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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/120


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esce fuori sotto le forme più allegre e più corpulente fino della più volgare e cinica buffoneria, come è il Don Cuccù, e la Palla di aloè. Ci è lì tutto Machiavelli, l’uomo che giocava all’osteria e l’uomo che meditava allo scrittoio.

Di ogni scrittore muore una parte. E anche del Machiavelli una parte è morta, quella per la quale è venuto a trista celebrità. È la sua parte più grossolana, è la sua scoria quella che ordinariamente è tenuta parte sua vitale, così vitale, che è stata detta il machiavellismo. Anche oggi, quando uno straniero vuol dire un complimento all’Italia, la chiama patria di Dante e di Savonarola e tace di Machiavelli. Noi stessi non osiamo chiamarci figli di Machiavelli. Tra il grande uomo e noi ci è il machiavellismo. È una parola, ma una parola consacrata dal tempo, che parla all’immaginazione e ti spaventa come fosse l’orco.

Del Machiavelli è avvenuto quello che del Petrarca. Si è chiamato petrarchismo quello che in lui è un incidente ed è il tutto ne’ suoi imitatori. E si è chiamato machiavellismo quello che nella sua dottrina è accessorio e relativo, e si è dimenticato quello che vi è di assoluto e di permanente. Così è nato un Machiavelli di convenzione, veduto da un lato solo e dal meno interessante. È tempo di rintegrare l’immagine.

Ci è nel Machiavelli una logica formale e c’è un contenuto.

La sua logica ha per base la serietà dello scopo, ciò ch’egli chiama virtù. Proporti uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina. Essere uomo significa marciare allo scopo. Ma nella loro marcia gli uomini errano spesso, perchè hanno l’intelletto e la volontà intorbidata da fantasmi e da sentimenti, e giudicano secondo le apparenze. Sono Spiriti fiacchi e deboli quelli che stimano le cose, come le paiono e non come