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Fratelli d'Italia

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Basta con le mezze misure: chi rompe, paga Un triduo prima del combattimento


Tutta l’Europa è scossa e in grande ansietà; la quiete sepolcrale che dai superbi tiranni si diceva «pace» ed era «morte di popoli» in tanti lustri di turpe schiavitú, ha cessato per dar luogo all’azione di vita e di risorgimento. Finalmente siamo alla vigilia del tremendo conflitto dei due principii, indipendenza o schiavitú, «assolutismo o libertà», né v’ha transazione o altra via conciliativa. L’Autocrate delle Russie ha spinto le masse brutali contro la generosa Ungheria in ausilio della respinta e combattuta aquila grifagna. Il guanto è gittato: al decoro della Francia e all’interesse dell’Inghilterra sta il raccoglierlo senza esitanza: ma la fede nostra è piú gigante ancora.

Noi non possiamo immaginare che le due grandi Nazioni, vessillarie dell’incivilimento europeo, restino mute e indolenti spettatrici di questa invasione cosacca. Il danno che oggi è nel territorio altrui, domani può essere alla nostra casa e giurisdizione. La Francia ha insegnato ai Popoli la maniera spedita di vendicare i propri diritti, e l’Autocrate, piú che a soggiogare l’Ungheria, agogna e mira ristabilire in Parigi il trono dei Borboni coll’antico arbitrio, e incosaccare il mondo. I liberi pensatori a lor posta portano le fiaccole accese della filosofia civile per minare colla ragione il trono di Pietroburgo. Opera è questa umanitaria e santa; ma oggi conviene di armarci tutti. Per noi italiani è suprema necessità che lo spirito di guerra ogni petto invada.

Si corra in massa, e subito, alla nazionale vendetta. «Là», gridano i martiri che caddero in Lombardia pugnando da eroi, e guidati al macello dal tradimento infame. «Là», gridano i massacrati dai carnefici che sono ancora lordi di sangue di quei nostri fratelli; «là» gridano le pollute ed espilate chiese, le concussioni, le dissipate sostanze di cittadini onesti ed innocenti. E meglio ancora infiammi gli sdegni la insolenza oltracotante: il sacro territorio della Repubblica Romana fu violato; lo straniero ha insultato Ferrara, e taglie impose ed ostaggi, e le abolite e detestate insegne del caduto Papato volle restaurare.

Il croato insozza la vergine, la casta vedova, la consorte pudica, e insulta sino la religione dei sepolcri dei padri nostri. Italiani! Nei vostri cuori soffia l’alito di Dio, del Dio degli eserciti.

Chi non ha fucili, impugni spada o stocco; chi non ha altra arma, dia mano all’accetta, alla scure. Quando il furore è grande, le mani, il morso, lo stesso petto son armi irresistibili.

Il greco Cinegero, dopo tronche le mani, afferrava coi denti la nave nemica.

Sorgiamo tutti come un solo uomo e corriamo alle pianure di Lombardia: i Sacerdoti col Cristo nelle mani sieno i primi a dare il religioso esempio di morire per salvare la Patria. I vecchi difendano le mura, le donne prendano cura pietosa dei feriti, e come le Spartane comandino ai figli di accudire al campo; dichiarando chi fugga indegno parto delle loro viscere. Oro e gemme si portino al tesoro della patria: non è tempo di sontuosi ornamenti e di splendore vano quando la patria versa in estremo pericolo. Se sarete avari, colla vita anche queste suppellettili voi perderete, e impingueranno il bottino dell’abborrito Croato. La insurrezione sia universale, o popoli delle belle pianure! Ogni sacrificio spontaneo è grande. In tal guisa operando noi trionferemo, e gli stessi ostinati nell’iniquo proponimento di consumare lo eccidio di questa terra infelice, si uniformeranno alle leggi del fato che segnano per loro l’ultima ora.

Fratelli d’Italia quanti siete dalle Alpi sino a Spartivento! La patria con voce solenne ci chiama tutti alla difesa. È richiamo di madre che avvisa i figli a darle aita. Maledetto lo spietato che non si commuove, e ricusa, ingrato, di concorrere a spendere l’esistenza per Lei. Eh, se i lettori ci ponessero la mano sul cuore! Colle vibrazioni meglio che colle parole noi trasfonderemmo nell’anima loro la santa ira che scrivendo ci agita, e sonno ci toglie pensando alla sventura d’Italia e alla grandezza futura.

Sí, la vittoria per noi è certa se ci risolveremo a morire, ma da «Romani» veri; gloria che fa la morte piú soave della vita.

Ma che valere ha la vita messa alla discrezione dei Barbari? Che è mai la vita se la Patria è divisa, è schiava? Pena insopportabile non dono di Dio allora ella è, e a petto dei viventi son fortunati i morti. All’armi dunque, fratelli Italiani, si combatta colla benda sugli occhi e si discacci lo Straniero coi suoi satelliti, o regni sopra un deserto cosparso dei nostri cadaveri. Dal sangue dei martiri nasceranno i Vendicatori. «Viva l’Italia».


Note

  1. Pubblicato in Il Pensiero italiano (anno II, n. 64), Genova, 15 marzo 1849.