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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0022.png

nutrice

Deh, mai varcate non avesse a volo
le Simplègadi azzurre il legno d’Argo1,
verso il suolo dei Colchi, e mai non fosse
nei valloni del Pelio il pin caduto2,
sotto la scure, e al remo non si fossero
strette le mani degli eroi gagliardi,
che, per mercè di Pelia, a cercar vennero
il vello d’oro! Navigato allora
non avrebbe Medea, la mia signora,
alle torri di Iolco3, in cuor percossa
dall’amor di Giasone; e mai, le vergini
Pelie4 convinte alla paterna strage,
col suo sposo in Corinto e coi suoi figli
dimora eletta non avrebbe, cara
ai cittadini alla cui terra giunse
esule, e in tutto ligia ella a Giasone:
grande saldezza d’una casa, quando
non fa contrasto la sposa allo sposo.
Ma tutto infesto è adesso, e affligge il morbo
ogni piú cara cosa. In regio talamo
Giasone or dorme, ed ha traditi i figli
suoi, la consorte: ché sposò la figlia