A Ciro d’Arco

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A CIRO D’ARCO.





Non è la prima volta che ci incontriamo nel propugnare quella vera e grande democrazia del diritto comune, onore quanto futuro riposo dell’età moderna, contro quell’altra falsificata, col privilegio dal sottinsù.

Questa lotta, antica quanto il mondo, quanto le passioni ed i vizi degli uomini, non finirà che con loro. L’umanità è dunque condannata a combatterla fino all’ultimo giorno. Ma le condizioni della lotta non son sempre le stesse.

Oggi il mondo cammina per colpi di scena: mentre si scrive, esso si trasforma; e lo scrittore che s’immaginasse poter contribuire a farlo uscir salvo da un passo scabroso, non arriva a farsi stampare, che il mondo n’è già uscito da sè benissimo, e si trova già entrato in una difficoltà nuova.

A mezzo gennaio quando incominciai questo scritto, era da temersi Garibaldi, o meglio, chi di lui si copriva. [p. 6 modifica]

Oggi si può dire svanito questo pericolo, per ora, chè i partiti estremi danno tregue e non paci. Invece è da temersi il Papa, o piuttosto chi di lui egualmente si cuopre.

A mezzo gennaio molti vedevano scuro nelle urne elettorali. Temevano debolezza nella maggioranza. Oggi, se mai, sembra ch’essa pecchi pel difetto opposto. Difetto anche questo, come lo mostrò l’esperienza in molte occasioni, fra le altre agli ultimi tempi di Luigi Filippo.

Ma se le situazioni mutano rapidamente, i loro elementi rimangono sempre i medesimi.

Dia la fortuna un nuovo giro alla sua ruota, ne sorga una situazione che si creda favorevole, e vedremo i partiti estremi ripetere sempre le medesime prove, e gettar sempre l’Italia nei pericoli stessi.

Se dunque uno scritto può in un senso arrivar troppo tardi, può in un altro uscire più che a tempo.

L’essenziale è dir ciò che è sempre vero, e parlare senz’altro scopo che il vero.

Prego il lettore a voler tenere conto delle circostanze in cui scrissi, e giudicare le mie idee dal punto di vista che accenno.

Costretto da necessità di salute a tenermi lontano dal nuovo Parlamento, ho voluto unirmi almeno col pensiero e coll’opera, a’ miei colleghi che trattano delle cose pubbliche in queste così splendide e felici circostanze, ed esaminare anch’io alcune di quelle questioni che presto devono venir risolute.

So ch’io metto il dito su passioni irritabili, che [p. 7 modifica]non amano di sentirsi discutere; e prevedo che mi si desterà contro un vespaio.

Ma bisognerà pure che in Italia cominciamo ad avvezzarci gli uni a parlare, e gli altri a lasciar parlare: gli uni a dir ragioni, e gli altri a risponderne, senza voler soffocar la voce di nessuno con filze d’aggettivi, o spauracchi d’impopolarità. Bisognerà pure ad ogni modo, dopo avere per tanti anni sudato onde liberarci dalle censure degli Ispettori di Polizia e de’ Maestri del Sacro Palazzo, ci risolviamo altresì a far testa alle censure delle sètte, delle sagrestie, degli interessi di vanità, d’influenza, di borsa. Bisognerà pure alla fine risolversi ad essere un popolo libero ed indipendente davvero, ed a prenderne gli usi, la lingua, il modo di trattare, e di vivere; ad assumere quella dignitosa indipendenza di carattere, che è la più nobile proprietà d’un uomo: proprietà che nessun decreto può dare, nessun tribunale guarentire, se non sa ognuno possederla e difenderla per virtù propria: proprietà che innalza l’uomo alla giusta stima di se stesso; per la quale non giura nè in verba magistri, nè in verba populi: non è del parere nè di chi più grida, nè molto meno di chi minacciasse: non prende infine le opinioni bell’e fatte da nessuno, ma cerca farsele da sè coll’intelletto e colla coscienza propria; ed una volta fatte, le manifesta senza timidità, come senza arroganza, non occupandosi punto se sian seguite da molti o da pochi, se piacciano o dispacciano, e se possano procurare a chi le professa applausi o fischi, utile o danno. [p. 8 modifica]

Quando i più in Italia abbiano rivestito questo carattere, allora saremo veramente un popolo libero: allora saremo pienamente indipendenti, ci mostreremo una gran nazione, e sapremo vivere da gran nazione. Altrimenti (mi sia permesso citare un aneddoto) faremo come quel ciabattino che vinse al Lotto, eppure la mattina dopo nell’alzarsi si cinse come al solito il grembiule di cuoio, non avendo ancora imparato a fare il signore.

A questo modo intendo la libertà e l’indipendenza delle discussioni politiche, i doveri come i diritti degli scrittori che se ne occupano. Ho cercato d’adempiere ai doveri. Non ho io dunque motivo di sperare che si riconoscano i miei diritti?

Sta sano.

M. D’Azeglio.

Firenze, 4 marzo, 1861.