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208 viàggio d’un pòvero letterato


«Ma questo è il lusso dei lussi» diceva l’uomo del fisco, puntando l’ìndice su la fronte. «Questo è il supèrfluo dei supèrflui!»

O uomo lùgubre del fisco, lusso tu chiami il culto delle memòrie? della famìglia? dei pòveri morti? Sai tu di quanto se ne avvantàggia la pàtria?

Ma l’uomo del fisco non conosceva la pàtria mèglio di Dante.

«Io non la tasserò mai bastantemente

    è vero il contràrio, cioè che domandando ai pròfughi di fare, per i due mesi dell’estate, posto anche al proprietàrio, restringèndosi e usando la cucina in comune (che sarèbbero stati risarciti delle maggiori spese dal detto proprietàrio), quelli rispòsero non intèndere di restrìngersi, né avere nulla in comune.
    La sola cosa di cui l’autore si dolse fu che non si volle o non si potè dare tempo e modo di convenientemente ricoverare le cose familiari di cui qui è parola.
    La requisizione della casa, del resto, era pìccolo sacrificio e sèmplice dovere.
    Lo scritto del giornale conteneva parole che andàvano sino all’augùrio dell’impiccagione per il proprietàrio letterato e per la letteratura; la firma era di una signorina.
    Allora non mi parve il caso di rispòndere, e se oggi ne fàccio menzione, qui, è per necessità, affinchè chi legge questa pàgina sentimentale su la casa, e àbbia letto quello scritto, non si formi dell’autore concetto diverso dal vero.