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le lettere 295

scuratezza del fare. Son gli idilli di nonna Speranza e della signorina Felicita, il dialogo d’amore tra le crisalidi delle farfalle, la strada montanina in mezzo alle ginestre, cose un po’ manierate, un po’ prolisse; ma inventate e limpide e belle, in cui troveremo sempre un poeta.

Il quale ci ha dato i versi di Guido Gozzano, ma ci avrebbe potuto dare altro, e più. Non importa se ora tace, o se forse non ci darà nulla: la poesia può avere in un uomo dei capricci e delle intermittenze; e può a anche esaurirsi d’un tratto, senza ragioni visibili.

Era poesia; e ce ne accorgiamo oggi con più desiderio e rimpianto, quando nella nostra letteratura troviamo soltanto gli imitatori. Se bisognasse una riprova di ciò, che il cosidetto mondo poetico, la psicologia e le pose di Gozzano, erano cosa estranea alla sua personalità d’artista, basterebbe dare un’occhiata ai versi di questi altri. È accaduto per lui come per Pascoli; s’è trovata presto una formula della loro maniera, che permette di rifarla quasi alla perfezione.

Ognuno conosce la ricetta per far del Gozzano: argomenti provinciali e infantili, signorine un po’ brutte, cose un po’ vecchie, crinoline, ricami, e del colore di rosa tea: ambiguità dell’amore senza passione, del sentimentalismo senza sentimento e dei profumi senza odore; e poi i versi che son prosa, le monotonie che diventan varietà e la cascaggine che diventa forza; l’enfasi dell’accento e della rima messa su tutti i punti più banali, quell’aria di dar come nuove e commoventi tutte le cose trite e mediocri. Potremmo ricordare parecchi giovani che son riusciti bene in questo trucco.

Ma il guaio è che l’hanno preso sul serio. Men-