Relazione sulla Federconsorzi/IV/Parte seconda

La Federconsorzi: dalla prosperità al dissesto - Parte seconda

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La Federconsorzi: dalla prosperità al dissesto - Parte seconda
IV - Parte prima V


Parte seconda

La scelta manageriale. La nomina del dottor Pellizzoni



La nomina del dott.or Silvio Pellizzoni a direttore generale della Fedit concretizzò le esigenze convergenti, pur se ispirate da finalità e sollecitazioni diverse, delle due organizzazioni, che da decenni la governavano, la Coldiretti e la Confagricoltura , di imprimere alla gestione una svolta manageriale.

In particolare la Confagricoltura la sollecitava vigorosamente da tempo, verosimilmente anche per contrastare il potere notevolmente maggiore della Coldiretti, che aveva sempre espresso presidenti e direttori generali della Fedit e che vantava un preponderante numero di consiglieri di amministrazione.

Il suo Ppresidente , il dott.or Wallner, era consapevole delle condizioni di gravi difficoltà economiche e finanziarie in cui si dibatteva il sistema dei consorzi e della Fedit, e premeva perché questa rendesse chiari ed intelligibili i contenuti gestionali e perché si desse una nuova struttura adeguata ai tempi ed alle nuove esigenze del mondo agricolo.

Ad avviso della Commissione, le sollecitazioni diel presidente Wallner sono in apparente contraddizione con l’essere la Confagricoltura beneficiaria al pari della Coldiretti di sovvenzioni annuali, ordinarie e straordinarie, di entità miliardaria.

All’epoca, la percezione di contributi, anche rilevanti, da enti con funzioni pubblicistiche era, per organizzazioni politiche e di categoria, come si è storicamente accertato, pratica assai diffusa . In nota.Un flusso miliardario di contribuzioni dirette ed indiretteusciva dalle casse della Fedit per raggiungere in misura preponderante quelle della Coldiretti ed in misura minore ma pur sempre assai cospicua quelle della Confagricoltura; da ultimo anche della Confcooperative.

Tutto era pagato in tutto od in parte dalla Fedit: per le sedi nazionali, , costituite da storici palazzi ricchi di opere d’arte, di proprietà della Fedit, le organizzazioni sindacali agricole corrispondevano formalmente somme molto modeste che detraevano dai contributi che loro dava la Fedit stessa ; le manifestazioni pubbliche, i congressi, le autovetture, persino gli abbonamenti ai quotidiani!

È probabile che non si considerasse neppure la possibilità che il risanamento di un’impresa potesse e dovesse far cessare le contribuzioni indebite.

Ed infatti la nomina di Pellizzoni non fece per nulla cessare i finanziamenti.

Si rese vacante la carica di amministratore delegato della Fedital (ex Polenghi Lombardo) azienda della Fedit, in condizioni pre fallimentari,. che da anni, ancorché beneficiaria di ingenti soccorsi della casa madre, continuava a perdere miliardi.

La scelta del nuovo amministratore competeva formalmente al Consiglio di amministrazione della Fedital o, al più, a quello della Fedit ed al direttore generale ragionier. Scotti.

La nomina fu fatta , invece, su designazione delle due associazioni.

Dalla Fedital, il dottor Pellizzoni, dopo poco tempo, fu chiamato al vertice della Fedit.


Il dottor Silvio Pellizzoni era un buon manager dedito all’insegnamento, quando fu chiamato a dirigere dapprima una società del gruppo Federconsorzi, la Fedital, che da anni, ancorché beneficiata di enormi risorse, continuava a perdere miliardi, e successivamente la stessa Federconsorzi.

Egli non era, tuttavia l’unico candidato a quella poltrona di direttore generale, sulla quale, prima del rag.ionier Scotti, si erano sseduti prima di lui amministratori discussi ma di sicuro spessore ed autorevolezza.

AGGIUNGERE Alla nota 7

Ha riferito il presidente Lobianco : "……sempre d'accordo con il dottor Wallner, consigliammo i nostri amministratori di dotarsi di un direttore che fosse anche un manager. In quell'occasione si consigliò agli amministratori di procedere al cambio del Presidente Truzzi con Scotti e di assumere Pellizzoni che aveva operato positivamente alla Polenghi Lombardo….. Il nome di Pellizzoni lo suggerì il presidente Wallner". E quest’ultimo ha affermato:….. Ricordo che diedi tre nomi: Villa, famoso manager della Buitoni passato poi – credo – alla CIR di De Benedetti, e che interpellato non si rese disponibile, Pellizzoni e un altro. Per la prima volta, naturalmente sempre tardivamente, mi fu comunicato dal presidente Scotti, che prima era direttore generale, che avrebbero avuto intenzione di prendere Pellizzoni. Chiesi come mai Villa non era stato considerato; mi risposero che era stato contattato ma aveva rifiutato. Chiesi a Villa e mi rispose che le condizioni fatte a lui erano diverse, ma questo non ha nessun conto.


Concorsero alla sua nomina le scelte professionali ed rifiuti di altri che gli sarebbero stati preferiti.

La nomina di una manager alla guida della Federconsorzi in sostituzione del ragionieri Scotti, rivelatosi sostanzialmente non all'altezza del compito, compensato con una presidenza remunerativa e prestigiosa ma priva di poteri reali, era invocata - come si è detto - dalla Confagricoltura ed avvertita come un esigenza anche dalla Coldiretti.

La situazione economico-finanziaria della Fedit diventava ogni giorno più pesante; era necessario preparare la società ai nuovi ed incalzanti obblighi in materia societaria che dovevano culminare nella certificazione del bilancio.

V'era la necessità di offrire una un’immagine moderna di una struttura cooperativa e consortile di cui, da tempo, invocava la trasformazione, non solo una vivacissima opposizione politica che si batteva - invero con scarsissimi risultati - da quasi mezzo secolo, ma anche una parte della maggioranza politica e dello stesso partito di maggioranza relativa.

Non c'era, però, nelle associazioni che dominavano la Fedit ed in particolare nella Coldiretti, la volontà di cambiarne la struttura che assicurava consenso politico, e sostegno elettorale e cospicui benefici economici..



I tentativi di soluzione interna della crisi


Al dottor Pellizzoni fu quindi affidata l’impossibile missione di risollevare le sorti del sistema senza poter intervenire sulle ragioni strutturali che ne avevano determinato la crisi e che consistevano nella organizzazione stessa del sistema federconsortile e nell'ormai consolidato snaturamento delle funzioni delle Federconsorzi in un ente assistenziale.

Per di più gli furono dati ampi poteri formali, ma il potere decisionale reale rimase saldamente nelle mani delle associazioni sindacali ed in particolare della Coldiretti e dell'onorevolei Lobianco.

Ben consapevole di ciò e dei limiti impliciti del suo mandato, Iil dottor Pellizzoni assunse l’incarico di direttore generale della Fedit, il 13 aprile 1989.


In nota :Fu convenuta una retribuzione altissima : pagato per tutti i suoi incarichi .,

In una prima fase, il nuovo direttore generale, che aveva scarse conoscenze del sistema fFederconsortile , fece ricorso, per accertare quali fossero le reali condizioni economiche e finanziarie della Fedit e per approfondire le ragioni della mancanza di remuneratività della gestione e dello squilibrio finanziario, ad una elevato numero vera e propria alluvione di consulenze, costosissime e di dubbia utilità delle quali si giovò per far elaborare e poter presentare un programma strategico di risanamento complessivo.

In nota

Sul ponderoso utilizzo di risorse in consulenze della più varia natura costosissime ed in parte di dubbia utilità, pende la valutazione della magistratura penale di Roma.

per ogni esigenza della Fedit ma pur tuttavia nello stesso tempo fece elaborare e presentò un programma strategico di risanamento complessivo.

Ben consapevole dei limiti del suo mandato, e pur essendogli facile e semplice la diagnosi della malattia del paziente, non potendo intervenire con le semplici e radicali cure che il caso richiedeva, il medico Pellizzoni - pagato complessivamente circa un miliardo l'anno! - si prodigò in una alluvione di accertamenti diagnostici costosissimi e di cure sintomatiche parziali.

Sull’enorme ed non sempre ingiustificato dispendio di risorse in consulenze della più varia natura e di dubbia utilità pende la valutazione della magistratura penale di Roma.

Il salasso cui la società fu sottoposta in nome dell'ammodernamento, sembra, quale che sarà l'esito del giudizio, scandaloso.

UnProprio una consulenza, in particolare,però, quella redatta dai professori dei dottori Pavan e Cattaneo rivelòava al dottor Pellizzoni le numerose e gravi anomalie delle scritture contabili e dei bilanci della Fedit e gettò una luce illuminante su quanto era accaduto in passato.

In nota:

Al documento dei due tecnici ha attinto anche la Commissione che li ha intesi su alcuni aspetti del loro lavoro

.

Fu così avviata un'azione di "pulizia" del bilancio ma essa , pur giovandosi di apporti tecnici di elevato livello, ebbe connotazioni più estetiche che sostanziali , non giungendo a rappresentare la reale drammatica situazione economica e finanziaria che fu, dunque, pur sempre occultata. Il grado di affidabilità e, quindi, di verità delle scritture contabili, pur adeguate ed informatizzate, rimase del tutto insoddisfacente.ma si mantennero vaste zone d'ombra.

Tra i principali problemi del sistema, la direzione del dottor Pellizzoni individuò (come quella del rag.ionier Scotti) la mancanza di risorse proprie della Fedit e dei consorzi e l’inadeguatezza dimensionale dei consorzi.

Fu elaborato un progetto riformatore d’accorpamento delle strutture periferiche per creare un più ampio bacino d’utenza.

Esso si poneva nella stessa linea di un precedente intervento, compiuto molti anni prima, che aveva ridotto il numero dei consorzi da 90 a 74.

I consorzi dovevano diventare solo 50.

Il progetto doveva trovare esecuzione già nel 1990 ma, a maggio 1991, era rimasto quasi del tutto inattuato avendo incontrato irriducibili opposizioni negli organismi di direzione dei consorzi .

La Fedit reagì chiedendo al Ministero nell’ottobre del 1990, la liquidazione coatta di 6 consorzi già commissariati in base alle oggettive condizioni di grave crisi, dando così anche un forte segnale dell’impossibilità di sostenere il peso del sistema.

Nella sostanza, nonostante le enormi spese ed i proclami vergati in altisonante gergo tecnico, la gestione del dottor Pellizzoni cambiò poco; il grado di affidabilità e, quindi, di verità delle scritture contabili era tale che, anni dopo il commissariamento, non esisteva ancora certezza sui crediti e sui debiti.

Uno dei pilastri dell’intervento riformatore elaborato dalla direzione del dottor Pellizzoni, che per altro non era per nulla originale ed innovativo ma si poneva nella stessa linea di un precedente intervento compiuto molti anni prima e che aveva ridotto il numero dei consorzi da 90 a 72, consisteva nell’accorpamento delle strutture periferiche per creare una più ampio bacino di utenza.

I consorzi dovevano diventare solo 50. Il progetto doveva trovare esecuzione già nel 1990 ma, a maggio 1991, era rimasto quasi del tutto inattuato.

La Fedit reagì chiedendo anche per tale ragione oltre che per le oggettive condizioni di grave crisi, cchiedendo al Ministero il commissariamento di un nutrito numero di consorzi.

Anche lLa direzione del dottor Pellizzoni, infatti, individuava traufficialmente i due principali problemi del sistema nella mancanza di risorse proprie della Fedit e dei consorzi e nella eccessiva parcellizzazione della rete dei consorzi.

Sembra alla Commissione che iIn realtà non fu colto un problema ben più grave.

Esso consisteva nel fatto che la Fedit non operava come una centrale di acquisto ai prezzi migliori e nell’interesse esclusivo e secondo le esigenze dei soci, ma come una intermediaria monopolistica e parassitaria che guidava la politica delle unità produttive.

Neil progetti ramma del dottor Pellizzoni del maggio 1991 si rinviene solo un timido accenno alla questione problema sotto del "miglioramento" delle funzioni di centrale di d’acquisto.

Nell’ambito di una strategia di complessiva ristrutturazione della Fedit e della sua struttura dirigenziale, fu redatto, sulla base delle indicazioni di una società specializzata, un piano di risanamento che si articolava su 13 progetti e che fu presentato nel corso di una grande manifestazione, a Bracciano nel luglio 1989. "Nacquero così tredici progetti (…), articolati in una numerosa serie di sottoprogetti. Si analizzava tutto quello che riguardava la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società controllate. Questi progetti andarono avanti in un certo modo fino al mese di aprile del 1990 e poi proseguirono in un altro modo. Si cercò di creare la massa critica necessaria per poter smuovere questa vecchia signora di 98 anni - - come la chiamavo io - e che faceva fatica a muoversi".

Per sostenere i nuovi investimenti che esso comportava si pensò ad un modesto programma di vendite con ricavo presunto di 268 miliardi.

Tali dismissioni dovevano però essere approvate del Consiglio di amministrazione; rispetto ad esse vi furono tuttavia forti resistenze, in particolare, da parte della Confagricoltura e di alcuni consiglieri ed infine da parte della struttura interna.

Il dottor Pellizzoni si rivolse allora al prof.essor Capaldo perché convincesse i presidenti confederali della necessità di vendere.

Il piano fu approvato solo nell’aprile 1990 ma rimase, tuttavia, del tutto inattuato.

A giudizio del dottor Pellizzoni esisteva un problema strutturale: il deficit di gestione era dovuto al fatto che la Fedit non era remunerativa, a cagione degli oneri che la gravavano e cioè del costo dei mezzi economici impegnati, che consentiva lauti guadagni solo al sistema bancario.

