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LIBRO PRIMO 29

più chiaro di lei, pareva venir meno1. I soldati, che la ragione non ne sapevano, la presero per lor augurio, credendo mancare il pianeta per le loro travaglie, e dover ben riuscire se la Iddea ralluminasse. Dato adunque nelle trombe, cembali e corni, secondo che ella più chiara o più scura, essi lieti o tristi faciensi. Tornò il nugolato, e la coperse, e que’ pensarono (come fa la paura correre alla religione), per essersi riposta nelle tenebre, dover essi travagliar sempre; dolenti d’avere gl’Iddi sdegnati per lor misfare. Parve a Cesare da valersi di tal rimorso, e fare della sorte saviezza. Manda gente alle tende, Clemente, e altri buoni e grati a tramettersi

  1. Nam luna ciarlare paene celo visa languescere. Così leggiamo col testo vulgato, senza mutare o alterar cosa nessuna. Quando il cielo per alcuna cagione si fa luminoso, ognun sa che le stelle perdono del loro splendore. Avviene qualche volta la notte, che l’esalazioni terrestri o simili materie, alzandosi sopra il cono dell’ombra della terra, sendo illuminate dal sole, fanno quasi un’alba notturna, e massime nelle parti settentrionali. Onde alcuni l’hanno dette aurore boreali, le quali imbiancando il cielo, fanno svanire alla luna il suo bel colore. Che ciò avvenga, l’attesta ancor Plinio nel secondo libro al cap. 33. Lumen de caelo noctu visum est C. Caeclio, et Gn. Papyrio Coss. et saepe alias ut dici species noctu luceret. La dimostrazione ed effetti di questo accidente è stata modernamente osservata e insegnata dal sig. Galileo Galilei, il quale referisce essersi tra l'altre abbattuto una notte in Venezia a vedere due ore dopo il tramontar del sole schiarirsi il cielo tutto, e in particolare oltre al Zenit, verso Greco e Tramontana, talmente che tutte le stelle erano sparite. E benché l’albore fosse grandissimo, nulladimeno le ombre delle fabbriche erano talmente dilavate, che poco si distinguevano. E questo derivava dall’immensità dello spazio onde veniva il lume.