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Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/105


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derò di questi tempi, acciocchè gli animi de’ giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi e prepararsi ad imitar quelli. Perchè gli è ufficio di uomo buono, quel bene che per la malignità della fortuna e de’ tempi non ha potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocchè sendone molti capaci, alcuno di quelli più amati dal cielo possa operarlo.» Queste parole sono un monumento. Ci si sente dentro lo spirito di Dante.

Machiavelli tiene la sua promessa. Giudica con severità uomini e cose. Del Papato tutti sanno quello che ha scritto. Nè è più indulgente verso i principi. «Questi nostri principi, che erano stati molti anni nel principato loro, per averlo perso non accusino la fortuna, ma l’ignavia loro, perchè avendo mai ne’ tempi quieti pensato che possono mutarsi, quando poi vennero i tempi avversi, pensarono a fuggirsi e non difendersi.» Degli avventurieri scrive: «Il fine della loro virtù è stato che Italia è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri, tanto che essi han condotta Italia schiava e vituperata.» Nè è meno severo verso i gentiluomini, avanzi feudali, rimasti vivi ed eterni in questa maravigliosa pittura. «Gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono de’ proventi delle loro possessioni abbondantemente, senz’aver alcuna cura o di coltivare o di alcuna altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni provincia: ma più perniziosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due sorti di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, Terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è stato mai alcuno vivere politico, perchè tali generazioni di uomini sono nemici di ogni civiltà.» Degna di nota è qui l’idea tutta moderna che il fine dell’uomo è il lavoro, e che il maggior nemico della civiltà è l’ozio: principio