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(1573-1574) pensieri 241

ma come si crede momentaneamente a una viva e conosciuta illusione, e non se ne persuaderà mai nel fondo dell’intelletto (Lascio i giovani, i quali, essendo ordinariamente virtuosi, non si convincono mai prima dell’esperienza, che la virtú sia nemmeno rara). Cosí viceversa ec. ec. ec. Esempio, mio padre (27 agosto 1821).

*    Dice Cicerone (il luogo lo cita, se ben mi ricordo, il Mai, prefazione alla versione d’Isocrate, de Permutatione) che gli uomini di gusto nell’eloquenza non si appagano mai pienamente né delle loro opere né delle altrui, e che la mente loro semper divinum aliquid atque infinitum desiderat, a cui le forze dell’eloquenza non arrivano. Questo detto è notabilissimo riguardo all’arte, alla critica, al gusto.

Ma ora lo considero in quanto ha relazione a quel perpetuo desiderio e scontentezza che lasciano, siccome tutti i piaceri,  (1574) cosí quelli che derivano dalla lettura, e da qualunque genere di studio; ed in quanto si può riferire a quella inclinazione e spasimo dell’uomo verso l’infinito, che gli antichi, anche filosofi, poche volte e confusamente esprimono, perché le loro sensazioni essendo tanto piú vaste e piú forti, le loro idee tanto meno limitate e definite dalla scienza, la loro vita tanto piú vitale ed attiva, e quindi tanto maggiori le distrazioni de’ desiderii che la detta inclinazione e desiderio, non potevano sentirlo in un modo cosí chiaro e definito, come noi lo sentiamo.

Osservo però che non solo gli studi soddisfanno piú di qualunque altro piacere, e ne dura piú il gusto e l’appetito ec., ma che fra tutte le letture quella che meno lascia l’animo desideroso del piacere è la lettura della vera poesia. La quale, destando mozioni vivissime, e riempiendo l’animo d’idee vaghe e indefinite e vastissime e sublimissime e mal chiare ec.,