Ha affermato in proposito il dott.or Pellizzoni nella sua audizione del 20 luglio 2000:

"All'epoca il professor Capaldo stimò che gli affari gestiti da Federconsorzi e dai consorzi agrari avessero una potenzialità di utile operativo mediamente pari al 3,5 per cento (…)…... . Il tasso di interesse medio all’epoca era pari al 14 per cento: pertanto sarebbe stato necessario un rapporto tra Vendite e Attività nette investite uguale a 4, per ottenere una gestione equilibrata, cioè con un ROA del 14 per cento.

Tutto il mondo agricolo e cooperativo ha sempre ignorato questa seconda componente della formula: nei bilanci di queste entità economiche si osserva molto spesso un rapporto Vendite e Attività Nette investite troppo basso (…)….

uUn attivo pesantissimo (…) dava un utile operativo estremamente ridotto. Occorreva pertanto modificare il sistema e, per fare ciò, vi sono soltanto due possibilità: (…).. si deve aumentare fortemente il fatturato oppure (…)… occorre ridurre drasticamente l'attivo e, contemporaneamente, l'indebitamento (…). Vi furono tuttavia delle difficoltà (…)...

Occorre considerare che (…). era un sistema bloccato".


Il dottor Pellizzoni puntò, quindi, dichiaratamente sull’aumento dell’utile operativo che sperava potesse consentirgli di ridurre anche l’indebitamento.

Ma l’aumento dell’utile operativo richiedeva che il sistema operasse complessivamente nel modo più redditizio possibile e ciò implicava, come si è già detto, risorse adeguate ad impedire il tracollo dei consorzi che l’utile avrebbero dovuto alimentare.

Lo stesso ex direttore generale ha ricordato le ragioni per le quali il progetto fallì:

"Ci sono stati due periodi ben precisi: quello che va dal 13 aprile 1989 al 30 giugno 1990 (che possiamo definire "piano numero 1") durante il quale, siccome le analisi del professor Capaldo e i dati che erano a disposizione all'inizio si riferivano al 1987, la dimensione del problema in termini di necessità finanziarie per poter, per così dire, "salvare il sistema" sembrava sì notevole, perché per comuni mortali parlare di 200 o 400 miliardi significava riferirsi a cifre alte, ma all'interno del sistema esistevano molte capienze in termine di patrimonio per poterlo fare.

Quando arrivai io, dopo poco, arrivarono i bilanci dei consorzi agrari del 1988: rielaborando questi dati stimai che il fabbisogno era passato da 200 ad 800 miliardi, fabbisogno che si poteva ancora ritrovare all'interno del patrimonio della Fedit. Qui finisce il primo periodo.

Dopo il 30 di giugno 1990, una volta formulato questo piano, cominciarono ad arrivare i bilanci dei consorzi agrari relativi al 1989 dai quali si poté verificare che il gap economico ad essi relativo era più grave di quanto previsto (…)…. a giugno cominciammo a leggere la realtà di questi consorzi con una certa consapevolezza rispetto a prima. Effettuate queste stime, si riscontrò che il fabbisogno finanziario (…)… si attestava intorno ai 1.500 miliardi.

Ciò voleva dire che il piano così come era stato concepito all'inizio, e che doveva essere di modernizzazione, necessitava di un adeguamento. Infatti, occorrevano degli interventi molto più drastici di quanto non previsto precedentemente (…)….. In secondo luogo, era stato messo in luce un aspetto chiarissimo e cioè che il sistema presentava degli elementi di inerzia (…). Si era (…) in presenza di una situazione che richiedeva un processo decisionale che era certamente più vicino ai tempi della politica che non a quelli dell'imprenditorialità (…)",.

La conclusione che ne trasse il dottor Pellizzoni fu che:

"(…).. gli unici strumenti con cui si poteva ancora salvare la situazione erano sostanzialmente due. In primo luogo, era opportuno individuare una formula che poteva chiamarsi commissariamento (…)……. (…) La seconda ipotesi di soluzione era che Federconsorzi intraprendesse quella che oggi definiremmo una privatizzazione.

Intendo dire che dal momento che la legge istitutiva del 1948 garantiva a questo istituto certi privilegi, forse era il caso di trasformarlo in una sorta di "fondazione" individuando, per tutte le principali attività, dei partners imprenditori, i quali avrebbero potuto assicurare due aspetti molto importanti: in primo luogo assicurare del capitale fresco risolvendo il problema della mancanza del capitale proprio ( …)……. In secondo luogo, questi imprenditori avrebbero portato in tutte le attività, soprattutto quelle industriali quell'imprenditorialità che, malgrado il massiccio e massacrante inserimento di consulenti, non si riusciva a garantire al sistema.

(…) Da parte delle Confederazioni agricole vennero iniziate una serie di attività che possiamo definire di ricerca di aiuti esterni. Al riguardo debbo dire (…)… che osservai che il giorno che sarebbero arrivati degli aiuti esterni senza però che si fosse riusciti a cambiare il sistema e qualora la legge me lo avesse permesso, mi sarei dimesso. Infatti, ciò avrebbe voluto dire inserire dei quattrini in un contesto, ma poi continuare tutto come prima.

(…) Quasi per dare una provocazione al sistema, per vedere come avrebbe reagito, chiedemmo al Ministero se metteva in liquidazione coatta amministrativa sei consorzi agrari; il Ministero puntualmente lo ha fatto ed è venuto fuori il "caos", perché per la prima volta Federconsorzi non si è surrogata ai debiti dei consorzi agrari, con una ripercussione politica notevolissima. Devo dire però che lo rifarei domani mattina, perché per lo meno uno scossone venne dato."

Per ammissione del suo stesso ideatore, dunque, il progetto di risanamento fallì perché esso si basava su presupposti economici e finanziari non realistici.

Ad avviso della Commissione, l’aggravamento delle condizioni di crisi dei consorzi non era, però, del tutto imprevedibile ma, al contrario, costituiva un’evoluzione inevitabile. Un piano di risanamento adeguato avrebbe dovuto tenerne conto.

Il problema principale era chiaro da tempo.

La situazione economica e finanziaria dei consorzi, singolarmente e complessivamente considerati, come si è visto peggiorava sempre di più, anche perché su di essi si ripercuoteva la crisi delle imprese agricole e dei coltivatori.

Ma i Cconsorzi Aagrari, unici soci della Fedit, rappresentavano, ad un tempo, le strutture servite dalla Fedit, che dall’intermediazione doveva ricavare i suoi profitti e la base della forza associativa e politica della Coldiretti e della Confagricoltura. Pur essendo divenuti, quindi, nella più parte dei casi organismi passivi era pressoché impossibile abbandonarli ed altrettanto difficile, parimenti, per ragioni strutturali connesse alla tipologia del servizio ed alla specificità dell’utenza, ottenerne radicali cambiamenti di gestione.

La Fedit pertanto aveva cominciato a sostenerli fin dai primi anni Ottanta e continuava a farlo in forme molteplici , accollandosene le difficoltà e gli oneri, percorrendo la strada dell’inevitabile, sempre maggiore, indebitamento esterno.

Una realistica soluzione possibile del problema economico e politico si poteva individuare solo nella progressiva riduzione dei flussi in favore dei consorzi ed in una cospicua riduzione dell’indebitamento della Fedit.

Alcuni consorzi ne avrebbero gravemente sofferto, ma il sistema si sarebbe potuto forse salvare.

Era, comunque, vitale una riduzione dell’indebitamento bancario .

Durante la gestione Pellizzoni, nonostante gli opposti propositi, non solo si continuò a sostenere finanziariamente i consorzi ma si sostennero anche le società collegate, sulla base di progetti imprenditoriali costosissimi ed improduttivi.

.

Passando all’esame delle scelte gestionali, sembra alla Commissione che uno degli aspetti negativi più evidenti della guida del dott. Pellizzoni sembra alla Commissione abbia i questa ella gestione Pellizzoni Pellizzoni è, poi, costituito dall'aver notevolmente accentuato l'indebitamento della Fedit non solo per sostenendoere non i consorzi secondo un indirizzo politico già consolidato, ma anche lle società collegate con e progetti imprenditoriali costosissimi ed improduttivi.

Ed invero Infatti nel 1989, in piena crisi, la Fedit contrasse debiti a lungo termine con il sistema bancario internazionale per:


ricapitalizzare la Massalombarda con l'esborso di 65 miliardi;


partecipare con 28 miliardi all’aumento del capitale della B.N.Aanca nazionale dell'agricoltura.;


investire ben 146 miliardi nella Fedital.

In totale l’investimento fu di 239 miliardiQuindi, in parte per sostenere le società collegate ed in parte per una operazione che sembrava ignorare del tutto le reali condizioni economiche, reddituali e finanziarie della riguardante la Federconsorzi che non poteva più sostenere ilit un suo ruolo di holding finanziaria.

Per di più il dottor Pellizzoni era stato chiamato prima ad amministrare la stessa Fedital e ne conosceva le reali condizioniche dava la chiara idea di come, non avendone più i mezzi, la dirigenza della Fedit e della Coldiretti continuasse a pensare e ad agire come se la società fosse ancora la grande Fedit dei tempi di (???) Mizzi.

In totale l’investimento fu di 239 miliardi, nonostante al dottor Pellizzoni fosse ben nota la reale situazione e la reale capacità reddituale dell'impresa.


L’intervento ripetuto della Fedit in favore della Fedital (ex Polenghi -Lombardo) costituisce, invero,oltre, l’esempio più chiaro della cattiva gestione della società dovuta alla sottomissione ad interessi gli interessi politici. della Coldiretti.

La Fedital era una azienda che perdeva sistematicamente, ma che assicurava ai produttori di latte lombardi la vendita certa del prodotto.

Ha riferito alla Commissione l’ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'AIMA, senatore Robusti, nel corso dell'audizione del 7 ottobre 1999: "La Polenghi Lombardo ha costituito per molto tempo uno strumento significativo di supporto all'attività politica non tanto attraverso il pagamento del latte a prezzi più alti - come è accaduto per la Centrale del latte di Milano - quanto attraverso la rilevazione di risorse che servivano a gestire l'attività politica. Ciò produsse, anche per effetto di un'incredibile gestione di quella struttura, una montagna di debiti e la necessità di chiudere quella partita".


Sul punto, peraltro in una intervista all’Espresso del 27 maggio 1991, il ministro Goria faceva affermazioni di segno opposto:

"Tutti sapevano, e da gran tempo, che la Federconsorzi era sovraccarica di debiti.

(...) lL’idea di avere una propria azienda di latte (la Polenghi n.d.r.) era certamente suggestiva. Ma pagare ogni litro di latte 25 lire di più del prezzo pagato dalle aziende concorrenti ha prodotto solo bilanci in passivo e quasi 150 miliardi di debiti con le banche".


Al dottor Pellizzoni si deve, tuttavia, la riorganizzazione della struttura dirigenziale interna e l'inizio di una politica di restrizione creditizia nei confronti dei consorzi agrari .

Con la sua gestione traddittoriamente furono lanciati numerosi progetti di sviluppo, che avrebbero tutti avuto necessità di quelle risorse che la Fedit non aveva e che, così com'era, non avrebbe mai più potuto avere.

Dall'audizione diel dottor Pellizzoni svoltasi nella seduta del 20 luglio 1999: "Nacquero così tredici progetti (…), articolati in una numerosa serie di sottoprogetti. Si analizzava tutto quello che riguardava la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società controllate. Questi progetti andarono avanti in un certo modo fino al mese di aprile del 1990 e poi proseguirono in un altro modo. Si cercò di creare la massa critica necessaria per poter smuovere questa vecchia signora di 98 anni - come la chiamavo io - e che faceva fatica a muoversi"come ha riferito il .

dottor Pellizzoni nel corso dell’audizione del 20 luglio 1999.


Sul piano operativo i risultati non potevano essere che modesti.

Esisteva infatti un problema strutturale: il deficit di gestione era dovuto alla non remuneratività della stessa, in ragione degli oneri e cioè del costo dei mezzi economici impegnati, che consentiva lauti guadagni solo al sistema bancario mutuante.


Ancora dall'audizione Pellizzoni: "All'epoca il professor Capaldo stimò che gli affari gestiti da Federconsorzi e dai consorzi agrari avessero una potenzialità di utile operativo mediamente pari al 3,5 per cento……..; ciò vuol dire che, poste le vendite pari a cento, se ottengo un utile pari al 3,5 per cento, ho raggiunto la massima possibilità che può offrire il sistema competitivo nel quale opero. Il compenso dipende dal numero di giri del mio capitale per poter pagare i tassi di interesse.

In altre parole, quello che si chiama tecnicamente il ROA, cioè l'Utile Operativo diviso le Attività Nette investite, posso suddividerlo in due componenti: la prima è costituita dalle lire di fatturato prodotte come utile; la seconda è rappresentata dalle lire di investimento necessarie per generare una lira di fatturato.

Il tasso di interesse medio all’epoca era pari al 14 per cento: pertanto sarebbe stato necessario un rapporto tra Vendite e Attività nette investite uguale a 4, per ottenere una gestione equilibrata, cioè con un ROA del 14 per cento.

Tutto il mondo agricolo e cooperativo ha sempre ignorato questa seconda componente della formula: nei bilanci di queste entità economiche si osserva molto spesso un rapporto Vendite e Attività Nette investite troppo basso……: per esempio, cento miliardi di attività generano cento miliardi di vendite.

E' evidente che in passato la Federconsorzi, i consorzi agrari e le società collegate hanno ricevuto finanziamenti agevolati che purtroppo si sono trasformati successivamente in debiti a breve, perché i soldi arrivavano in ritardo.

