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spirito; perciò ha intera esperienza. Inoltre nessuno meglio di lui può attraversare con le piante asciutte la palude dei due vizi collaterali alla fortezza. Dante in vero lui, sulla fede di Virgilio, dichiara sopra tutti fornito, oltre che del freno che si chiama temperanza, anche dello sprone che si chiama fortezza1; di quella che egli altrove dice "arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra"2; di quello spronare per il quale "Enea sostenne solo con Sibilla a entrare nello inferno, contro tanti pericoli". Ciò spiega, come egli passi la palude dell' infirmitas, e come i finti audaci si abbichino qua e là, come rane, fuggendo da lui. Ma c'è di più: egli apre la porta. La porta chiusa è quella della malizia che ha per fine l'ingiuria, ossia della ingiustizia. Ebbene come la palude dei vizi contrari a fortezza, è passata al passo con le piante asciutte da un supremamente forte, così la porta chiusa dei peccati contrari a giustizia, deve essere disserrata da un supremamente giusto. E questi è Enea. Dante cita le parole di Ilioneo3: " Re nostro era Enea, di cui nessun altro fu più giusto..." E Virgilio dice a lui, sul primo mostrarsi4:

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d' Anchise...

Enea è il giusto, per eccellenza: pensa Dante. Ed è invero il padre dell'alma Roma e di suo impero5; dell' impero che è la perfezione della vita attiva o civile, quando Cesare siede nella sella. E la

  1. Conv. IV 26.
  2. Conv. IV 17.
  3. De Mon. II 3.
  4. Inf. I 73
  5. Inf. II 20.