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distintamente favella. Egli è anch’esso autor recente, cioè del secolo xii, ma allega a testimonii del fatto antichi autori, Dione, Diodoro, Erone, Pappo, Antemio, Filone, anzi aggiugne egli, tutti gli scrittori di meccanica, ac omnes mechanographos. Ma ciò è appunto che mi fa sospettare che quando Tzetze cita tutti questi autori, egli intenda di parlare di quelli che di tutte le macchine d’Archimede ne lasciaron memoria, delle quali parla egli pure, ma che forse niuno di essi di questi specchi favellasse distintamente. In fatti è egli possibile che avendo pur noi molti de’ matematici antichi, e molti degli antichi scrittori da Tzetze rammentati, niuno ci sia rimasto di quelli che parlavano di tali specchi; o se alcuni ci sono rimasti, quella parte appunto ne sia perita ove di essi facean menzione? Ne parlan per ultimo

Luciano (in Hippia) e Galeno (De Temperam.l. 3, c. 2), e questi sono certamente i più autorevoli testimonii, perciocchè vissuti l’uno e l’altro nel secondo secolo di Cristo; ma io non so se l’autorità di questi scrittori, antichi certo, ma posteriori di oltre a tre secoli ad Archimede, basti a superare la difficoltà presa dal silenzio degli altri, e singolarmente di Polibio, e dalla inverisimiglianza che nell’incendio delle navi abbiamo osservata. Ciò non ostante M. Dutens sostiene vero il fatto (t. 2, p. 138, ec.1. Io ne lascio il giudizio agli Eruditi.

  1. Nel Giornale Enciclopedico de’ 14 agosto dell’anno 1771, p. 116, è stata pubblicata una lettera di questo medesimo autore, in cui egli arreca un bel passo di