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coscienza letteraria di renato serra xi

Serra scriveva così, che era un bello scrivere. Nessun vizio del «discorso critico» intanto, com’era dato trovarne specialmente allora nelle pagine dei giovani anche più dotati, nessun uso di terminologia aspra, quei comodi luoghi comuni della pigrizia e della superbia. Solo mancava la corrente viva che unificasse le qualità latenti e differenti del Serra, quell’annotare ancora anonimo, tradotto in un rendiconto nudo di letture, in un quadro di rapporti, e la sua facoltà, già prepotente in lui, di ricapitolazione.


Dovettero passare degli anni, perchè quell’unità vivificante si formasse. Tre anni almeno. E viaggi a Roma, a Torino, a Firenze; aria libera, nuovi contatti; quell’eccitamento di chi cerca la sua via, quella febbre di chi s’affaccia la prima volta a vedere il mondo. Fino a vent’anni, libri e studi. Aveva consumato fino a vent’anni le tappe che altri, a consumarle, impiega e oltrepassa la giovinezza. La giovinezza comincia per lui ora, e cominciano le scoperte vere, proprio negli studi, gli acquisti che fruttano. Con Virgilio, Catullo, Poliziano, Boccaccio, Petrarca, anche Montaigne, anche La Fontaine, e Molière, e Maupassant, Flaubert, Carducci, Kipling. Kipling è la sua vera vacanza dopo la laurea. Si laureava il 28 nov. del 1904, e ai primi di gennaio dell’anno dopo, scrivendo ad Ambrosini, non parla che di Kipling, annotando certi appunti vivi. «L’opera di poesia più originale di questi ultimi anni, che scopre proprio regioni nuove e incantate e infantilmente mirabili nell’anima e nel segreto dell’essere». Ma prima che lettore, e chiamato alle lettere, si sente giovane, si sente felice; guarda le cose intorno del dolce mondo, ed è felice. Da Roma, da un ospeda-