… II bilanci avevano un attivo pesantissimo, che generava proporzionalmente uno scarsissimo fatturato e dava un utile operativo estremamente ridotto. Occorreva pertanto modificare il sistema e, per fare ciò, vi sono soltanto due possibilità: con le stesse risorse, con lo stesso attivo,….. si deve aumentare fortemente il fatturato oppure……, se ciò non è possibile (perché il mercato e la concorrenza non lo consentono), occorre ridurre drasticamente l'attivo e, contemporaneamente, l'indebitamento.…. Non bisognava essere grandi esperti per capire questa alternativa. Vi furono tuttavia delle difficoltà….. e non ho mai capito se fossero legate alla complicazione di questo concetto oppure dipendevano dal fatto che il sistema non si rassegnava alla necessità di vendere un camioncino.

Occorre considerare un arco storico di 98 anni: il sistema è stato commissariato diverse volte; ha ricevuto aiuti pubblici; è stato, per così dire, viziato. Non vi sono mai stati stimoli per introdurre elementi di imprenditorialità basati su questi concetti. (…) Era un sistema bloccato.

Ci sono stati due periodi ben precisi: quello che va dal 13 aprile 1989 al 30 giugno 1990 (che possiamo definire "piano numero 1") durante il quale, siccome le analisi del professor Capaldo e i dati che erano a disposizione all'inizio si riferivano al 1987, la dimensione del problema in termini di necessità finanziarie per poter, per così dire, "salvare il sistema" sembrava sì notevole, perché per comuni mortali parlare di 200 o 400 miliardi significava riferirsi a cifre alte, ma all'interno del sistema esistevano molte capienze in termine di patrimonio per poterlo fare.

Quando arrivai io, dopo poco, arrivarono i bilanci dei consorzi agrari del 1988: rielaborando questi dati stimai che il fabbisogno era passato da 200 ad 800 miliardi, fabbisogno che si poteva ancora ritrovare all'interno del patrimonio della Fedit. Qui finisce il primo periodo.

Dopo il 30 di giugno 1990, una volta formulato questo piano, cominciarono ad arrivare i bilanci dei consorzi agrari relativi al 1989 dai quali si poté verificare che il "gap" economico ad essi relativo era più grave di quanto previsto…….. Non solo, nel frattempo, avendo effettuato una serie di audit presso i consorzi, ci si rese conto dell'esistenza di un certo tipo di realtà. Basta immaginare che tutto ciò si verificò dal 1° luglio dell'89 e in quel lasso di tempo era stato necessario farsi rilasciare i piani triennali dei consorzi agrari e, una volta ricevuti, si dovette ovviamente valutare la loro fattibilità. Quindi, a giugno cominciammo a leggere la realtà di questi consorzi con una certa consapevolezza rispetto a prima. Effettuate queste stime, si riscontrò che il fabbisogno finanziario…… - si trattava sempre di stime e quindi non erano calcoli alla lira - si attestava intorno ai 1.500 miliardi.

Ciò voleva dire che il piano così come era stato concepito all'inizio, e che doveva essere di modernizzazione, necessitava di un adeguamento. Infatti, occorrevano degli interventi molto più drastici di quanto non previsto precedentemente……; con tali interventi si sarebbe dovuto cercare di valorizzare tutto l'avviamento che esisteva nelle attività della Federconsorzi.

In secondo luogo, era stato messo in luce un aspetto chiarissimo e cioè che il sistema presentava degli elementi di inerzia (…). Infatti, io stesso parlai in sede di comitato dell'esistenza di lacci e lacciuoli - di cui ovviamente non accuso nessuno - tuttavia, va tenuto presente al riguardo che ogni consorzio agrario aveva un suo consiglio di amministrazione e quest'ultimo era formato da diversi gruppi. Inoltre ogni volta era necessario interpellare anche le associazioni locali e poi ridiscutere tutto in base a quanto esse avevano detto. Si era… quindi in presenza di una situazione che richiedeva un processo decisionale che era certamente più vicino ai tempi della politica che non a quelli dell'imprenditorialità…., questo naturalmente detto con tutto il rispetto nei confronti della politica.

Pertanto, gli unici strumenti con cui si poteva ancora salvare la situazione erano sostanzialmente due. In primo luogo, era opportuno individuare una formula che poteva chiamarsi commissariamento……… ma anche in altri modi; noi usavamo la parola commissariamento in termini ampi considerato che generalmente i consorzi agrari si commissariavano. (…) La seconda ipotesi di soluzione era che Federconsorzi intraprendesse quella che oggi definiremmo una privatizzazione.

Intendo dire che dal momento che la legge istitutiva del 1948 garantiva a questo istituto certi privilegi, forse era il caso di trasformarlo in una sorta di "fondazione" individuando, per tutte le principali attività, dei partners imprenditori, i quali avrebbero potuto assicurare due aspetti molto importanti: in primo luogo assicurare del capitale fresco risolvendo il problema della mancanza del capitale proprio; …….infatti non c'era la possibilità di raccogliere capitale proprio in quanto per farlo sarebbe stato necessario rivolgersi direttamente agli agricoltori e chiedere loro soldi sarebbe stata una cosa ovviamente impossibile. In secondo luogo, questi imprenditori avrebbero portato in tutte le attività, soprattutto quelle industriali quell'imprenditorialità che, malgrado il massiccio e massacrante inserimento di consulenti, non si riusciva a garantire al sistema.

(…) Da parte delle Confederazioni agricole vennero iniziate una serie di attività che possiamo definire di ricerca di aiuti esterni. Al riguardo debbo dire…… - non ricordo se questa mia affermazione sia riportata nel verbale che mi riguarda - che osservai che il giorno che sarebbero arrivati degli aiuti esterni senza però che si fosse riusciti a cambiare il sistema e qualora la legge me lo avesse permesso, mi sarei dimesso. Infatti, ciò avrebbe voluto dire inserire dei quattrini in un contesto, ma poi continuare tutto come prima.

(…) Quasi per dare una provocazione al sistema, per vedere come avrebbe reagito, chiedemmo al Ministero se metteva in liquidazione coatta amministrativa sei consorzi agrari; il Ministero puntualmente lo ha fatto ed è venuto fuori il "caos", perché per la prima volta Federconsorzi non si è surrogata ai debiti dei consorzi agrari, con una ripercussione politica notevolissima. Devo dire però che lo rifarei domani mattina, perché per lo meno uno scossone venne dato."

La Coldiretti perseguì fino all'ultimo, come ricordato dal dottor Pellizzoni, la via Con lo sterile trascorrere del tempo la situazione della Federconsorzi si aggravava sempre di più.

Nella seconda metà dell' anno 1990 e nei primi mesi dell'anno 1991, il tema dominante era cambiato; ai progetti di ristrutturazione e di rilancio, che erano costati miliardi in consulenze, si era sostituta una sempre più drammatica evidenza: a causa del continuo peggioramento della situazione, perché agli studi ed ai proclami non facevano seguito i fatti, non si trattava più di rilanciare la Federconsorzi ma di tentarne il salvataggio.

Infatti, se nelle riunioni del Comitato esecutivo dei primi mesi del 1990 si cominciano a rendere espliciti i pericoli, nel corso del Comitato esecutivo del 3 agosto 1990 - si era quindi nella seconda metà dell'esercizio - il responsabile finanziario della Fedit, dottor Bambara, dichiarava che solo a condizione che: i consorzi agrari privi di un adeguato bacino di utenza fossero accorpati; fossero ceduti rami di azienda ed immobili consortili; fossero creati poli di servizi con conferimento a società nazionali di stabilimenti della Fedit; si vendessero beni mobili ed immobili, il bilancio 1990, sia pur con qualche difficoltà, sarebbe risultato in pareggio.

E' infine significativo, per valutare l'attendibilità dello stesso bilancio, il fatto che, nonostante nessuno degli elencati presupposti (che avrebbero in verità richiesto ben più dei residui cinque mesi per realizzarsi), si fosse concretizzato, esso fu chiuso comunque in pareggio!

In data 1° febbraio 1991 il dottor Pellizzoni affermava dinanzi al C.E.omitato esecutivo della Federconsorzi:

"..(…) uUn ulteriore elemento di preoccupazione è dato dalla timorosa attenzione dimostrata dalle banche nei confronti dei Cap e della Federconsorzi. Esse considerano la loro esposizione nei confronti del sistema Federconsortile rischiosa, chiedono di analizzare i conti ed i programmi ed avvertono il limite della nostra azione costituito dall'assenza di azionisti finanziatori …(…) alla domanda formulata dai banchieri su quali siano i fattori di successo del piano egli ha risposto che sono tre: la disponibilità di operatori industriali a porre in essere alleanze strategiche; il sostegno di un pool di banche; la volontà del paese di rivitalizzare la Federconsorzi quale insostituibile strumento di sostegno del settore agricolo".

INSERIRE?.


E finalmente al C.E.omitato esecutivo del 14 maggio 1991, e cioè di tre giorni prima del commissariamento, il dottor Paolo Bambara, direttore dell'area finanza, affermava: "La Federazione si trova oggi in una situazione di scarsa liquidità dovuta principalmente alla mancata attuazione delle dismissioni previste nel piano e all'inadempimento dei consorzi agrari anche con riguardo alle forniture correnti.

(…) Questa situazione di carente liquidità ha consigliato di differire taluni pagamenti ad alcuni fornitori ed ha prodotto una timorosa attenzione del sistema bancario che tuttavia mostra nei confronti della Federazione una residua significativa disponibilità". (n.d.r. Credito Italiano ) .

A commissariamento avvenuto, il dottor Pellizzoni fu estromesso; fu additato come corresponsabile di unel commissariamento che avrebbe voluto cogestire e che, invece, lo vide in posizione di totale esautoramento e, quasi beffardamente, nominato dal ministro Goria come proprio "consulente speciale", che indicava una funzione che che non aveva mai esercitato e che mnon avrebbe maiai esercitatoò.

In sintesi ed in definitiva è opinione della Commissione che il dottor Pellizzoni, in anni in cui era ancora molto forte la sudditanza dell'impresa alla politica, si comportò come uno dei tanti amministratori che, in cambio di una lautissima retribuzione, accettarono di abdicare al loro ruolo sostanziale.

Egli enon riuscì ad assumere quelle determinazioni che la legge, e prima ancora le regole economiche, gli imponevano, rimettendosi, di fatto, alla volontà di chi dall'esterno governava, contro la legge, effettivamente la Fedit.

A tutto ciò va aggiunto che la condizione in cui si trovava la Federconsorzi, per le ragioni statutarie più volte ricordate, di grave mancanza di mezzi finanziari propri, costituiva un limite operativo oggettivo.

Ma la sottocapitalizzazione in sé non fu la ragione decisiva della crisi.

Innanzitutto si deve osservare che, nei decenni precedenti il 1980, la Federconsorzi - che aveva lo stesso capitale simbolico - aveva tanto prosperato da diventare la grande organizzazione -"holding" di fatto - descritta nel capitolo quarto.

In secondo luogo il ricorso sistematico al credito bancario non era affatto un connotato esclusivo della Fedit.


Al dottor Pellizzoni fu affidata l’impossibile missione di risollevare le sorti del sistema senza intervenire sulle ragioni strutturali che ne avevano determinato la crisi e che consistevano nella organizzazione stessa del sistema federconsortile e nell'ormai consolidato snaturamento delle funzioni delle Federconsorzi in un ente assistenziale.

Le sue reali difficoltà non erano di ordine tecnico ma sistemico. Gli era stato richiesto un trapianto impossibile: una politica di gestione ispirata a criteri di economicità e profitto in un organismo cooperativo eterogovernato.

Gli furono dati ampi poteri formali, ma il potere decisionale reale rimase saldamente nelle mani delle associazioni sindacali ed in particolare della Coldiretti e dell'onorevole Lobianco.

Sembra, quindi, alla Commissione che la guida del dott.or Pellizzoni non abbia potuto alleviare l'indebitamento ed abbia anzi accellerareaccelerato la crisi della Fedit.

Ciò non toglie che gli siano addebitabili, come si è evidenziato, errori di valutazione ed una consapevole manipolazione dei bilanci d’esercizio.




32.

2. I primi allarmi a livello ministeriale sullo stato di crisi della Federconsorzi


La Commissione ha acquisito una qualificata diagnosi tecnica sulla reale situazione della Federconsorzi, eseguita poco tempo prima dell’insediamento dell'onorevolei Goria al Ministero dell’agricoltura.

Infatti il professor Saccomandi, ministro dell’agricoltura dal 27 luglio 1990 al 12 aprile 1991 nel VI governo Andreotti, affidò ad un consulente della società Arthur Andersen, il dottor Carlo Artusi, che in quel tempo lavorava presso il Ministero dell'agricoltura per l'analisi dei problemi della cooperazione, il compito di monitorare la Federconsorzi e di riferirgli.

Le valutazioni dell’ dottor Artusi, riferite al Ministro, sono le seguenti, come da lui ricostruite: "In tale veste, ebbi due riunioni informali con il vertice di Federconsorzi (Dottor Pellizzoni e Dottor Bambara) nelle quali, unitamente al Dottor Carlo Cocco, vice capo di Gabinetto del M.A.F. - e presidente del collegio sindacale della Fedit! (n.d.r.) - esaminammo le grandi linee della situazione finanziaria Federconsorzi (…) a quanto ricordo, emergeva, in sintesi, una situazione finanziaria molto grave, caratterizzata da alto indebitamento verso banche fronteggiato da crediti verso consorzi agrari di difficile esigibilità immediata ed un patrimonio immobilizzato di lenta e complessa dismissione.

