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182 poemetti allegorico-didattici

con grand’ardir parlò, intalentato
di volerli lasciar ben volentieri:
«Fortuna mena ’l prode a grande stato;
l’arme mettete giú, vil’ poltronieri:
vostr’arme troveranno conduttore;
non siete degni d’aver grand’onore».
Invilîr tutti qual’eran piú fieri.

    Èvi dipinto come, rappagati, 144
ne mandò l’oste ver’ Brandizio, e loro;
e n’andò ’n Roma, ed ebbe raunati
li ufici tutti, e si propuose loro;
co’ re i Roman’ non son ben avanzati,
un nome solo addomandò da loro;
e disse: «Io esser vo’ comandatore»
che tant’è a dire quanto imperadore.
I Roman lo stanziâr sanza dimoro.

     Cesare, fatto imperador novello, 145
tornò verso Brandizio immantenente;
il vento fu e ’l tempo assai con ello,
e ’l mar passivo per gir tostamente;
giro a Monte Pirrusso, ov’era quello
Pompeo che disamava mortalmente,
Antonio tardò piú la sua venuta,
onde Cesar si piagne e turba e muta,
e turbossi ver’ c lui villanamente.

     Una notte n’andò sol, sanza lume, 146
a la riva del mare a un nocchiere;
tutto dipinto v’è Cesare, come
crollò il frascato, e ’l nocchier dormía bene;
in su’ giunchi giacea, ed avea nome
Amicals, assai pover d’ogni bene;
Cesar li disse: «Tosto entriamo in mare;
menami vêr Brandizio; i’ vogli’andare
per quell’Antonio che mi tiene ’n pene».