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ma i dissipatori, congiunti nei libri del filosofo ai suicidi, così come nel canto del poeta: "l' ira si pose sotto i piedi l'avarizia, che è il più duro e il meno pieghevole dei vizi, spingendosi a dissipare le sue sostanze o ad attaccar fuoco alla sua casa e alle sue cose in un mucchio"1. Questo luogo è ben decisivo, o lettori! E che cosa dobbiamo concludere da tali raffronti? Almeno questo: che la ferita o bestialità trovava Dante in Seneca, sia che conoscesse questi libri in parte o in tutto, o direttamente o per citazione, essere ira2; e che superba era detta codesta ferita o ira3. Si raccoglie ancora che Dante, a somiglianza di Seneca, potesse dichiarare rei d' ira peccato, i simili all'Argenti? No: egli mostra più volte di assentire ad Aristotele, cui Seneca contradice; e di credere che ci sia un'ira passione, sprone della virtù, e un'ira pur passione che conduce al male, senza essere per altro una ferita o bestialità. Si può essere certi che leggendo egli: " Combatti contro te stesso: se non puoi vincere l'ira, ella comincia a vincer te" 4 intendeva della passione e non del peccato. Ma sopra tutto questa asserzione di Seneca: l'ira è "quella concitazione che va alla vendetta con la volontà e il giudicio"; 5 doveva muo-

  1. De ira Ii 36, 4-6.
  2. Vedi anche III 17, 1: haec barbaris regibus feritas in ira fuit.
  3. Anche III 19, 1: Quam superba fuerit crudelitas eius etc. Anche III 1, 5: sive successit, superba, sive frustratur, insana. Può Dante da questi libri aver tratto l'esempio che pone per primo, tra i tiranni, II 22, 3: Hoc eo magis in Alexandro laudo, quia nemo tam obnoxius irae fuit. III, 17, 1: regem Alexandrum qui Clitum carissimum sibi et una educatum inter epulas transfodit manu quidem sua etc..
  4. III 13, 1. Ricordiamo "color cui vinse l'ira.
  5. Vedi più sopra a pag. 340.