In particolare, per quanto ricordo:


il conto economico composto in gran parte di ricavi derivanti da operazioni con il sistema dei consorzi agrari, non generava flussi di cassa tali da ridurre l’indebitamento. Più in dettaglio, parte dei ricavi riguardavano interessi attivi e interessi di mora verso consorzi agrari non in grado di pagare


dal punto di vista del capitale circolante, la crisi che coinvolgeva i singoli consorzi agrari, impedendo di fatto il pagamento dei loro debiti verso Federconsorzi, era fonte di una supervalutazione dell’attivo, voce crediti, che generava uno sbilancio finanziario di grande ammontare


il rilevante indebitamento verso il sistema bancario era generato, oltre che dagli investimenti fissi, dalla necessità di copertura di debiti in assenza di incasso dei crediti descritti


il patrimonio immobiliare si presentava di difficile e lenta dismissione, anche se le ipotesi di valore attribuito dai dirigenti Federconsorzi erano molto elevate


tra le partecipazioni, alcune erano facilmente cedibili altre erano di difficile dismissione a causa dell’andamento economico e della tipologia di business.

Quindi una richiesta di rientro da parte di una o più banche avrebbe immediatamente generato uno stato di crisi, peraltro non sanabile nel breve periodo, e probabilmente un effetto "domino" su tutte le altre banche esposte.

Di questo, nell’appunto e a voce, ritengo in due o tre riunioni, discussi con il Ministro, ipotizzando scenari di risanamento che potessero salvaguardare la struttura avviando contemporaneamente processi di reperimento di risorse finanziarie, attraverso dismissioni o altro, che potessero ridurre l’indebitamento.


Gli scenari di risanamento discussi prevedevano (…) ipotesi (…) (di) (…) moratoria del debito verso banche con scadenzamento a lungo termine e a fronte di realizzi patrimoniali e riduzione del carico di interessi (…)


un’analisi approfondita dell’andamento dei consorzi agrari allo scopo di capire se era possibile e quando per loro pagare i debiti verso Federconsorzi, ipotizzando anche per loro, peraltro indebitati verso il sistema bancario, azioni simili a quelle descritte per Federconsorzi


indagini dettagliate su eventuali crediti e/o pretese che Federconsorzi potesse vantare nei confronti dello Stato e che erano ventilate dal management Federconsorzi (…)


un’analisi del "valore di mercato" del patrimonio immobiliare e della "vendibilità" e relativi tempi di realizzo


una valutazione delle possibilità di ridurre i costi di gestione per ricondurre il conto economico in attivo e generare "cassa da inquadrare in un piano organico che potesse essere discusso con le parti interessate ed, eventualmente, con il loro supporto messo in atto. Peraltro, dopo poco tempo, credo un mese, il Governo cadde ed il Ministro non fu riconfermato".

Non è dato sapere se i risultati di tale lavoro furono comunicati al successore diel professor Saccomandi, il ministro Goria, ma esistono indizi che depongono per una risposta affermativa.

Basta considerare che una delle soluzioni indicate, e cioè la moratoria degli intessi bancari, fu fatta propria dal ministro Goria, il quale era perfettamente informato sulla reale situazione del sistema come di seguito si vedrà meglio.



Le ragioni del dissesto


La Commissione ha ritenuto di acquisire un ampio spettro di valutazioni e di approfondimenti tecnici sulle ragioni della crisi del sistema Federconsorzi-consorzi agrari, per consentire una visione completa delle diverse posizioni, verificarne la fondatezza e pervenire, infine, in forma documentata e dialettica, a proprie conclusioni supportate dagli approfondimenti compiuti.

Conseguente e correlato a queste, si rivelerà il convincimento maturato dalla Commissione in ordine all’esistenza o meno di un’effettiva condizione d’insolvenza della Federconsorzi all’atto del commissariamento e della richiesta di concordato preventivo.

La Commissione ha acquisito una pluralità di valutazioni sulle ragioni della crisi del sistema Federconsorzi-consorzi agrari.


323.1 La tesi degli amministratori della Federconsorzi


Secondo gli amministratori della Fedit le ragioni della crisi consistevano nella non adeguata capitalizzazione, a causa della struttura cooperativa; nelle funzioni di supporto sociale assolte dalla Fedit nelle campagne in mancanza di pubblici interventi; nella crisi dell’agricoltura in generale, nell'inadeguatezza del modello gestionale ed organizzativo; infine nel sostegno dato ai consorzi.



323.2 Le valutazioni dei giudici fallimentari


La sentenza di omologazione del concordato preventivo della Federconsorzi, adottata il 23 luglio 1992, identifica tre principali cause del dissesto.

L'erogazione di crediti ai consorzi agrari senza alcuna valutazione del rischio di insolvenza, o addirittura, con la consapevolezza del rischio stesso, poi verificatosi.

L'utilizzazione antieconomica del patrimonio, attuata attraverso la concessione in locazione a canoni irrisori od in comodato gratuito di immobili anche prestigiosi (con conseguenze, oltre che sul reddito di esercizio, anche sul valore dìi scambio del bene).

Gli oneri derivanti dall'indebitamento bancario reso necessario per concedere credito ai consorzi nella misura e con l'avvedutezza anzidetta.


323.3 Le valutazioni del cCommissario giudiziale


Scriveva il commissario giudiziale Picardi in data 21 gennaio 1992 nella relazione particolareggiata sul concordato preventivo Fedrconsorzi:

"(…) Come spesso accade in casi simili, alla base dell’insolvenza non si rinviene un’unica causa, ma un complesso di anomalie economico-funzionali, sia di origine oggettiva, dipendenti cioè da accadimenti estranei al potere dispositivo dell' imprenditore e dallo stesso imprevedibili e incontrollabili, sia di origine soggettiva, aventi cioè correlazione con il comportamento e con le scelte degli amministratori.

(…) Verosimilmente, una prima, e forse fondamentale, causa dei dissesto, va colta nello stesso contesto nel quale la Federconsorzi ha operato. Il mondo agricolo frammentato in numerosissime imprese spesso di dimensioni molto modeste (…).Si aggiunga la notevole rigidità dei mercato agricolo (…) caratterizzato da una scarsa attitudine a seguire la legge della domanda e dell’offerta, e influenzato, invece, dalla incidenza dei fattori naturali sulla produzione.

(…) Come si è accennato, la Federconsorzi spesso ha finito per operare non da società lucrativa, ma secondo la logica di una società consortile, già prima della legge 10 maggio 1976 n. 377. Si è così costatato, di frequente, la disapplicazione di alcune disposizioni attinenti allo scopo lucrativo e la sua sostituzione con la funzione consortile. Un’analisi approfondita sulle ragioni della crisi della Federconsorzi si rinviene nella relazione particolareggiata sul concordato preventivo Federconsorzi, redatta in data 21 gennaio 1992 dal commissario giudiziale professor Picardi.

In essa si assume che alla base della condizione della Federconsorzi definita come d’insolvenza non c’era una sola causa ma un complesso di "anomalie economico-funzionali" dipendenti in parte "da accadimenti estranei al potere dispositivo dell'imprenditore e dallo stesso imprevedibili e incontrollabili" ed in parte dal comportamento e dalle scelte degli amministratori.

Si può convenire con il commissario giudiziale sull’analisi del contesto della Federconsorzi "costituito da un "mondo agricolo frammentato in numerosissime imprese spesso di dimensioni molto modeste(…) nonché sulla "notevole rigidità dei mercato agricolo (…) caratterizzato da una scarsa attitudine a seguire la legge della domanda e dell’offerta, e influenzato, invece, dalla incidenza dei fattori naturali sulla produzione".

Non sembra invece condivisibile che tutto ciò costituì una concausa del dissesto perché il quadro descritto accompagnò tutta la vita della Federconsorzi e, quindi, anche i lunghi periodi di fulgore e non i soli anni del declino.

Di decisiva importanza sembra invece la condivisibile osservazione che: "(…) la Federconsorzi spesso ha finito per operare non da società lucrativa, ma secondo la logica di una società consortile, già prima della legge 10 maggio 1976 n. 377. Si è così costatato, di frequente, la disapplicazione di alcune disposizioni attinenti allo scopo lucrativo e la sua sostituzione con la funzione consortile.


(…) Probabilmente questa è una delle prime cause della odierna insolvenza. Causa latente, sotterranea, con radici lontane, ed emersa, nella sua gravità, solo in tempi recenti".

Anche l’esplorazione e l’approfondimento del rapporto creditizio tra Federconsorzi e consorzi agrari coglie indiscutibilmente nel segno e merita una ampia citazione: " (…) Un'ulteriore causa della attuale insolvenza della Federconsorzi è, poi, ascrivibile all’andamento economico e finanziario negativo di vari consorzi agrari Provinciali (…). I Consorzi hanno gestito, in ambito provinciale, i rapporti con gli agricoltori, allargando le sfere di attività, e comprendendo non solo l’attività di intermediazione commerciale (per l’acquisto e la rivendita di prodotti agricoli), ma affiancandovi anche, spesso, attività di produzione diretta, per la quale non tutti i consorzi erano attrezzati finanziariamente, tecnicamente e professionalmente.

A seguito di tali attività, i consorzi agrari si trovano, oggi, in una grave crisi di liquidità, dovuta, per lo più, alla politica creditizia adottata verso gli agricoltori. A questi ultimi venivano, infatti, concesse lunghe dilazioni, che giungevano a superare, a volte, i duecento giorni.

I consorzi agrari si trovano, oggi, in una grave crisi di liquidità, dovuta, per lo più, alla politica creditizia adottata verso gli agricoltori. A questi ultimi venivano, infatti, concesse lunghe dilazioni, che giungevano a superare, a volte, i duecento giorni. Tali dilazioni non venivano coordinate con le dilazioni massime concesse dai fornitori. La mancanza di una capitalizzazione e della possibilità di fornirsi di mezzi propri, al pari di un’azienda comune, hanno, così, indotto i Consorzi a tentare di risolvere lo squilibrio, aumentando il loro indebitamento nei confronti della Federazione, e trasferendo su di essa gli oneri finanziari.

In altri termini, il nesso che si è venuto a creare tra Federconsorzi, Cap ed agricoltori sta alla base di una plausibile spiegazione della crisi nella quale ha finito con il trovarsi coinvolta la Società ammessa al concordato preventivo.

(…) Le difficoltà degli agricoltori si sono riversate sui Cap che li sostenevano e ne erano creditori.

Le difficoltà (e, a volte, la cattiva gestione) del Cap si sono riversate, a loro turno, sulla Federconsorzi, che, in concreto, ne costituiva il supporto e ne assicurava la sopravvivenza.

(…) Sono state sostanzialmente trasferite, al Consorzi in crisi, risorse finanziarie che, in una ottica di economicità, avrebbero dovuto essere attribuite, piuttosto, ai Consorzi sani, i quali in qualche caso se ne sono doluti.

(…) L’impegno crescente e, progressivamente assunto, dalla Federconsorzi, verso i Cap, in dipendenza prevalentemente delle operazioni di finanziamento commerciale, è testimoniato dalla dilazione dei crediti Federconsorzi verso i Consorzi. Si tratta, spesso, di forniture concesse ai Consorzi Agrari e da questi ultimi non pagate. Nel 1986 il credito complessivo ammontava a 1.187 miliardi, ed è progressivamente aumentato fino a raggiungere, nel 1990, l’importo di 2.114 miliardi.

La differenza fra i due importi, pari a 927 miliardi, non rispecchia, peraltro, la reale entità dello sforzo finanziario profuso nei confronti del Consorzi Agrari, poiché, nel frattempo, sono stati abbandonati, e, dunque, azzerati, perché non più esigibili, crediti per 618 miliardi.

A fronte di queste operazioni, dovendo la Federconsorzi acquistare sul mercato le forniture da attribuire, poi, al Cap, va sottolineato il crescente indebitamento, determinato dalla necessità di reperire i mezzi finanziari a ciò destinati. Da una esposizione verso gli istituti di credito, che nel 1986 era di 1.072 miliardi, si è passati ai 3.508 miliardi dei 1990.

La differenza dell’indebitamento, nel quinquennio 1986/1990, è pari a 2.436 miliardi".

Il professor Picardi rilevava inoltre un dato di notevole interesse e cioè una tecnica di appostazione contabile e di rappresentazione dei fatti economici nel bilancio che concorreva a consentire agli amministratori di pubblicizzare una situazione economica e finanziaria notevolmente migliore di quella effettiva.

Osservava, infatti, che: "(…) Nei conti economici Federconsorzi figura costantemente una particolare contrapposizione tra proventi e oneri finanziari. Una pur sommaria ed approssimativa ricostruzione lascia presumere che la differenza, ora segnalata, sia coperta dalle operazioni di finanziamento a favore dei Cap per 1.545 miliardi (927 md + 618 md), dagli impegni relativi all’investimento in partecipazioni per circa 600 miliardi, e dall’incremento dei credito verso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, riferito alla passata gestione degli ammassi, per circa 200 miliardi.

Nei conti economici Federconsorzi figura costantemente una particolare contrapposizione tra proventi e oneri finanziari.


Mentre gli oneri finanziari sono stati effettivi e realmente sostenuti, riferendosi ad interessi concretamente liquidati per l’esposizione verso gli istituti di credito, la considerazione dei proventi finanziari poggia più che altro su di una rilevazione meramente contabile, riferita cioè ad interessi attivi calcolati sul credito verso i Cap e verso il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, a tassi di circa tre o quattro punti superiori a quelli di mercato.

Parte di tali crediti, tuttavia, presentano (…) difficoltà di incasso, così come problematico appare il conseguimento dei relativi interessi. La differenza, quindi, sempre positiva, tra proventi e oneri finanziari risulta essere, più che altro, il frutto di una mera operazione contabile, tendente a migliorare il risultato economico riferito alla gestione ordinaria, nonché ad assorbire partite straordinarie di costo e, perciò, a condizionare, in definitiva, positivamente ogni eventuale valutazione sulla gestione". Sul piano più strettamente patrimoniale, va sottolineato che il crescente indebitamento verso terzi, ed in particolare verso il sistema bancario, si contrappone alla lievitazione dei complessivi crediti verso i beneficiari del mezzi finanziari, in tal modo reperiti. L’applicazione di crediti rigorosi di abbattimento dei crediti, tenuto conto della dubbia realizzabilità di una buona parte di essi, è, pertanto, uno dei fattori determinanti, dello squilibrio tra attivo e passivo.

