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umoristi italiani 123

mato che l’umorismo è un fenomeno nordico e una prerogativa delle genti anglo-germaniche, quando poi vogliono recare due esempii mirabili del più schietto e compiuto umorismo, citano Rabelais e Cervantes, un francese e uno spagnuolo; oppure il Rabelais e il Montaigne; e citando il Rabelais non hanno occhi per vedere in casa loro il Pulci, il Folengo, il Berni; e, citando il Montaigne, che è il tipo dello scetticismo sereno, non avido di lotte, sorridente, senza impeti, senza ideali da difendere, senza virtù da seguire, lo scettico che tollera tutto senza aver fede in nulla, che non ha nè entusiasmi nè aspirazioni, che si serve del dubbio per giustificare l’inerzia con la tolleranza, che dimostra una percezione della vita serena, ma sterile, indice di egoismo e di decadenza di razza, giacchè il libero esame che non spinge all’azione può meglio che salvare dalla schiavitù, accettare, o rendersi complice del dispotismo, non s’accorgono che le ragioni per cui han negato a tanti scrittori italiani non solo la nota umoristica, ma anche la possibilità d’averla, sono appunto queste che dicono d’aver prodotto l’umorismo del Montaigne.

Un peso, come si vede, e due misure.

Noi vedremo che, in realtà, l’avere una fede profonda, un ideale innanzi a sè, l’aspirare a qualche cosa e il lottare per raggiungerla, lungi dall’essere condizioni necessarie all’umorismo, sono anzi opposte; e che tuttavia può benissimo essere umorista anche chi abbia una fede, un ideale innanzi a sè, un’aspirazione e lotti a suo modo per raggiungerla. Un ideale qualsiasi, in somma, per sè stesso, non dispone affatto all’umorismo, anzi ostacola questa disposizione. Ma l’ideale può ben esserci; e se c’è, l’umorismo, che deriva da altre cause, certamente prenderà qualità da esso, come del resto da tutti gli altri elementi costitutivi dello spirito di questo o di quell’umorista. In altre parole: l’umorismo non