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Sonetti del 1831 175

ER PARLÀ CIOVÌLE DE PPIÙ.1

     Quando el Signiore volse in nel deselto2
Albelgare l’Abbrei senza locanda,
Per darglie un cibbo a gòdere più scelto,
Mandò come una gomba: era la manda.3

     Questa glie vende giù, come la janda
Scende su li magliali a campo apelto;
E ‘l giudio vendembiava,4 e a dogni canda
C’impiegava sei gómbiti di celto.5

     Nun mi pare mondezza4 sto guadambio,6
Ché puro a sembolèlla7 era faccenda
Di lassà un pranzo pagaticcio8 in cambio.

     Se ci mettemo poi cena e marenda,
Facevano un sei giuli9 di sparambio,6
A conti fatti a caldamaro e penda.

Roma, 21 ottobre 1831.

  1. [Di più, cioè: “più ancora che nel sonetto antecedente.„]
  2. [V. qui sotto e da piedi al sonetto antecedente le Analogie.]
  3. Dal verbo mandare.
  4. 4,0 4,1 Vendembia per “vendemmia,„ mondezza per “immondezza„ sono pel volgo vocaboli assai civili; particolarmente mondezza, che si distingue da monnezza, parola dell’uso comune. [Qui poi, vendemmiare, significa, come spesso anche in Toscana: “arraffare più che si può.„]
  5. [E a ogni canna e’ impiegava sei gomiti di certo. La canna equivale a poco più di due metri; sei gomiti invece, cioè cubiti, equivalgono a circa tre. Dunque, con quest’espressione, che dev’esser desunta da un modo proverbiale oggi perduto, si viene a dire che l’ebreo, sopra ogni canna di spazio, ci trovava da fare così larga raccolta, come se fosse stato di una canna e mezzo.]
  6. 6,0 6,1 Il popolo dice guadagno e guadammio, sparagno e sparammio, risparagno e risparammio.
  7. [“Perchè se pure, invece di manna, fosse stata semmolella (minestra di tritello di gran duro), tuttavia ecc.„]
  8. [Non gratuito.]
  9. [Sei paoli: poco più di tre lire nostre.]