Una delle ragioni di forza della Federconsorzi era costituita, dalla rete commerciale; estremamente ramificata e disseminata nel territorio nazionale, posta in essere dai Consorzi Agrari Provinciali, veri e propri canali distributivi per i prodotti ed i servizi. Tale rete di commercializzazione si doveva rivelare, però, anche un punto di debolezza, In quanto non era assicurata da obblighi giuridici e vincolati, bensì dipendeva dal rapporto intercorrente fra Federconsorzi e Cap. La prima "doveva", perciò, tenere in vita i secondi, con ogni mezzo e con ogni sforzo, se voleva continuare ad usufruire della rete distributiva, imperniata sui Consorzi Agrari Provinciali.

La Federconsorzi, alla pari del Cap, è una cooperativa, e cioè una società a capitale variabile, dotata di mezzi propri pressocchè trascurabili. L’insufficiente e inesistente capitalizzazione ha causato la necessità di ricorso ai sistema bancario, per l’approvvigionamento dei mezzi finanziari occorrenti alla politica gestionale. Gli usuali parametri proporzionali fra capitali di rischio e capitali presi a prestito sono qui pressocché azzerati in partenza, esponendo l’impresa ai più gravi rischi nel casi nel quali ragioni intrinseche o congiunturali rendono più difficile l’esercizio delle attività.

I Cap assumendo anche attività di produzione diretta hanno finito per deviare dai loro obiettivi primari, la Federconsorzi, oltre ad intensificare in maniera abnorme la sua opera di sostegno versi i Consorzi medesimi, si è impegnata in attività industriali (vedi ad es. Arsol, Siapa, Fedital, Zuccherificio Castiglionese, ecc.), finanziarie e assicurativa (vedi Fata e Banca Credito Agrario di Ferrara), attraverso l’assunzione diretta o indiretta di partecipazioni. Ai mezzi finanziari occorrenti per l’acquisizione della partecipazione e per le successive, imprescindibili esigenze di ricapitalizzazione delle nuove partecipate (attraverso vari aumenti di capitale), si sono, tuttavia, aggiunte le necessità derivanti dalla copertura delle perdite verificatesi presso alcune delle partecipate stesse.

Un caso emblematico è rappresentato dalla Fedital, che ha richiesto interventi di copertura, a fronte di una perdita di oltre £ 200 miliardi accumulatasi tra 1988 e 1990.

Considerato che, come si è detto, la Federconsorzi manca sia di una propria capitalizzazione sia della possibilità di rifornirsi di mezzi propri al pari di una holding comune, si può agevolmente intuire come il mercato creditizio e, quindi, l’indebitamento, sia stato, anche relativamente al settore partecipazioni, l’unica via per reperire i necessari mezzi finanziari.

Il costo complessivo (riferito, cioè, alla acquisizione dell’investimento, alla eventuale ricapitalizzazione e al ripianamento delle perdite) delle partecipazioni ammonta, nel quinquennio 1986/1990, a circa 600 miliardi di lire.

Va aggiunto che l’espansione delle attività, ed in particolare di quelle indirettamente esercitate, attraverso le partecipate, ha avuto costi superiori rispetto a quelli apparenti e commisurati all’importo degli investimenti. Infatti la detta espansione ha comportato, per la Federconsorzi, un sovradimensionamento, per il quale essa era impreparata. La gestione delle società controllate, per quel che risulta e per quel che è possibile oggi verificare, non è stata tenuta in modo adeguatamente organizzato e soddisfacente.

Solo in tempi recentissimi, e cioè dopo il commissariamento, è stata posta in essere su meritoria iniziativa del Commissari governativi un’opera di integrale ricostruzione, classificazione ed analisi delle società controllate. Tanto vero che solo nel corso della procedura, e in dipendenza di successivi aggiornamenti, gli organi del concordato preventivo hanno potuto prendere concreta ed esauriente cognizione di tutte le partecipazioni. E’ evidente che la mancanza di una adeguata ed unitaria gestione delle partecipazioni ha determinato costi supplementari, in dipendenza di maggiori perdite, minori introiti, mancati od erronei interventi, la cui quantificazione è impossibile. Va, infine, rivelato che l’espansione delle attività e il sovra dimensionamento, di cui si è detto, avrebbero implicato la necessità di una politica da holding, che, per quel che è dato rilevare, nella Federconsorzi è mancata.

Gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati, in alcuni casi, con criteri diversi da quelli di economicità e redditività.

Sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento, non remunerative, a favore di soggetti appartenenti al mondo agricolo, ingenerandosi, a posteriori, dubbi e perplessità sul "ritorno" dipendente da tali utilizzazioni. Come si vedrà, persino le locazioni a terzi non sempre corrispondono ai prezzi di mercato.

E’ verosimile che, nei complesso delle cause che hanno determinato l’insolvenza, questa ora accennata sia una delle minori. Ma, in attesa di eventuali approfondimenti, non poteva essere taciuta.

Altro elemento di insufficienza gestionale è rappresentato dalla tenuta della contabilità, che, sino a poco tempo fa….. non è stata all’altezza delle necessità di un soggetto imprenditoriale delle dimensioni della Federconsorzi.

La documentazione contabile e la proiezione, su libri e registri, delle attività esercitate costituiscono, in primo luogo, la fonte di informazione per l’imprenditore, indispensabile per adottare tempestivamente le iniziative e le correzioni di rotta, che risultino imprescindibili.

La Federconsorzi, solo in tempi relativamente recenti ha, invece, cominciato a dotarsi di una attrezzatura contabile, pari alle sue esigenze. Anche questo è uno del motivi che non ha consentito la percezione tempestiva della crisi e delle sue proporzioni e, quindi, può essere indicato come una causa dell’insolvenza.".

Di non minore importanza è, inoltre, il rilievo che il costo complessivo delle partecipazioni, assunte dalla Federconsorzi, comprendente l’acquisizione e gli investimenti ad ogni titolo, ammontava, nel quinquennio 1986/1990, a circa 600 miliardi di lire e che, in particolare, la Fedital aveva richiesto interventi di ben 200 miliardi per coprire le perdite accumulatesi tra 1988 e 1990.

Anche a tal fine la Federconsorzi non poté che ricorrere all'indebitamento bancario aggravando il suo squilibrio.

Gli immobili di proprietà e le società immobiliari, infine, secondo il

commissario erano stati amministrati, "in alcuni casi, con criteri diversi da quelli di economicità e redditività" privilegiando "forme di godimento, non remunerative, a favore di soggetti appartenenti al mondo agricolo" (…) persino le locazioni a terzi non sempre corrispondono ai prezzi di mercato".


N.B.Variazione del titolo


23.4 Le valutazioni dei consulenti Sica-martellini-carbonettidella procedura fallimentare.


3.4 Le valutazioni dei consulenti Carbonetti, Martellini e Sica


Il giudice delegato, dottor Ivo Greco, autorizzò, in data 5 maggio 1992, i commissari governativi a conferire all'avvocato Lucio Ghia, alla professoressa Maria Martellini ed al professor Mario Sica l’incarico l fine di compiere accertamenti sulle cause del dissesto, dando loro iede mandato ad alcuni esperti l’incarico di esaminare i bilanci gli ultimi cinque bilanci della Federconsorzi dal 1986 al 1990.

Con provvedimento in data 12 maggio 1992, il collegio degli esperti, su istanza del commissario giudiziale prof.essor Picardi, che aveva chiesto un accertamento tecnico contabile, fu integrato con la designazione da parte del giudice delegato del professor Francesco Carbonetti.


L'avvocato Ghia - che era il legale che aveva presentato la richiesta della Fedit di ammissione al concordato preventivo - solo nel luglio 1992 cessò di far parte del gruppo.

Il prof.essor Carbonetti era da tre anni presidente della banca Fideuram, creditrice della Federconsorzi e sarebbe diventato, successivamente presidente della SGR.

La relazione degli esperti fu depositata in data 16 marzo 1993 .

In pari data il prof.essor Carbonetti redasse un documento sulle eventuali responsabilità penali connesse alla gestione, acquisito dal P.M. pubblico ministero di Roma con decreto del 18 aprile 1993.

I I risultati che tale consulenza da essi raggiunse, nonostante le perplessità che suscita la posizione del prof.essor Carbonetti, vanno, tuttavia, ricordati. ti, la cui importanza consiste nell’essere stati fatti propri dal Tribunale fallimentare di Roma, sembrano, alla Commissione, inficiati dalle ragioni, di seguito esposte, che integrano una delle numerose anomalie della procedura fallimentare, delle quali si tratterà diffusamente in seguito. La scelta dei consulenti incaricati dal giudice delegato Greco di esaminare gli ultimi cinque bilanci della Federconsorzi, al fine di compiere accertamenti sulle cause del dissesto, suscita notevoli perplessità.


L'incarico fu dapprima conferito, in data 5 maggio 1992, all'avv.ocato Lucio Ghia, alla professoressa Maria Martellini ed al professor Mario Sica.

L'avvocato Ghia era il legale che aveva presentato la richiesta della Fedit di ammissione al concordato preventivo. Appare evidente l'incompatibilità logica e giuridica.

La professoressa Martellini, di Milano era fiduciaria del commissario governative Locatelli.


commissariamento (maggio 1991). Gli esperti distinguonoevano, "sotto il duplice profilo della loro chiarezza e verità", bilanci relativi agli esercizi 1986-1988 dagli ultimi due giudicando i primi "estremamente carenti nella loro capacità informativa" al punto da non fornire una "informazione chiara e veritiera circa la situazione patrimoniale e l’andamento economico della società".

Ma anche gli ultimi due, se appaiono al collegio rivano sufficientemente chiarie determinavano "riserve relative al congruo apprezzamento di talune poste, in particolare di quelle attinenti ai crediti e alle immobilizzazioni finanziarie".

Anche in merito all’operato degli amministratori, i tre professori distinguonoevano fra il periodo anteriore al giugno 1989 e quello che si chiudeva con il commissariamento (maggio 1991):

"(…) Nel primo periodo, le gravissime conseguenze sulla situazione finanziaria, economica e patrimoniale della Federconsorzi del progressivo dissesto di molti Consorzi e di talune società controllate sono sostanzialmente ignorate dagli organi collegiali.

Il secondo periodo è, invece, caratterizzato da una crescente consapevolezza del problema. Gli organi amministrativi finalmente formulano piani di risanamento, i cui tentativi di attuazione peraltro si scontrano con resistenze che si rivelano insormontabili.

La ragione fondamentale di tale insuccesso va probabilmente individuata nella incoerenza tra il quadro giuridico, che garantiva ai consorzi piena autonomia, e la prassi, che attribuiva alla Federconsorzi la responsabilità di assicurare ai consorzi stessi ogni necessario supporto finanziario; sicché la Federconsorzi finiva per assumersi i doveri di una holding senza disporre del relativo potere di comando".

Non é agevole individuare il preciso momento in cui può ritenersi acquisita la certezza della inevitabilità del dissesto. Può peraltro rilevarsi che la preoccupazione per le ragioni dei terzi - vale a dire il timore che l’accumularsi degli oneri finanziari finisse per azzerare il valore del patrimonio netto - comincia ad emergere all’inizio del 1990 e si intensifica con il trascorrere del tempo. All’inizio del 1991 appare ormai chiaro che il salvataggio del sistema federconsortile non può più essere ragionevolmente perseguita con risorse generate al suo interno e richiederebbe un intervento esterno, del quale però non si intravedono concreti profili di realizzabilità.

Discorso in parte analogo può farsi con riguardo ai rapporti finanziari con le società controllate. Un atteggiamento di sostanziale noncuranza per le perdite di gestione di molte di esse, coperte da sistematiche ricapitalizzazioni, viene improvvisamente interrotto, alla fine del 1988, dal presentarsi, in tutta la sua drammaticità, della crisi della Fedital. Il piano di risanamento di quest’ultima, fondato su ingenti apporti di capitale, si dispiega in un prospettiva temporale troppo lunga rispetto all’incombere del dissesto della stessa Federconsorzi.

In definitiva gli effetti dirompenti sul bilancio della Federconsorzi dei rapporti finanziari tanto con i Consorzi quanto con le società controllate divengono oggetto di attenzione degli organi amministrativi quando probabilmente é ormai troppo tardi per porvi rimedio, tenuto conto anche delle difficoltà culturali e ambientali con cui ogni tentativo di modificare prassi inveterate era destinato a scontrarsi.

E’ ragionevole supporre che, se fossero state in uso procedure contabili e di controllo di gestione adeguate alla complessa realtà operativa della società, avrebbero potuto essere colti con maggiore tempestività i segnali dello squilibrio economico e finanziario che poi ha condotto alla crisi.

Il dissesto della Federconsorzi, per vero, affonda le sue radici in fatti e comportamenti risalenti assai indietro nel tempo caratterizzati da trascuranza per quella logica di economicità cui ogni impresa, pur nel rispetto della propria specifica missione, deve necessariamente ispirarsi."

La conclusione degli stessi esperti è che: "All’inizio del 1991 appare ormai chiaro che il salvataggio del sistema federconsortile non può più essere ragionevolmente perseguito con risorse generate al suo interno e richiederebbe un intervento esterno, del quale però non si s’intravedono concreti profili di realizzabilità".


323.5 Le valutazioni dei consulenti del pubblico ministero di Roma nel procedimento a carico degli amministratori della Federconsorzi


Un importante documento tecnico è costituto dalla consulenza tecnico-contabile fatta eseguire ad un gruppo d’esperti dal pubblico ministero di Roma, nell’ambito del procedimento penale a carico degli amministratori della Federconsorzi perché essa contiene valutazioni sistematiche di rilievo che sembrano alla Commissione in larga misura condivisibili.

