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228 pensieri (864-865-866)

e modi per lo piú ricercati ed antichi e la cui italianità risalta e dà negli occhi; contrasta colla innazionalità ed anche coll’assoluta differenza del carattere totale della scrittura (24 marzo 1821).  (865)


*   Lodo che si distornino gl’italiani dal cieco amore e imitazione delle cose straniere, e molto piú che si richiamino e invitino a servirsi e a considerare le proprie; lodo che si procuri ridestare in loro quello spirito nazionale, senza cui non v’é stata mai grandezza a questo mondo, non solo grandezza nazionale, ma appena grandezza individuale; ma non posso lodare che le nostre cose presenti e, parlando di studi, la nostra presente letteratura, la massima parte de’ nostri scrittori, ec. ec., si celebrino, si esaltino tutto giorno quasi superiori a tutti i sommi stranieri, quando sono inferiori agli ultimi che ci si propongano per modelli; e che alla fine quasi ci s’inculchi di seguire quella strada in cui ci troviamo. Se noi dobbiamo risvegliarci una volta e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere non la superbia né la stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare a cangiare strada del tutto e rinnovellare ogni cosa. Senza ciò non faremo  (866) mai nulla. Commemorare le nostre glorie passate è stimolo alla virtú, ma mentire e fingere le presenti è conforto all’ignavia e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione. Oltre che questo serve ancora ad alimentare e confermare e mantenere quella miseria di giudizio o piuttosto quella incapacità d’ogni retto giudizio e mancanza d’ogni arte critica, di cui lagnavasi l’Alfieri nella sua Vita rispetto all’Italia e che oggidí è cosí evidente per la continua esperienza sí delle grandi scempiaggini lodate, sí dei pregi (se qualcuno per miracolo ne occorre) o sconosciuti o trascurati o negati o biasimati (24 marzo 1821).