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(206-207) pensieri 309

In proposito di quello che ho detto, p. 68, nel pensiero Dimandate, Chilone, dice il Laerzio, προσέταττε... λέγοντα μὴ κινεῖν τὴν χεῖρα μανικὸν γάρ. Vedi la nota d’Is. Casaubono al Laerzio, Vit. Polemon. l. IV, segm.16.


*    La grazia propriamente non ha luogo se non nei piaceri che appartengono al bello. Una novità, un racconto curioso, una nuova piccante, tutto quello che punge o muove o solletica la curiosità, sono irritamenti piacevoli, ma non hanno che far colla grazia. E quelli che appartengono ai cibi, o a qualunque altro piacere, parimente somigliano alla grazia e possono esserne esempi, ma non confondersi con lei. Perciò la grazia va definita semplicemente un irritamento nelle cose che appartengono al bello, tanto sensibile quanto intellettuale, come il bello poetico ec. (207)


*   Le grazie della lingua sono piú che mai relative a quelle persone che la intendono perfettamente ec., e non mai assolute. Cosí le grazie attiche, toscane ec., forse piú graziose per gli altri italiani che per gli stessi toscani, a cagione di una certa sorpresa ec., ma poco o nulla agli stranieri.


*   Oggidí è cosa molto ordinaria che un uomo veramente singolare e grande si distingua al di fuori per un volto o un occhio assai vivo, ma del resto per un corpo esilissimo e sparutissimo e anche difettoso. Pope, Canova, Voltaire, Descartes, Pascal. Tant’è: la grandezza appartenente all’ingegno non si può ottenere oggidí senza una continua azione logoratrice dell’anima sopra il corpo, della lama sopra il fodero. Non cosí anticamente, dove il genio e la grandezza era piú naturale e spontanea e con meno ostacoli a svilupparsi, oltre la minor forza della distruttrice cognizione del vero, inseparabile oggidí dai grandi talenti, e il maggior esercizio del corpo riputato cosa