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la mia scuola di grammatica 265


E poi, se nella nostra tradizione letteraria non troviamo quel che ci vorrebbe, lasciamoci ispirare e quasi obbligare dagli antichi a cercare il nuovo. L’Italia non è già morta! Il suo ciclo non è già chiuso! Non è già detto che Dante debba rimaner solo! Non è già impossibile che come con lui fummo i grandissimi del medioevo, non dobbiamo con altri essere i primi delle età nuove! Io mi consolo, ripeto, nel vedere che ci mancano tante cose. Le acquisteremo. O meglio: le acquisterete, o giovani! L’Italia è povera e ricca. Vedetela qua e là dispersa per il mondo. Quelli che picchiano là col piccone sono italiani; ma anche la melodia ch’esce da quella finestra, è italiana: del Mascagni o del Puccini, i due vicini nostri. Quelli che tendono la mano più là, sono italiani; ma italiano è il dramma che si recita dentro quel teatro: un dramma del d’Annunzio, da noi non lontano anch’esso. E quelli che dissodano quella terra vergine, sono italiani; raspano picchiano soffrono; ma presto un guizzo d’energia elettrica, per la via dell’etere, porterà sino a noi i loro lamenti e le loro speranze: e quella via invisibile e intangibile l’ha aperta un ragazzo, non più che un ragazzo, d’Italia; cui volle presso a noi il nostro Re Giovane.

Le nostre, o cari giovani, sono le cose piccole; piccole, però, sino a un certo punto. La nostra scuola, io vi dico, non deve soltanto far voi bravi maestri, critici ed eruditi; nè voi dovete venir qui con solo questo proposito. L’Italia ha bisogno de’ libri suoi, che educhino, istruiscano, esaltino, affermino il suo popolo: non li vuol più prendere in prestito. Vuol insomma una letteratura sua, una letteratura, s’intende, leggibile, suoi romanzi, suoi drammi, sue tra-