In esso si legge che: "La Federconsorzi si colloca in un sistema nel quale tutti i soggetti interessati, (consorzi agrari, società controllate e la stessa Federconsorzi) si muovevano in circuito chiuso, al di fuori del regime di mercato. La produzione di beni aveva normalmente un cliente unico ed esclusivo il quale, a sua volta, rappresentava il tramite per il collocamento e la distribuzione dei prodotti presso i vari Consorzi per raggiungere, infine, l'impresa agricola.

La Federconsorzi svolgeva ancora nei confronti dei suoi soci ex lege, i consorzi agrari, una importante funzione di credito (…). Nell'attivo registrato all'epoca del commissariamento, emergono e primeggiano i crediti verso i consorzi, crediti che avevano un valore contabile di lire 2.349.156 milioni, somma enorme che poneva in risalto un indebitamento sempre crescente e con scarse possibilità di realizzo.

(…) Se poi si considera che la Federconsorzi effettuò finanziamenti diretti o indiretti ai Cap o rinnovò cambiali agrarie ormai da tempo scadute, può formularsi una prima conclusione: la funzione di credito nei confronti dei Cap fu gestita senza alcuna valutazione del rischio o, addirittura, con la consapevolezza del rischio. Non sembra al Collegio che la politica di credito seguita da Federconsorzi possa essere giustificata da finalità mutualistiche".

La Commissione condivide in particolare l’assunto che lo scopo mutualistico connesso alla forma di cooperativa assunta da Federconsorzi aveva un limite invalicabile nell'interesse comune, nel senso che l'adozione di strumenti di soccorso in favore di alcuni consorzi in crisi finanziaria doveva trovare riscontro e giustificazione nella realizzazione dell’interesse di tutti i soci e, quindi, della stessa Federconsorzi. che consentiva ai consorzi di conservare la funzione di scambio con i fornitori.

Ed è proprio in relazione a questa ultima funzione della Federconsorzi che occorre soffermare l'attenzione. L' art. 3 del D.L. n. 1235 del 1948 consentiva alla società di compiere in favore dei soci operazioni di credito agrario di esercizio e di concedere fidejussioni dirette o a mezzo di fidejussioni. Tale operazione risulta svolta con forte intensità e sempre con un ritmo crescente. Nell'attivo registrato all'epoca del commissariamento, emergono e primeggiano i crediti verso i consorzi, crediti che avevano un valore contabile di lire 2.349.156 milioni, somma enorme che poneva in risalto un indebitamento sempre crescente e con scarse possibilità di realizzo (…). Se poi si considera che la Federconsorzi effettuò finanziamenti diretti o indiretti ai Cap o rinnovò cambiali agrarie ormai da tempo scadute, può formularsi una prima conclusione: la funzione di credito nei confronti dei Cap fu gestita senza alcuna valutazione del rischio o, addirittura, con la consapevolezza del rischio. Non sembra al Collegio che la politica di credito seguita da Federconsorzi possa essere giustificata da finalità mutualistiche.

Lo scopo mutualistico connesso alla forma di cooperativa assunta da Federconsorzi trova un limite invalicabile nell'interesse comune, nel senso che l'adozione di strumenti di soccorso in favore di alcuni Cap in crisi finanziaria, deve trovare riscontro e giustificazione nella realizzazione di interesse di tutti i soci e, quindi della organizzazione della stessa Federconsorzi.

I risultati di questa gestione, invece, si sono risolti in una situazione globale di crisi che ha investito i Cap, le società controllate e la stessa Holding.

L'aspetto speculare di questa gestione si riscontra nel forte e sempre crescente indebitamento che la Federconsorzi contraeva con il ceto bancario.

Gli inadempimenti dei Cap, solo formalmente coperti dalla concessione di dilazioni nei pagamenti previo calcolo degli interessi, creava nella Federconsorzi la mancanza di risorse interne necessarie alle altre funzioni ed al mantenimento della stessa organizzazione aziendale. Alla mancanza di tali risorse sopperiva l'onere del credito bancario che se da un lato creava liquidità momentanee, dall'altro faceva crescere a dismisura l'indebitamento verso gli istituti di credito, indebitamento che costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura.

Se si considerano congiuntamente i due profili sopra osservati e cioè l'indebitamento dei Cap verso Federconsorzi e l'indebitamento di quest'ultima verso il ceto bancario, si coglie la più significativa causa del dissesto.

Va ancora considerato che la posizione della Federconsorzi risulta fortemente aggravata dal credito vantato da Federconsorzi verso il Ministero dell'Agricoltura (…) iscritto in bilancio fin dal 1989 e che ad oggi ammonta a L. 463.043 milioni. Fatta eccezione di una diffida inoltrata nel marzo 1991, la Federconsorzi ha praticamente fatto accumulare un consistente credito, notificando un atto di citazione soltanto nel luglio 1992. (…) E’ appena il caso di rilevare come anche questo consistente credito, che i commissari governativi avevano addirittura ritenuto di dover azzerare per il difetto della esigibilità, ha notevolmente pesato sulla situazione di crisi in cui la società ricorrente si è trovata.

Un terzo profilo …concerne… l'utilizzazione che Federconsorzi ha fatto del suo patrimonio.

Non può dirsi che il principio della economicità abbia sempre presieduto la gestione immobiliare. E' risultato che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi con notevoli perdite che si ripercuoteranno anche nella situazione patrimoniale futura.

I commissari governativi lamentano nel ricorso introduttivo che la società, al fine di sanare posizioni debitorie di alcuni Cap in dissesto, aveva acquistato da questi stessi degli immobili che però erano stati lasciati in uso allo stesso consorzio in comodato gratuito senza termine di scadenza.

Si è trattato dunque spesso di una gestione cui era estraneo il principio della redditività e che veniva attuata per fini diversi da quello dell'interesse imprenditoriale.


I consulenti così concludono:


"Consorzi - FEDERCONSORZIederconsorzi - società partecipate hanno, indubbiamente, costituito un sistema integrato, ma questa integrazione trova (o avrebbe dovuto trovare) i suoi limiti nelle diverse personalità giuridiche e nella separazione dei patrimoni e delle connesse responsabilità in quanto, come è noto, il nostro ordinamento giuridico sconosce di norma, il gruppo (…)".

A ciò va aggiunto che il dissesto non può essere interpretato dal punto di vista "politico" ed etico, ed accreditato, sul piano giuridico, come una sorta di prezzo pagato ad una funzione "sociale", che non legittimava di certo il soggetto economico e la persona giuridica Federconsorzi al suicidio economico in favore dei consorzi ed in danno dei creditori.

Va, infine, osservato che non pare che la gestione sia stata mossa da intenti esclusivamente solidaristici, tenuto conto dell’altissimo costo della struttura amministrativa che comprendeva elevatissime remunerazioni per i dirigenti, continue elargizioni miliardarie e locazione semigratuita di immobili alla Coldiretti ed alla Confagricoltura e ad altri soggetti privati e, da ultimo, qualificazione dei beneficiati per appartenenza politica.

Per quanto concerne l’indebitamento della Federconsorzi con il ceto bancario, anche i citati esperti ritenevano che il "credito bancario se da un lato creava liquidità momentanee, dall'altro faceva crescere a dismisura l'indebitamento verso gli istituti di credito, indebitamento che costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura".

La più significativa causa del dissesto viene quindi colta nei due aspetti del progressivo incremento del credito concesso ai consorzi e nel correlativo incremento dell'indebitamento, anche per il peso degli oneri finanziari, della Federazione verso le banche.

I tecnici non mancavano di stigmatizzare "l'utilizzazione che Federconsorzi ha fatto del suo patrimonio (…). E' risultato che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi con notevoli perdite che si ripercuoteranno anche nella situazione patrimoniale futura (…). Si è trattato dunque spesso di una gestione cui era estraneo il principio della redditività e che veniva attuata per fini diversi da quello dell'interesse imprenditoriale".

Qui appare opportuno riportare l'andamento dei fenomeni che hanno caratterizzato in modo particolare la gestione de qua e ne hanno determinato il negativo esito sul quale si indaga:


Il progressivo incremento del credito concesso ai Consorzi.


Il correlativo incremento dell'indebitamento e del rischio della Federazione verso le banche e gli istituti finanziari anche dipendente dal fatto che la Fedit non disponeva di capitale proprio.


I conseguenti oneri finanziari.


L'insolvenza dei Consorzi emersa in tutta la sua gravità al momento della verità: commissariamento e concordato preventivo.


(…)

In ordine ai bilanci vi è da dire che quelli degli esercizi 1985, 1986 e 1987 espongono addirittura degli utili - che, per giunta sono stati distribuiti - e quelli degli esercizi 1989 e 1990 si chiudono in pareggio, laddove, invece, si sarebbero tutti chiusi con notevoli perdite, ove i crediti per sorte e financo per interessi di mora verso i Consorzi, ed il Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste fossero stati opportunamente svalutati con l'iscrizione al passivo di fondi rischi costituiti con accantonamenti che sono, com'è noto, dei componenti negativi del reddito.

Il modus operandi suesposto si è manifestato in maniera più accentuata nei bilanci fino al 1988, di tal che quelli del 1989 e del 1990, con le loro parziali rettifiche, costituiscono anch'essi una prima smentita dei precedenti.

A loro volta i bilanci del 1989 e del 1990 sono smentiti da quelli del 1991 e del 1992 redatti dai Commissari Governativi e dalle risultanze della procedura di concordato preventivo.

In particolare i bilanci degli esercizi 1985, 1986, 1987 e 1988 chiudono con utili rispettivamente di lire 2,9; 2,9; 3,1 e 3,4 miliardi, resi possibili dagli omessi accantonamenti ai fondi rischi dell'ordine di 100 miliardi; con la ovvia sottolineatura che per il principio di continuità che lega ciascuno di tali documenti a quelli successivi le dette omissioni sono via via cumulate nel tempo.

I bilanci fino all'esercizio 1988 sono, altresì, smentiti dalla relazione del c.da. al bilancio del 1989 dove con riferimento ai rilevantissimi componenti straordinari del reddito sia negativi che positivi si afferma che i conti economici del 1989 e del 1990 "sono indubbiamente di assestamento e recepiscono gli effetti di accadimenti precedenti" (non evidenziati a suo tempo ndr). Infine in detti bilanci i crediti finanziari verso i Consorzi derivanti da una rateizzazione dodecennale intervenuta nel 1972 e che sarebbe scaduta nel 1994, venivano allocati nella sezione del patrimonio circolante e non in quella delle immobilizzazioni.

Il bilancio del 1989, a sua volta, chiude in pareggio ma a tale risultato si è giunti tra l'altro:


Cancellando dal passivo (e quindi iscrivendo nel conto economico la corrispondente sopravvenienza attiva) debiti per L.159,7 miliardi che i consulenti contabili a suo tempo officiati dai Commissari governativi hanno accertato prevalentemente inesistenti ad origine. Dal che si argomenta, anche per questo fatto, la non rispondenza alla realtà dei bilanci precedenti che esponevano tali passività, nonché l'inesistenza della attuale sopravvenienza attiva.


Attraverso un insufficiente accantonamento al fondo rischi su crediti che ha determinato un decremento del fondo stesso di L. 46,6 miliardi, a fronte di un incremento quali - quantitativo del rischio, riconosciuto poi in parte nel bilancio 1990 ed in tutta la sua gravità nel momento della verità: decreto di commissariamento e concordato preventivo.


Il bilancio dell'esercizio 1990. infine, chiude in pareggio, ma a tale risultato si è giunti, tra l'altro:


Eliminando una svalutazione di L. 36,4 miliardi del trentennale irriscosso credito verso il MAF a suo tempo prudentemente effettuata.


Mediante un ulteriore insufficente accantonamento ai fondi rischi su crediti.


Con liberazione di ulteriori passività (la cui natura è stata già precisata) per 221,4 miliardi.


Detto bilancio è smentito, poi, da quello del 1991redatto dai Commissari governativi, laddove viene esposta una perdita di ben L. 1.681,8 miliardi, dovuta essenzialmente agli accantonamenti ai fondi rischi su crediti - L. 1.442,6 miliardi - in parte, non quantificabile con precisione, ma rilevante, omessi in precedenza.


Il bilancio del 1990 ed anche i precedenti sono ancora smentiti da quello del 1992, anch'esso redatto dal Commissario governativo, dove, a fronte di crediti per complessive L. 3646 miliardi, i relativi fondi rischi sono appostati in L. 2.400 miliardi, con la precisazione che per quelli verso i Consorzi - L. 2.152 miliardi - la svalutazione è di L. 1650 miliardi, e per quelli verso il MAF - L. 549 miliardi - è di L. 500 miliardi.

Anche il bilancio del 1992 conclude con una perdita, di L. 650,8 miliardi, dovuta, dunque, essenzialmente alle ulteriori svalutazioni dei crediti maturati e non svalutati in precedenza.

La procedura di concordato preventivo infine ha evidenziato un deficit patrimoniale valutabile tra 2.311 e 2.480 miliardi che sta a smentire tutti i bilanci precedenti, anche se si tiene conto del precipitare della situazione connesso al commissariamento (17 maggio 1991, appena 17 giorni dopo 3 l’approvazione del bilancio 1990) e dei minus realizzi tipici della procedura concorsuale qui accentuati dalla cessione in blocco delle attività.

