Poesie (Fantoni)/Scherzi/XXXVII. Al marchese G. P., amico infedele

XXXVII. Al marchese G. P., amico infedele

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XXXVII. Al marchese G. P., amico infedele
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XXXVII

Al marchese G. P., amico infedele


     Torquato, quella tenera
dolce memoria amabile
del tuo Labindo ov’è?
     Quella, per cui pareami
5sovra la spiaggia ligure
spesso abitar con te?

     Di grigio-fosca nebbia
del verno i scherzi garruli,
aimè! la circondâr.
     10E i venti la dispersero
ne’ fuggitivi vortici
del procelloso mar.

     Sovra la fronte, lacere
le ghirlandette, i genii
15ne piangono di duol,
     i genii, che soleano
dal rumoroso Panaro
a te spiegar il vol.

     Ne ride invidia, e pallide
20le languidette Veneri
singhiozzan per timor.
     E su dell’arco incurvasi
la cetra avvezzo a reggere
disdegnosetto Amor.

     25Forse ti spiacque il docile
sacro parlar di nobile
amica libertá?
     e quei secreti timidi,
che in seno a te deposero
30l’onor e l’amistá?

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     Perché negasti porgere
la destra e i voti accogliere
di un nuovo cittadin,
     quando su tosca cetera
35osai svelare i taciti
decreti del destin?

     Sorda di Gian la figlia,
giammai di vate i candidi
sacri voti spezzò.
     40A Parma in riva, il supplice
novello Flacco italico,
Frugon me l’insegnò.

     Né me la terra inospita
della glacial Siberia
45ignoto generò;
     ma da vetusto stipite
nella vicina Etruria
la gloria mi creò.

     Nulla dal tuo dissimile,
50illustre sangue scorremi
entro le vene al cor,
     né ignote agli avi egregii
furo le vie, che guidano
al tempio dell’onor.

     55Consegna pure al mutolo
silenzio inesorabile
chi caro un dí ti fu.
     Ma non lagnarti, indocili
se le mie corde tacciono,
60né ti rammentan piú.

     Se i carmi in vita serbano,
non andrò tutto in cenere,
né il nome mio morrá:
     oltre il gemente Bosforo
65eterno, infaticabile
i vanni spiegherá.

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     Agli occhi-azzurri, gelidi
figli soggetti a Borea
ignoto non sará;
     70ma correrá volubile
per gli ampi, innavigabili
spazi d’eternitá.