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NOTA


AL MACBETH



Ecco intorno al Macbeth come s’esprime uno dei migliori critici di Allemagna.

«..... ho già parlato, di volo, del Macbeth. E chi potrebbe esaurir l’elogio di questo sublime lavoro? Dopo le Eumenidi d’Eschilo, la poesia tragica non aveva prodotto niente di più grande, nè di più terribile. Le Streghe, a dir vero, non sono divinità infernali, nè tali debbono essere; sono vili agenti dell’inferno. Un poeta tedesco si è stranamente ingannato, quando volle dar loro la dignità tragica e ne fece esseri intermedii fra le Parche, le Furie e le Maghe, destinate a dare agli uomini avvertimenti e precetti. Ma non si può mettere sopra Shakspeare una mano temeraria, senza portar la pena di tanto ardimento: ciò ch’è perverso, è pur deforme di sua natura, ed è contradditorio il cercare di nobilitarlo. Parmi che in questo e Dante e Tasso abbiano colto nel segno più diritto, che Milton nella dipintura dei demonii. Che nel secolo di Elisabetta si credesse o no agli spiriti e alla magia, è questa una quistione totalmente separata dall’uso che fece Shakspeare nell’Amleto e nel Macbeth delle tradizioni popolari. Nessuna superstizione si è potuta conservare e diffondere per più secoli e fra popoli diversi, senza che avesse un fondamento nel cuore umano; e ad una tale disposizione si dirige il poeta. Egli evoca dagli abissi, in che si asconde, lo spavento dell’ignoto, il segreto presentimento d’una parte misteriosa della natura, d’un mondo invisibile intorno a noi. Vede pertanto la superstizione e come pittore e come filosofo; non già, a dir vero, come un filosofo che la disapprova e se ne ride, ma, ciò ch’è ben più raro infra gli uomini, come un pensatore il quale rimonta all’origine di tante opinioni, così sgradevoli a un tempo e così naturali; e la svela a’ nostri occhi. Se Shakspeare avesse arbitrariamente cambiato le tradizioni popolari, avrebbe perduto i privilegi ch’esse gli davano, e le sue più ingegnose invenzioni non sarebbero sembrate che novelle ideate a capriccio. Il modo con cui presenta le Streghe, ha