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Parte seconda - IX Parte seconda - XI
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X.

S’avvicinavano le feste di Pasqua. E alla vigilia della Domenica delle Palme giunse ad Alberto la notizia che tutta la sua famiglia si sarebbe recata a trovarlo e a passare con lui, in città, la Settimana Santa.

Alberto, turbato ma pur rallegrato da questa novella, si recò dall’amante colla lettera in tasca.

Trovò Raimonda tutta sorrisi nel suo salotto pieno di fiori; un orario ferroviario e una carta della Riviera erano aperti sul tavolo dinanzi a lei.

— Ho un progetto delizioso, — disse ella alzando verso Alberto il volto fine, irradiato da quel sorriso a un tempo malizioso e infantile, che da un pezzo il giovane non le aveva veduto più. — Andiamo a passare dieci giorni a Bordighera. Sfuggiremo a questa lugubre atmosfera quaresimale e alla più lugubre allegrezza festiva che seguirà. E là, in faccia alle azzurre acque danzanti del mare, sui [p. 47 modifica] tappeti d’erba nuova già costellati di primule e pervinche, io mi rinnamorerò di te, o mio giovane amante cittadino! che non ho mai veduto se non su uno sfondo di strade e di piazze, di portici e monumenti. Sei contento?

— Oh, peccato! — esclamò Alberto. — Perchè non me l’hai detto prima?

Il volto di lei si fece subitamente duro e ostile.

— Che cosa c’è? — chiese con la voce un poco aspra che Alberto di recente aveva imparato a conoscere e temere.

Egli trasse con riluttanza la lettera di tasca.

— Vedi... è la mia gente che mi scrive...

E le porse il foglietto.

Ma Raimonda aveva voltato il capo ed egli non le vedeva che la sottile e rigida linea della guancia e del mento.

— Leggi, dunque! — insistè — leggi ciò che mi scrive la mia famiglia. — E per ammansarla si chinò a baciarle i capelli ondulati e profumati, ritoccati all’henné.

Ella ritrasse di scatto il capo come una viperetta che voglia mordere.

— La tua famiglia! la tua famiglia!... non seccarmi l’anima con la tua famiglia.

Alberto tremò. Sentì una vampata d’ira salirgli dal cuore alla fronte. [p. 48 modifica]

— Non mi pare di averti seccata molto colla mia famiglia, — disse. — Ma mi guarderò bene, d’ora innanzi, dal parlartene.

— E te ne sarò grata, — fece lei sarcastica e pungente. S’alzò e uscì dalla stanza.

Alberto rimase solo nel salotto profumato, di fronte all’orario ferroviario aperto e alla carta della Riviera stesa sulla tavola. I fiori olezzavano nei vasi, il grande oriolo Empire, colla sua stolida faccia circondata di smalto rosso, ritmava il tempo con battito forte. Alberto mosse qualche passo per seguire la sua amante, poi si fermò. Il battito di quell’orologio nel silenzio gli martellava il cervello come un monito, come un avvertimento.

Quanti minuti, quante ore, quanti giorni, quanti mesi della sua vita — della sua vita breve, unica, preziosa! — aveva egli già dato a questa donna? A questa donna nè buona, nè giovane, nè bella, che lo aveva ammaliato, infatuato, stregato? A questa donna che non lo amava più, e che lui, forse, non aveva mai amato?

— Ah! Ne ho abbastanza, ne ho abbastanza! — disse all’orologio e a sè stesso.

E uscì, sbattendo la porta.