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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1896.djvu/478


sigillo di rinaldo degli scrovegni 465

molto diverso da quello della suddetta iscrizione rappresentata, nega parimenti che detto sigillo spetti a quel Rinaldo, di cui si ha memoria nei primi decenni del 1300. Esso adunque apparterrebbe a quel Rinaldo che occupa, secondo l’ordine cronologico, il posto di mezzo fra i due suaccennati, riportandosi al secolo XIII. Questo Rinaldo Scrovegno sarebbe stato il padre di quell’Enrico, che ebbe tanta parte nella storia della nostra città.

Assai poco ci è dato conoscere intorno alla vita di Rinaldo. Favorito dai tempi, in cui le industrie erano fiorentissime ed in special modo quella della lana, alla quale ogni sorta di privilegii venivano accordati, esercitò avidamente il mestiere dell’usuraio. Ricchissimo sposò Capellina de’ Malacapelli, della nobilissima famiglia di Vicenza. Innalzò un fortissimo castello a Trambacche, ove pure costruì un ospitale1.

Il sommo poeta Fiorentino, al canto XVII dell’Inferno, là dove parla degli usurai, non dubita di porre il nostro Rinaldo tra quella numerosa famiglia di peccatori; egli ce lo fa conoscere, descrivendo, in modo assai preciso, Tarme della sua famiglia, con i versi seguenti:

“Ed un, che d’una scrofa azzurra e grossa
Segnato avea lo suo sacchetto bianco2,„

Anzi a proposito di questi versi, sta bene che io riporti ciò che ne disse uno dei più antichi esegeti di Dante, Benvenuto di Gran Compagno da Imola, il quale così si esprime:

  1. Vedi Cronache delle Famiglie di Padova, con stemmi a colori di Gio. Batt. Frizier. Ms. del sec. XVII esistente nel Museo Civico — B. P. 1232.
  2. Degli Scrovegni, Dante, oltre a Rinaldo, avrebbe conosciuto, siccome sostengono molti tra i suoi commentatori, anche Pierina figlia di Ugolino. Questa Pierina, celebre umanista, sarebbe andata sposa prima a Marino de’ Macaruffi, poi, secondo Bernardino Scardeone, canonico padovano e scritttore del sec. XVI, ad un giovane dei Forzate. Detti commentatori deducono la loro asserzione dalla canzone della Vita Nuova, che comincia:

    “Amor, tu vedi ben, che questa donna

    La tua virtù non cura in alcun tempo,

    Che suol dell’altre belle farsi donna.„