioni, ha effettuato la verifica dell’efficacia produttiva delle scelte aziendali, ha mirato ad illustrare, nel rapporto, soluzioni tecniche che si siano rivelate funzionali, in ambienti geografici differenti, per colture diverse, in contesti aziendali peculiari. Operando il proprio inventario ha verificato che gli agricoltori che impiegano tecniche “alternative” rivelano spesso un’abilità superiore a quella media, e grazie a quell’abilità realizzano risparmi, e ottengono produzioni tali da ricavarne redditi eccellenti, la misura decisiva della funzionalità di una pratica agronomica, il metro che impone di considerare le aziende che la applicano aziende protese al futuro.