(…) Le cause di dissesto e più in generale le perdite e/o i costi straordinari sopportati dalla FEDERCONSORZI sono numerosi e di varia natura e se ne fa qui una elencazione certamente incompleta, ma quella più importante è costituita dal mancato realizzo dei crediti concessi in larga misura ai Consorzi Agrari, ancorchè non meritevoli, come dimostrato, tra l'altro dall'analisi dei bilanci di numerosi affidati esposta nel capitolo V, dai procedimenti concorsuali ed anche penali instaurati in epoca posteriore e prossima a numerosi affidamenti.

E con la sottolineatura che il Consiglio di Amministrazione ed il Comitato Esecutivo erano espressione dei Consorzi stessi.

(…) In esito alla politica creditizia testè puntualizzata, in sede di concordato preventivo è risultato che crediti verso i consorzi inseriti in contabilità per L. 2.349,1 miliardi sono stati svalutati dagli stessi Commissari Governativi proponenti a L. 1.048,2 miliardi e poi realizzati per L. 532,5 miliardi con una perdita, quindi, di L. 1.816,6 miliardi, che si pone come causa fondamentale del dissesto.

A tale perdita vanno aggiunte le cancellazioni di crediti verso gli stessi consorzi attuate a vario titolo negli armi per complessive L. 366,7 miliardi.

(…) Nel quadro dei rapporti con i Consorzi si situa anche il credito verso il Ministero dell'Agricoltura e Foreste, a suo tempo ceduto dai Consorzi stessi alla Fedit a deconto delle proprie posizioni debitorie, iscritto nella proposta di concordato in L. 420,1 miliardi e dagli stessi proponenti, completamente svalutato (…).

Nel periodo 1985 - 1991 la FEDERAZIONE ha versato contributi associativi alla Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti (L. 31,9 miliardi) ed alla Confederazione Generale dell'agricoltura Italiana (L.24,7 miliardi) per complessive L. 56,6 miliardi.

E stata acquisita agli atti copiosa documentazione concernente le prestazioni rese da professionisti e consulenti esterni alla Fedit, dalla quale risulta, tra l'altro, quanto segue relativamente al periodo 1 gennaio 1989 - 30 giugno 1993.

Le fatture emesse dalle società di consulenza ammontano a L 28,2 miliardi IVA compresa. Le fatture emesse da persone fisiche ammontano a L. 11 miliardi IVA compresa.

(…) Biennio1989 - 1990. Fatture emesse dalle società di consulenza lire 16,2 miliardi IVA compresa. Fatture emesse da persone fisiche lire 3,8 miliardi.

(…) L'analisi condotta …..ha evidenziato che in molti casi gli onorari pattuiti e fatturati sono di gran lunga superiori a quelli previsti dalle tariffe professionali per prestazioni analoghe;


ha fatto sorgere (soltanto) dubbi sulla necessità al ricorso massiccio a consulenti esterni in presenza di una articolata struttura interna;


ha evidenziato l'incontrollabilità ex post delle prestazioni remunerate a tempo;


ha suscitato perplessità sui risultati di tali apporti, avuto riguardo all'esito finale della Fedit;


ha suggerito l'opportunità di effettuare riscontri testimoniali a mezzo dei dirigenti della Fedit licenziati;


ha suggerito l'opportunità di accertare la capacità operativa e l'esperienza delle società di consulenza;


ha suggerito l’opportunità di svolgere analoghi accertamenti nei confronti delle persone fisiche che hanno emesso fatture non basate sulle tariffe professionali e/o non liquidate dal Giudice Delegato.


(…) Il dissesto può prospettarsi come il risultato economico della politica di sostegno svolta dalla FEDERAZIONE a favore dell'agricoltura, e, quindi, il costo della funzione sociale svolta dalla Cooperativa a r.l.. Le repliche a tale prospettazione sono di due ordini. In primis, non sembra che il nostro ordinamento giuridico consenta che alcuni soggetti, e non la collettività, sopportino il costo della funzione sociale in discorso, con ovvio corollario che la Cooperativa oggi in procedura concorsuale, non poteva svolgere tale funzione ponendone i costi a carico dei suoi creditori. In secondo luogo si contesta che tutta la gestione sia stata mossa da tale intento sociale.


Non sembra,infatti, che possano configurarsi tali:


l'elargizione di crediti a Consorzi dissestati, frequentemente a causa di atti di gestione sui quali oggi indagano numerose Procure della Repubblica;


la locazione semigratuita di immobili alla Coldiretti ed alla Confagricoltura e ad altri soggetti privati FEDERCONSORZI e Cap - ha sottolineato il Commissario Giudiziale alla procedura di concordato preventivo - sono soggetti economici e non socio politici".


323.6 Le conclusioni della Commissione di indagine ministeriale Poli Bortone


Con D.Mdecreto ministeriale. n. 34644 del 12 ottobre 1994, il ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali pro tempore, on.orevole Poli Bortone, nominò una Commissione di indagine sul dissesto della Federconsorzi, integrata con decreto ministerialeD.M. n. 34913 del 29 ottobre 1994.

La Commissione aveva lo scopo di analizzare la situazione che aveva condotto al commissariamento della Federconsorzi e, in particolare, le modalità con cui si era pervenuti al crescente indebitamento dell'intero sistema consortile, quale fosse la situazione creditizia, compresa quella relativa al portafoglio ammassi, nonché quella dei consorzi agrari nei confronti dell'organizzazione federale, quali fossero state le perdite e quali fossero state le risultanze economiche del sistema di partecipazione societaria nel settore agroindustriale ed in altri settori di intervento.

Inoltre si chiedeva alla Commissione di accertare quali rapporti organizzativi e finanziari fossero intercorsi fra il sistema federconsortile e gli organismi operanti in agricoltura, nonché le responsabilità degli organi aziendali e di controllo antecedenti e successivi alla data del commissariamento.

Nel giugno del 1995, la Commissione rassegnava al Ministro le conclusioni alle quali era pervenuta in merito alle cause del dissesto e ad alcuni altri argomenti di indagine specifici, indicati in decreto, dichiarando che l'indagine era stata svolta fino al 17 maggio 1991, data del commissariamento.:

"Per quanto attiene alle responsabilità degli organi aziendali e di controllo ministeriale, successive alla predetta data, la commissione si riserva - è detto in premessa - nel caso in cui il signor Ministro ritenga di accordare una congrua proroga, di completare le indagini e pervenire ad una eventuale, successiva relazione. In tale sede potrà essere ulteriormente ed analiticamente approfondito, altresì, l'argomento - che nella presente relazione è trattato soltanto genericamente - delle perdite e delle risultanze economiche derivanti dal sistema delle partecipazioni societarie nel settore agroindustriale ed in altri settori di intervento".


Nella realtà, se non fosse per un cospicuo numero di allegati, la relazione del giugno 1995 non sembra soddisfare gli obiettivi posti alla Commissione che, per sua stessa ammissione non aveva esaminato specificamente la situazione creditizia della Fedit relativa al portafoglio ammassi, né trattato analiticamente il problema delle perdite e delle risultanze economiche delle partecipazioni societarie nel settore agroindustriale - salvo indicare in 800 miliardi le perdite Polenghi Lombardo - e soprattutto nulla riferiva in merito alle responsabilità degli organi aziendali e di controllo per il periodo successivo alla data del commissariamento.

Per il periodo antecedente al commissariamento, anche se in modo sintetico, lala relazione conclusiva evidenziava le grandi responsabilità del Consiglio di amministrazione della Fedit, del Collegio sindacale, dei vertici delle organizzazioni professionali che all'epoca, di fatto, amministravano l'azienda e, soprattutto, degli organi ministeriali, cui spettavano compiti di vigilanza e controllo.

Una forte vigorosa censura, inoltre, veniva rivolta al sistema bancario che aveva finanziato la Federconsorzi senza adeguate garanzie e senza avere esperito idonea istruttoria sulla entità del rischio che si andava ad assumere.

In particolare, sSulle cause del dissesto della Fedit, i componenti della Commissione scrivevanoesprimevano valutazioni in linea sostanziale con tutte quelle sopra ricordate, scrivendo:

"Il dissesto della Federconsorzi ha tra le sue cause rilevanti carenze gestionali. (…) Tra le carenze gestionali va ricordato anzitutto l’impianto contabile, inidoneo a consentire un qualsiasi effettivo controllo di gestione.

(…) Gli amministratori e gli organi preposti al controllo dell’azienda sembrano avere smarrito la via che assicura la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda: equilibrio economico d’esercizio, equilibrio finanziario, efficienza nell’utilizzazione delle risorse. Negli ultimi due esercizi, 1989 e 1990, la crescente consapevolezza del dissesto non riesce a tradursi in comportamenti efficaci. Per esempio, nel luglio del 1989, quando ormai i sintomi del male erano gravi ed evidenti, si è proceduto ad un monitoraggio della salute aziendale ed è stato preparato un piano quinquennale di risanamento. Tale piano è stato illustrato nel corso dell’Assemblea dei Soci del 30 aprile 1990, ma alle parole non sono seguiti i fatti. (…).


(…) La politica seguita nell’erogazione del credito da parte degli Amministratori della Fedit rappresenta un primo aspetto censurabile del loro operato.

Per tutto il quinquennio preso in esame dai relatori (1986-1990) si procede a erogazioni di crediti e ad altre operazioni finanziarie in favore dei consorzi in evidente stato di dissesto o addirittura già posti in liquidazione coatta amministrativa. Si tratta quindi di operazioni per le quali la perdita poteva considerarsi ex ante certa (pag. 148 e seg.).

La Fedit, però, ha tentato di realizzare questi fini - supporto e sopravvivenza dei consorzi e delle società partecipate più deboli e più squilibrati - senza ispirare la sua gestione al pareggio economico e senza avere la ragionevole certezza di fronteggiare, alle scadenze prestabilite, le sue notevoli e crescenti esposizioni finanziarie verso il sistema bancario, dato che una gran parte di crediti connessi con le forniture effettuate a molti Consorzi Agrari Provinciali non venivano incassati. (…)".

Anche per la Commissione ministeriale l’obiettivo mutualistico dell’assistenza ai consorzi, pur in una visione che considerava "il sistema costituito dalla Federconsorzi e dal complesso dei consorzi (…) come un tutto unico" non poteva essere perseguito oltre i limiti derivanti dagli equilibri di bilancio.

Nella relazione si fa presente che "Gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati con criteri diversi da quelli di economicità e redditività, e sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento non remunerative, anche a favore di soggetti estranei all’organizzazione federconsortile. E’ risultato, tra l’altro, che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi" (…).

Appare inoltre condivisibile la conclusione raggiunta sulle partecipazioni: "L’acquisizione delle partecipazioni, le varie ricapitalizzazioni ed il connesso ripianamento delle perdite (Polenghi-Fedital, in particolare), anche in considerazione della scarsissima entità del capitale proprio della Fedit, hanno ulteriormente incrementato l’esposizione finanziaria nei confronti del sistema bancario, così dilatando il rischio aziendale complessivo, le perdite economiche e la possibilità di registrare "imbarazzi finanziari".

Di particolare interesse risultano le osservazioni sui costi della struttura: " Ad avviso della Commissione, inoltre, e comunque, un limite invalicabile doveva essere considerato quello segnato dai dati economico-finanziari della stessa Federconsorzi, l’obiettivo mutualistico dell’assistenza non potendo essere perseguito al di là della sua sostenibilità nel bilancio.

Dalle discussioni risultanti dai verbali degli organi collegiali risulta una impostazione di fondo, e cioè che il sistema costituito dalla Federconsorzi e dal complesso dei consorzi era visto come un tutto unico, sicché occorreva continuare a sostenere finanziariamente ciascun consorzio per evitare che l’insolvenza di uno solo di essi potesse essere considerato dalle banche come sintomo di un dissesto generale.

(…) A proposito dell’indebitamento che, secondo i giudici della Sezione Fallimentare del Tribunale civile di Roma, "costituisce il secondo aspetto della gestione federconsortile che merita sicura censura" (p. 48), è da mettere in evidenza anche il comportamento degli istituti di credito, che hanno finanziato la Federconsorzi senza adeguate garanzie e senza avere esperito idonea istruttoria sulla entità del rischio che si andavano ad assumere (istruttoria che avrebbe dovuto condurre, almeno da un certo momento in poi, a non più concedere il credito invece incautamente accordato).

(…) Un’altra forma di finanziamento a breve termine o comunque di accrescimento della liquidità fu realizzato mediante la costituzione della società Agrifactoring, che operava lo sconto di fatture emesse dai Consorzi Agrari, compresi quelli insolventi. E’ da evidenziare che tra le due società (Federconsorzi ed Agrifactoring) si veniva a determinare un evidente conflitto di interessi essendo rappresentate dagli stessi soggetti. Ad esempio il ragionier Luigi Scotti era contemporaneamente Presidente di Agrifactoring, Presidente di Federconsorzi e consigliere di amministrazione della sezione credito agrario della Banca Nazionale del Lavoro. (…).

Un terzo profilo da porre in evidenza in ordine alla gestione della Federconsorzi è quello concernente l’amministrazione del patrimonio immobiliare. Infatti, gli immobili di proprietà e le società immobiliari sono stati amministrati con criteri diversi da quelli di economicità e redditività, e sono state privilegiate, talvolta, forme di godimento non remunerative, anche a favore di soggetti estranei all’organizzazione federconsortile. E’ risultato, tra l’altro, che prestigiosi edifici sono stati dati in locazione pattuendo canoni modestissimi. (…).

Da un punto di vista più generale va rilevato che la patrimonializzazione-immobilizzazione di importanti risorse - per di più mal poste a reddito - costituiva, nella situazione di alto e crescente indebitamento verso il sistema bancario, ad elevati prezzi di mercato, a fronte di un alto e crescente credito verso i Cap (che spesso non pagavano nemmeno gli interessi), un permanente e sostanziale fattore di squilibrio economico e finanziario.

