Produrre sapere in rete in modo cooperativo - il caso Wikipedia/Parte I/Rilettura dell’apparato ideologico all’interno della pratica “open-source”

Parte Prima - Il processo di cooperazione in rete

Rilettura dell’apparato ideologico all’interno della pratica “open-source”

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Parte I - Storia e etica della cultura "hacker" Parte I - La struttura “a bazar” dell’open-source

Nel capitolo precedente, in base ad un discorso che ha voluto da un lato seguire le fila storico-cronologiche, dall’altro lo sviluppo del pensiero ideologico di stampo hacker, si è focalizzata l’attenzione sulla visione più estrema e radicale della prospettiva, attraverso le parole e le idee di Richard Stallman.

L’errore che spesso viene compiuto è quello di “fermarsi” a questo punto e di intendere la filosofia hacker come pienamente e unicamente coincidente con quella del suo più celebre teorizzatore. In realtà, questo comporta la presenza di una patina di oblio su una delle realizzazioni più concrete della cultura hacker.

Un gruppo ben nutrito di membri di tale movimento, provenienti da lauree in ingegneria informatica e fisica nelle università californiane e assunti al famoso MIT, ha costituito quella che oggi è conosciuta come la pratica “open-source”.

L’open-source riprende direttamente gli ideali di Stallman, ma arriva a rielaborarli ampiamente, presentando un diverso punto di vista. Raymond è indicabile come il padre di tale visione dell’etica hacker più “moderata”. In realtà, Raymond non giunge a teorizzare qualcosa di diverso da Stallman: è più corretto affermare che il primo concentri l’attenzione maggiormente sull’aspetto “pragmatico”, il cosiddetto movimento “open-source”. Si è ormai distanti dalle utopie eticamente connotate di Stallman che prevedevano una comunità senza conflitti alla base dell’hacking: secondo Raymond, l’hacker è inserito in una realtà che al contrario presenta una sfumatura di marcato realismo. L’hacker rientra sicuramente a far parte di una comunità, ma tale struttura è regolata da principi che pongono il lavoro e i suoi risultati al primo posto e non l’armonia in sé del gruppo, come postulava Stallman. L’hacker è colui che lotta per guadagnarsi una reputazione e fa di tutto per mantenerla, e con essa anche i vantaggi che derivano dall’averla conquistata.

Come afferma l’autore del documento The Open Source Definition, Bruce Perens: «Open Source non significa solamente accesso al codice sorgente».

A livello più prettamente economico, come viene affermato dallo stesso Perens: «Il software libero e non libero possono coesistere. Secondo Stallman invece, tutto deve essere software libero. Ecco la differenza tra me e lui1».

L’effettiva pratica open-source presenta dei vantaggi tangibili. Dal documento di Bruce Perens, si nota che il software debba essere liberamente distribuibile, con un codice sorgente disponibile e compilato. I prodotti derivati devono essere modificabili, non ci dev’essere discriminazione per individui singoli o gruppi, non vi devono essere limitazioni per il campo di applicazioni del software con licenza open-souce. I diritti devono propagarsi seguendo il software e non limitarsi a una distribuzione particolare del software. Allo stesso tempo però non può andare a influenzare altri programmi che appartengono, ad esempio, alla stessa distribuzione2. Un programma che fa uso delle licenze definite nel documento può utilizzare il marchio open-source3 ed esser riconosciuto quindi come tale.

Eric S. Raymond ha contribuito, con Perens, alla stesura di tale “definizione”.

Il termine “open-source” fu proprio opera sua e di altri collaboratori: Raymond si rese subito conto che la definizione tanto amata da Stallman, “free software”, avrebbe causato dei problemi di accettazione della stessa da parte delle aziende che avrebbero potuto essere interessate ad esso.

Stallman sostiene che non sia male “fare soldi” attraverso il software libero, ma non ci dice esattamente “come farli”. Sembra che il “guru” del movimento hacker voglia fuggire alla resa dei conti con l’industria.

Ecco che Raymond presenta invece un punto di vista assai più “coi piedi per terra”, o se si preferisce, moderato. Più di una volta egli ha ricordato come emblematica l’unione tra pratica open-source e la Netscape Communication4. Sicuramente dettata dal desiderio di costituire un “muro” nei confronti della monopolizzatrice Microsoft5, la Netscape ha abbracciato l’ideologia hacker a seguito della lettura di una delle pietre miliari nella definizione dell’open-source, lo scritto di Raymond La cattedrale e il bazar. Ma ciò che interessa ancor di più ora, è che il successo con gli investitori della Netscape non arrivò con la “spinta” delle forze dal basso, ma dalle alte sfere di gestione dell’azienda: fu Barksdale, uno dei dirigenti della casa di software, a stabilire la consacrazione dell’azienda all’open-source.

Il fatto di “scendere a compromessi” con il settore dell’industria ha condotto così alla ridefinizione da free software a open-source, ma soprattutto all’abbandono della visione estremistica incarnata da Stallman, per il quale la vita e la libertà di un hacker e della comunità sono elementi fondamentalmente più importanti di un software stabile e sicuro. Chi decise di aderire al mercato del software libero, dovette essere liberato dal timore di cadere in questo vortice ideologico eccessivamente estremizzato. Ecco dunque l’opera di Raymond e in generale di tutto il movimento open-source: una visione non antagonista alle teorie di Stallman, ma certamente meno restia a confrontarsi con l’aspetto pragmatico ed economico rispetto alla filosofia stallmaniana.

Note

  1. Cfr. Revolution OS, ibidem
  2. Il termine è usato in senso tecnico, inteso come “casa distributrice: ad esempio, la RedHat per Linux.
  3. Cfr. Perens, ibidem
  4. Famosa industria di software e in particolare di browser per la navigazione in Internet
  5. Discorso di Raymond, rintracciabile in Revolution OS