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(4429-4430) pensieri 363

e identica parola italiana giorno, che quantunque niente abbia anch’essa di comune con dies, serba però piú somiglianza a diurnum (giorno per diorno, come viceversa i toscani diaccio, diacere ec. coi derivati, per ghiaccio, giacere ec.). Dimando io: se del francese e del latino non si conoscessero se non queste due voci (che son pure istoricamente quasi identiche), verrebbe egli in mente ad alcuno che quelle due lingue fossero analoghe? che l’una fosse figlia genuina dell’altra? Non si affermerebbe anzi confidentemente che esse lingue fossero di diversissime famiglie ec.? (3 gennaio 1829). Ora se questo ci accade in lingue di cui abbiamo cognizione intera, viventi, derivate immediatamente l’una dall’altra, con milioni di mezzi per iscoprire l’etimologia delle loro radici; che ci accadrà in lingue remotissime, quasi ignote, antichissime, non figlie, non sorelle, ma bisnipoti, parenti lontanissime ec. ec.? chi ardirà di dire con sicurezza che una tal voce, perché non ha somiglianza alcuna con un’altra di altra lingua, non abbia con essa niuna affinità istorica? E notate che la voce jour, dies ec. esprime un’idea quasi delle primitive, e delle piú usuali nel discorso ec. Vedi p. 4485. Cosí, è provato che equus è la stessa voce che ἵππος (Niebuhr, Storia Romana, p. 60, not. 223, t. I), ὕπνος che somnus, ec. ec.


*    Quanto presto e facilmente arrivi il fanciullo a cavar conclusioni dal confronto de’ particolari, a generalizzare, ad astrarre, e ad acquistar da se stesso la cognizione di principii e di astrazioni che paiono di acquisto difficilissimo (e certo è mirabile il conseguirlo), si può vedere, fra l’altre, da questa considerazione. Io ho notato, e tutti possono notare, bambini di due anni, profferire i verbi irregolari della lingua colle inflessioni che essi  (4430) avrebbero dovuto avere se fossero stati regolari: per esempio dire io teno, io veno, io poto, per tengo, vengo, posso. Cer-