Un quarto aspetto riguarda le partecipazioni, la cui gestione è stata, in generale, quanto mai improvvida; soprattutto non c’è stata una gestione unitaria ed un’analisi approfondita degli interventi da effettuare. L’acquisizione delle partecipazioni, le varie ricapitalizzazioni ed il connesso ripianamento delle perdite (Polenghi-Fedital, in particolare), anche in considerazione della scarsissima entità del capitale proprio della Fedit, hanno ulteriormente incrementato l’esposizione finanziaria nei confronti del sistema bancario, così dilatando il rischio aziendale complessivo, le perdite economiche e la possibilità di registrare "imbarazzi finanziari".

(…) lLe spese di funzionamento hanno subito una rilevante dilatazione: i cosiddetti costi di struttura sono passati da 90 miliardi di lire, nel 1988, a 171 miliardi di lire nel 1989 e a 178 miliardi di lire nel 1990. (…) L’incremento di tali costi, dunque, non era legato a fatti oggettivi operativi ma alla perversa logica che presiedeva alle scelte aziendali. A questo proposito il dottor Gentili, Consigliere Fedit, afferma: "c’erano troppe spese, i dirigenti che prendevano degli stipendi pazzeschi (...). C’erano circa cento persone distaccate presso altri Enti".

Per quanto concerne, infine, il tema di controlli, per i quali si rinvia al capitolo terzo, si rammenta che la Commissione Poli-Bortone concludeva che: "(…) Il Ministero non è andato oltre la presa d’atto della documentazione ricevuta e non ha mai esercitato le facoltà di ispezione e/o di sospensione delle deliberazioni, né mai è stato sollecitato in tal senso dai sindaci di nomina ministeriale.


(…) La fine traumatica della Federconsorzi è dovuta a molteplici cause che qui si riassumono non in ordine di importanza, in quanto considerate equivalenti, o perlomeno, concomitanti.

Vi è certamente una responsabilità dei vertici aziendali, che a partire dal 1989, ma con tutta probabilità anche negli anni immediatamente antecedenti, avrebbero dovuto avere piena consapevolezza delle condizioni di dissesto della società. Se non fossero sufficienti i dati oggettivi relativi alla situazione della Federconsorzi, basterebbe richiamare l’affermazione del ragionier Scotti il quale, nell’audizione innanzi la Commissione ha riferito che, pur in presenza di gravi anomalie, l’azienda aveva continuato a concedere crediti "per mantenere in piedi il palazzo".

Questi Amministratori, spesso prescelti per affinità politico- sindacale piuttosto che per la loro professionalità, anziché svolgere il proprio ruolo istituzionale di fatto seguivano supinamente, almeno nelle scelte strategiche, le indicazioni di coloro che li avevano designati: non l’Assemblea dei Soci o i Consigli di Amministrazione ma le Organizzazioni Professionali di appartenenza, la Coldiretti e la Confagricoltura di allora. Queste ultime si sono assunte, con un’accentuazione crescente nell’ultimo decennio, il ruolo se non di "amministratori di fatto" almeno di "azionisti di riferimento e di comando", in nome di esigenze che poco avevano a che fare con le finalità economiche cui doveva rispondere anche la Federconsorzi: spetterà alla Magistratura competente stabilire se tale ingerenza sia fonte di responsabilità sul piano giuridico.

Questa particolare "politica" ha comportato sprechi e sperperi ingiustificati ed in contrasto con la linea di rigore che la situazione richiedeva. In particolare è emerso che dalla Federconsorzi è uscito un flusso di denaro ininterrotto e rilevantissimo in favore delle due Organizzazioni Professionali, fino alla vigilia del commissariamento.

Nella medesima direzione vanno considerati anche la sconsiderata politica creditizia verso i Cap e le Società Controllate; l’uso discutibile di Agrifactoring, la gestione disastrosa di alcune Società Controllate; il disordine amministrativo contabile; il costosissimo utilizzo, soprattutto negli ultimi anni, di consulenti nei diversi settori aziendali; la dilatazione delle spese generali; la cattiva amministrazione degli immobili; la carente gestione delle risorse umane sia sotto il profilo della selezione sia sotto quello formativo che sotto quello organizzativo; la carenza dei controlli sui Consorzi Agrari e sulle Società Controllate; la sovrapposizione di funzioni e la presenza spesso delle stesse persone nelle posizioni di vertice delle diverse articolazioni del gruppo; oltre ad altre particolari vicende attualmente oggetto di indagini da parte della Magistratura penale (e.g. vicenda "vitelli").

Non ultima responsabilità va ascritta alle banche finanziatrici che - almeno a partire da un certo momento - hanno continuato ad espandere progressivamente il credito in misura incongrua rispetto alla meritevolezza della Federconsorzi. Ci sono infine le responsabilità del mancato esercizio delle funzioni di indirizzo e controllo previste dalla Legge da parte del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, che è sembrato, nella sua assoluta latitanza, in una posizione addirittura rovesciata e di sudditanza nei confronti della Fedit e dei suoi cosiddetti "azionisti di riferimento" (Coldiretti e Confagricoltura). Infatti, il Ministero non è andato oltre la presa d’atto della documentazione ricevuta e non ha mai esercitato le facoltà di ispezione e/o di sospensione delle deliberazioni, nè mai è stato sollecitato in tal senso dai sindaci di nomina ministeriale.

(…) Nonostante la gravità della situazione è probabile, peraltro, che l’azienda si sarebbe potuta salvare se, da parte del Ministero, ci fosse stato un vigoroso e tempestivo impegno nell’approfondire la conoscenza della realtà aziendale e conseguentemente fossero state date le adeguate direttive all’organo Commissariale".


4. 7 Le conclusioni raggiunte dalla Commissione



La condizione in cui si trovava la Federconsorzi, per le ragioni statutarie più volte ricordate, di assoluta mancanza di mezzi finanziari propri, ne costituiva un limite operativo oggettivo; tuttavia la sottocapitalizzazione non fu, in sé, la ragione decisiva della crisi.

Basta osservare che, nei decenni precedenti il 1980, la Federconsorzi, con lo stesso capitale simbolico, e, pur dovendo ricorrere al credito d'esercizio, si era costituita, con i ricavi di esercizio realizzati, un grande patrimonio immobiliare e di partecipazioni.

Fino agli anni Ottanta aveva prosperato, fino a diventare una grande holding impropria.

La causa remota ed indiretta del dissesto della Federconsorzi va sicuramente individuata nella crisi dei consorzi agrari, alla quale concorse la struttura stessa del sistema federconsortile.

La causa diretta, principale e decisiva fu la dissennata politica creditizia di sostegno ed alimento dei consorzi agrari, praticata a partire dai primi anni Ottanta.

Il ricorso incessante al credito bancario generò un grave, insanabile squilibrio economico e finanziario.

Causa concorrente della crisi fu una analoga politica di impegno finanziario (copertura di perdite; finanziamenti) nei confronti delle numerose società controllate e collegate.

Venuti meno gli ingenti profitti realizzati fino agli anni Ottanta con le gestioni speciali dagli ammassi e con i ricavi dell'intermediazione commerciale, l'indisponibilità di mezzi propri per operazioni di rischio, di per sé comportanti ingenti immobilizzazioni finanziarie, si risolse in un ulteriore indebitamento nei confronti del sistema bancario.

In proposito, va anche osservato che il ricorso sistematico al credito bancario non fu un connotato esclusivo della Fedit.

Negli anni Ottanta, l’intero sistema industriale italiano era finanziato a tal punto dal sistema bancario che ad ogni 1000 lire di merci immesse sul mercato corrispondeva l’utilizzo di mezzi propri dei produttori per sole 20 lire!

Le banche, in gran parte in mano pubblica, "erano intervenute sempre più largamente a coprire le sempre più vistose falle aperte dalla caduta dei livelli di autofinanziamento o erano state chiamate ad accollarsi il carico di iniziative puramente assistenziali".

La Fedit ebbe, però, come si è evidenziato, una decisiva particolarità.

A differenza delle altre imprese, non utilizzò il credito bancario per validi investimenti produttivi ma solo per finanziare la sua attività d'intermediazione e, soprattutto, di banca finanziatrice dei consorzi e di un sistema di imprese satelliti in crisi.

Il dissesto fu, quindi, dovuto alle scelte degli amministratori, decisivamente influenzate da quelle delle associazioni di categoria, la Coldiretti e la Confagricoltura, che dominavano - la prima in misura preponderante - l'intera organizzazione federconsortile.

Alla mala gestio strategica si aggiunse, costituendone riflesso, una mala gestio corrente.

Le scritture contabili erano complessivamente inattendibili; i crediti che la Federconsorzi vantava nei confronti dei consorzi agrari e delle società controllate, in larga misura non esigibili, furono esposti nei bilanci come se fossero esigibili, gonfiando artificiosamente l'attivo.

I bilanci dal 1982 al 1991 non rappresentarono veridicamente la realtà economica e patrimoniale dell'impresa, occultando le perdite.

In particolare, i bilanci dal 1982 al 1988 si chiusero in utile perché si omise di procedere ad accantonamenti di fondi rischi nell’ordine di circa 100 miliardi l’anno.

Negli anni 1989 e 1990, il pareggio del bilancio fu realizzato mediante l'utilizzo di fondi che non costituiscono veri e propri componenti positivi di reddito ma solo partite contabili. I dati del magazzino erano, sostanzialmente, inattendibili. Il ricco patrimonio immobiliare della Federconsorzi fu gestito con criteri antieconomici e di scarsissima redditività.

Le conseguenti responsabilità degli amministratori e dei sindaci appaiono evidenti.

Quelle di questi ultimi appaiono di gravità non minore di quelle dei primi.

In particolare la presidenza del Collegio sindacale, lungi dal garantire la vigilanza pubblicistica sulla corretta gestione dell'impresa, prevista dalla legge, venne del tutto meno ai suoi doveri di controllo.



5. I risvolti penali della mala gestio dei consorzi e della Federconsorzi


Dinanzi alla Procura della Repubblica di Roma si sono aperti, per le vicende della Federconsorzi, tre fascicoli processuali.

Di essi uno relativo all’Agrifactoring è stato subito archiviato, senza alcun approfondimento.

Un secondo, relativo ad un fatto specifico, si è concluso con sentenza definitiva pronunciata dal Ttribunale, in data 16 giugno 1998, con l’assoluzione di tutti g gli imputati.

Un terzo procedimento, a carico di cinquantuno amministratori e dirigenti della Federconsorzi, succedutisi nel tempo, pende dinanzi alla I sezione del tribunale di Roma.

Le imputazioni di cui sono chiamati a rispondere, dinanzi alla prima sezione del Tribunale, sono costituite da plurime e gravi ipotesi di falsificazione dei bilanci e di bancarotta fraudolenta, aggravate dall’ingente danno patrimoniale, lesivo dell'ordine economico nazionale.

In particolare l’accusa riguarda:


la distrazione dei beni della Federconsorzi mediante cessione, in epoca immediatamente precedente al commissariamento governativo, senza alcun corrispettivo alla Agrifactoring sspa, società partecipata dalla Federconsorzi, di crediti per decine di miliardi di lire;


la distrazione di lire 37.360.000.000 mediante erogazione di danaro a titolo di "ristorno" in favore dei Cap, negli anni 1986-1987-1988 e 1989, in base a bilanci falsi e senza aver percepito dai soci Cap, il prezzo delle merci consegnate;


la distrazione nel 1987 e nel 1988, di crediti di lire 29.760.000.000 e lire 78.200.000.000, vantati nei confronti di alcuni Cap mediante la rimessioneremissione del debito, utilizzando un "fondo interventi organizzazione", proveniente da utili - del tutto fittizi - dei precedenti esercizi;


la dissipazione dei beni sociali nel 1989, mediante la concessione in comodato gratuito di immobili appena acquistati da alcuni Cap di lire 38,5 miliardi, agli stessi venditori;


la distrazione e la dissipazione di ingenti somme di danaro mediante erogazione di crediti, dal 1985 al 1991, senza corrispettivo per lire 31.946.930.802 alla Coldiretti e lire 24.699.265.390 alla Confagricoltura;


la distrazione di lire 2.349.156.000.000, mediante erogazione di prestiti a 37 Cap, nonostante che questi fossero già inadempienti nei confronti della Federconsorzi e risultasse già certo il definitivo inadempimento;


la dissipazione di attività sociali, omettendo di agire per il recupero di crediti acquistati pro solvendo dai Cap, crediti per lire 463,043 miliardi, relativi alla gestione-ammassi, vantati nei confronti del Ministero dell‘agricoltura;


la distrazione e la dissipazione del patrimonio immobiliare mediante la concessione in locazione:


alla Confagricoltura del palazzo della Valle in Roma, stimato 45-60 miliardi di lire, ad un canone di lire 150.010.000 annuo pari ad un rendimento lordo dello 0,33 per cento - 0,25 per cento;


alla Coldiretti del Palazzo Rospigliosi in Roma, stimato per 90-120 miliardi di lire ad un canone di lire 200.000.000 annuo pari ad un rendimento lordo dello 0,22 per cento - 0,16 per cento;


la distrazione e la dissipazione (gestione Pellizzoni) di lire 28.265.104.015 in favore di dodici società di consulenza per prestazioni, sovente addirittura fittizie, a prezzi esorbitanti;


la falsificazione delle scritture contabili tenute in maniera così lacunosa da rendere impossibile la ricostruzione dettagliata del patrimonio e del movimento degli affari, in difetto assoluto della contabilità del magazzino merci, dell’inventario delle merci e della redazione dei saldi conti clienti e fornitori;


la falsificazione dei bilanci 1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, chiusi falsamente in attivo fino al 1989 e la distribuzione di utili fittizi fino al 1989.

di sottoporre le riflessioni che precedono al Procuratore della Repubblica di Roma per le valutazioni di competenza.