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Questi elementi subbiettivi riconosce Dante nel peccato. Leggiamo in vero1:

l'argomento della mente
s'aggiunge al mal volere ed alla possa.


La possa è del corpo gigantesco; e l'appetito è il più vicino al moto dal nostro corpo. Anche2:

giunse quel mal voler, che pur mal chiede,
con l'intelletto, e mosse il fumo e il vento
per la virtù che sua natura diede.


Questa virtù della sua natura (si parla del diavolo) è sempre quella, per cui, ad esempio, un uomo può eseguire il male voluto dalla volontà e aiutato dall'intelletto: la possa: ciò che nella Trinità è detto sì potesta, sì virtu3. Dai due luoghi apprendiamo se ce n'è bisogno, che il mal volere è, per così dire, il fondo della malizia. E cosi comprendiamo quest'altro luogo4: (4)

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa;


il che vuol dire: se ciò che nell'uomo è l'appetito irascibile s'aggomitola a quel fondo di malizia. Sempre quella possa o virtù.

Ora i fantasmi che sono nei cerchi dove si puniscono gl'incontinenti, sono unicorpori: Caron, Minos, erbero... Ma Minos ha la coda! Ma Cerbero ha tre teste! Checchè si dica, Dante ha concepite queste figure come une e semplici. Altro fatto è delle tre teste mitiche di Cerbero, altro delle tre mistiche di

  1. Inf. XXXI 56 segg,
  2. Purg. V 112 segg.
  3. Inf. III 5. E vedi a pag. 177, nota 2.
  4. Inf. XXIII 16